Il più famoso suicidio della letteratura — crederei — è quello di una donna che si getta sotto un treno. Anna Karenina. Un suicidio che ha a che vedere con l’amore, la passione, la rottura del legame, le convenzioni. Il più bel suicidio — se così si può dire — della storia del cinema è un velo bianco che cade dolcemente da un balcone: “Un femme douce” (“Così bella, così dolce”) di Robert Bresson. Anche qui il suicidio ha a che fare con la profondità dei sentimenti. Suicidi di donne. Per gli uomini sovviene il suicidio di Mishima. Ha a che fare con l’eroismo. O il suicidio di Kurt Kobain, che ha forse qualcosa in comune. O il suicidio aristocratico di Jan Potockj (l’autore del “Manoscritto trovato a Saragozza”) che limò per anni, si dice, l’impugnatura del coperchio di una zuccheriera d’argento fin quando non divenne delle dimensioni di una palla di pistola, dopo di che si sparò. O il suicidio di Goebbels e Goering, che ha a che fare forse con il senso di colpa, forse con un cupo e folle orgoglio. Suicidio e scoperta dell’omosessualità. Suicidio e malattie incurabili. Suicidio (ma non sembra tema propriamente attuale) e debiti. Molte le possibili associazioni tra suicidio e sue ragioni ispiratrici, così come molti sono i suicidi, anche celebri.
Non è usuale, però, l’accostamento tra il suicidio ed un termine astratto, burocratico, di significato per molti oscuro quale “cartolarizzazione”. Qualcosa, qualcuno si chiederà, che ha a che fare con la carthula, il supporto materiale dei titoli di credito? Certo che no: tutti i giuristi sanno della tendenza alla dematerializzazione, o come pure potrebbe dirsi decartolarizzazione, dei titoli di credito.
La cartolarizzazione è, per quel che qui rileva, la vendita degli immobili in mano pubblica, allo scopo fondamentale di “fare cassa”. Questi immobili per decenni hanno svolto una funzione di cuscinetto e calmiere delle tensioni sociali che si innestano sul “problema della casa”. È probabile che la gestione di quel patrimonio fosse anche strumento di consenso e leva clientelare. Ma senz’altro contribuiva ad assicurare un tenore di vita accettabile a fasce sociali altrimenti escluse.
Oggi quelle fasce sociali, almeno nel segmento degli anziani, sembrano andare alla deriva. E non sono i consueti “poveri”, quelli, per intenderci, che chiedono l’elemosina agli angoli delle strade. Sono settori borghesi, rispettabili, legati ad un decoro che va mantenuto.
Lazzaro e Di Marzio, nel fare la storia dell’equo canone, segnalavano che l’esigenza di avere un corrispettivo della locazione abitativa “non affidato alla determinazione di una sola parte, è così fortemente affermata, soprattutto con riguardo alle giovani coppie che si avviano ad una vita più matura e per le quali sarebbe pericolosa quella già segnalata dissociazione lavoro-casa; agli anziani, che continuano a restare aggrappati a una vita, una casa, un quartiere di classe media, con la speranza di morire prima di dovere abbandonarli; alle nuove aree marginali della domanda sociale di abitazione, che la presenza degli immigrati comporta”. Roba vecchia. Oggi, come si sente dire, siamo il Paese in cui si vendono più telefonini, dunque — parrebbe — siamo una Paese in cui ce n’è d’avanzo.
Nella Repubblica di ieri 11 ottobre, in cronaca di Roma, c’era la notizia di un anziano insegnante pensionato, sposato con una anziana insegnante pensionata. Non un lumpen, ma un vecchio professore. Ha saputo della prospettiva di vendita, nel quadro del procedimento di cartolarizzazione, del “suo” appartamento per — parrebbe — quattrocentomila euro. Somma per lui proibitiva. Ha saputo della possibilità di ottenere proroghe o anche un appartamento sostitutivo: ma avrebbe dovuto accettare il trasferimento in qualunque quartiere della capitale. Poiché, come diceva Pavese, che in materia ha dimostrato di sapere il fatto suo, “Non manca mai a nessuno una buona ragione per uccidersi”, l’insegnate pensionato, all’alba, ha aperto la finestra ed è volato giù. Sicuramente non aveva tatuato l’ideogramma che — a quanto emerge a pag. 15 dello stesso giornale — hanno Lapo Elkan ed il calciatore Ibrahimovic, che pare voglia dire “non arrendersi mai” (amicus Plato).