Ieri mattina 3 febbraio 2009, presso il Tribunale di Milano si è celebrata la prima udienza del processo dell’associazione “Vivi Down” contro Google per diffamazione on line aggravata e violazione delle norme sul data protection.
Si tratta di un caso di cyber bullismo consumatosi nel 2006 inerente un film caricato in rete sulla piattaforma di Google Video che ritrae le scene di un violento sbeffeggiamento da parte di un gruppo di adolescenti nei confronti di un compagno di classe affetto dalla sindrome down.
Il fatto indubbiamente è odioso, destinato a incontrare il comune ripudio e disprezzo. Un fatto che sicuramente dovrà trovare giustizia.
La questione sottesa tuttavia merita di essere trattata con assoluto distacco emotivo e con grande equilibrio.
L’evento di cyber bullismo in oggetto viene seguito dalla stampa nazionale e internazionale come caso-guida nell’ambito della questione della responsabilità per i contenuti immessi on line. Al riguardo molti giornali hanno titolato associando la causa Vivi Down-Google alla questione della libertà della rete. Pensiamo al Corriere della Sera del 30 Gennaio 2009: “Caso Vivi Down, Google va a processo. In ballo c’è la libertà della Rete”.
(http://www.corriere.it/cronache/09_gennaio_30/google_vividown_video_processo_0ffec982-eec3-11dd-ba39-00144f02aabc.shtml).
In realtà, occorre prendere le distanze da queste spettacolarizzazioni mediatiche e procedere invece a un’analisi assai più razionale, ponderata sul dato giuridico attualmente vigente.