La notte dell’11 giugno 1985 Luca Mozzi (difficile immaginare un nome più deamicisiano) s’introduce nella casa della famiglia Spreafichi, dove una coppia di giovani genitori vive insieme ai tre figlioletti, Cesare, Annalisa e Francesca. Proprio a quest’ultima, che ha tre anni, toccherà la triste sorte di essere presa e portata via dal suo letto — ad opera del Mozzi — e più tardi (nulla vien detto di quanto possa essere accaduto nel frattempo) gettata dentro le acque del fiume Po, dove la piccola muore per annegamento.
Di qui l’apertura di un procedimento penale per omicidio, destinato a concludersi con una sentenza (del Tribunale di Reggio Emilia) in cui il Mozzi si vede prosciolto per totale incapacità di intendere e di volere.
E di qui una successiva causa civile di risarcimento del danno, intentata contro la U.S.L. di Guastalla dai genitori della piccola uccisa: i due coniugi agiscono sia in proprio, sia nella veste di rappresentanti legali degli altri due fratellini, e a fondamento della loro domanda fanno valere— ex art. 2047 cod. civ. — il dato della mancata sorveglianza da parte dei Servizi sociosanitari della U.S.L. nei confronti del Mozzi.
(nota apparsa originariamente in "Nuova giur.civ.comm.", 1990, I, cc. 549-554)