La sentenza della Corte fiorentina offre lo spunto per una riflessione sui mali della giustizia.
Tra di essi quello più difficile da curare è l’irragionevole durata del processo civile, che neppure la c.d. legge Pinto sembra avere avviato a guarigione, e che costituisce quindi il vero cancro da combattere, tanto da avere costituito oggetto di viva preoccupazione nel saluto di comminato dal CSM del Presidente della Repubblica Ciampi.
Ecco allora l’importanza della sentenza di Firenze, che merita plauso perché rispolvera uno strumento desueto ma efficace per sanzionare un appello inconsistente; nulla di eccezionale se non l’applicazione di un mezzo utile, già previsto dal nostro ordinamento, per scoraggiare la durata del processo: arma però messa in naftalina dai giudici.
Questi ultimi, infatti, fanno uso parsimonioso, oltre che della responsabilità aggravata, anche della regola della soccombenza (su cui è dovuto intervenire il legislatore con la recente modifica dell’art. 92 c.p.c., richiedendo per la sussistenza dei “giusti motivi” esplicita motivazione), regola quest’ultima invece che - se non bene utilizzata - finisce per scontentare la parte che ha ragione, favorendo quella che ha torto.
Se vogliamo che il tempo del processo sia ragionevole, occorre forse rimeditare (e rispolverare in chiave di responsabilità) anche le norme in tema di spese del processo, per rafforzare il dovere, già assegnato alle parti e ai loro difensori, di comportarsi con lealtà e probità nel giudizio (enrico ravera).