Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Lorenzo Marilotti - 17/03/2018

C. Ciancio, Il momento della morte come evento giuridico

C. Ciancio, Il momento della morte come evento giuridico. Definire tutelare, gestire fra Ottocento e primo Novecento, Bononia University Press, Bologna 2017

Affascinante e controversa, anche in un'epoca dominata dalla tekne come quella contemporanea, si presenta la questione dell’esatta determinazione del momento terminale dell'esistenza dell’uomo.
A riguardo, Cristina Ciancio compie un'interessante analisi, tra diritto, scienza e costumi sociali, per comprendere come in Europa [nell’area europea o nei principali Stati europei o qualcosa del genere] siano stati affrontati alcuni salienti problemi ricollegabili a un evento giuridico che, per la sua importanza, investe l'ordinamento sotto molteplici aspetti, tutti naturalmente interdipendenti. Tra questi, particolarmente importante è la conciliazione delle esigenze di polizia mortuaria e di sanità pubblica con il pericolo delle sepolture premature, su cui in particolare si sofferma l'autrice.
L'evento morte rappresenta, certamente, un momento particolare della nostra esistenza tanto misterioso quanto ineluttabile: già Epicuro, nell'affermare che quando c'è la morte non ci siamo noi, ne metteva in luce l’inconciliabilità ontologica con la nostra esistenza e ne sosteneva la pressoché impossibile conoscenza filosofica.
Diversamente dal ragionamento ontologico, il diritto non può permettersi di sospendere il giudizio, dichiarando un'incompatibilità tra il nostro mondo e quello della morte, ma è invece chiamato a risolvere le importanti questioni che, nel corso delle epoche, si presentano al giurista, richiedendo urgenti, ma non facili, soluzioni. Per tale motivo, la determinazione del momento della morte, che costituisce quasi l’esito di un “nodo tragico” tra razionalità e sensibilità non ha trovato, ancora oggi, definitive risposte. Del resto, una questione così legata al mistero della permanenza umana su questa terra, forse non può essere risolta col ricorso a strumenti meramente giuridici o strettamente scientifici.
Sul punto sembra essere concorde anche la nostra Corte Costituzionale, la quale, con sentenza del 27 luglio del 1995 n. 414, ha affermato che la determinazione del momento della morte è frutto di una complessa e non pacifica ponderazione tra i dati di scienza medica, i valori di riferimento, il sistema delle norme giuridiche in materia, i principi deontologici, nonché il comune sentire della società. Questo spiega perché accostarsi a tale tematica implica che si tenga conto di una serie di elementi extragiuridici soggetti alle logiche della variabilità nel tempo e nello spazio.
Nel lavoro di Cristina Ciancio è messo in evidenza un momento senza dubbio simbolico ed epifanico di numerosi problematie: ci si riferisce alla chiusura a Parigi nel 1780 dell'ormai saturo cimetière des Saints-Innocents, che avvolgeva i quartieri confinanti con miasmi appestanti, possibile causa di pestilenze. In quell’occasione, i lavori di trasferimento delle sepolture portarono alla luce numerosissimi casi di cadaveri con segni di movimento all'interno delle bare: si trattava dell’evidente testimonianza della sepoltura di uomini ancora vivi.
Davanti al terrore scaturito dalle scoperte parigine, il diritto era chiamato a disciplinare questioni decisamente delicate, dato che il pericolo delle sepolture precipitose entrava in collisione col problema della limitazione dei rischi di epidemie. Le conoscenze medico-scientifiche dell'epoca richiedevano, difatti, che l’accertamento della morte avvenisse con i primi segni di decomposizione.
Attraverso una vasta comparazione, l'opera in questione offre al lettore numerose testimonianze nelle quali la letteratura e i resoconti medico-scientifici sembravano richiamarsi, rappresentando quel delicato e incerto passaggio, che ha come spartiacque lo Sturm und Drang, dal secolo dei Lumi alla sensibilità romantica di un “lungo Ottocento” segnato spesso da un gusto gotico.
Le risposte europee, in particolare quelle della Francia, degli Stati tedeschi, dell'Italia pre e post unitaria, dell'Inghilterra e della Spagna, mostrano che l'attenzione era orientata a definire con legge i criteri per dichiarare con la maggior sicurezza possibile l'avvenuto decesso. Fondamentale era impedire che i semplici funzionari pubblici potessero constatare l'avvenuta morte senza osservare i principi basilari della medicina legale, tra i quali spiccava l'attesa di un termine minimo compreso tra le ventiquattro ore previste dall'articolo 77 del Code Napoléon e le settantadue ore normativamente imposte negli Stati tedeschi.
Parallelamente, l'autrice sviluppa il tema della razionale riorganizzazione delle strutture cimiteriali e del loro necessario allontanamento dai centri abitati in un panorama che vedeva nascere, oltre a una nuova concezione della salute pubblica, la disciplina relativa alla polizia mortuaria in senso moderno in maniera da garantire una più sicura inumazione. Inevitabilmente vi fu anche il coinvolgimento delle autorità religiose maggiormente a contatto con la popolazione e degli esponenti della scienza medica per garantire maggiore sicurezza e maggiori controlli nei riti funebri.
Fondamentale riferimento normativo, anche per altre realtà europee, era costituito dall'articolo 358 del codice penale francese del 1810, il quale, però, si allontanava, come precisa l’Autrice, dai complessi e più generali dilemmi legati alla questione dell'incertezza della morte, tra cui, ex multis, quello legato alla rischiosa opération césarienne, effettuata prima del decorso delle ventiquattro ore su donne gravide apparentemente decedute.
Una delle risposte più convincenti, e che Cristina Ciancio analizza in maniera trasversale nell'intera opera, proveniva dalla Germania. Infatti, già dal 1790-91, a Weimar e, successivamente, in varie parti del territorio tedesco, venivano realizzate, sul progetto del medico legale Christoph Wilhelm Hufeland, le prime Leichenhäuser. Si trattava di strutture che avevano la funzione di accogliere i presunti cadaveri in spazi ampi e isolati dalle aree urbane per constatare i segni della morte in maniera più evidente rispetto a quella che si sarebbe potuta avere attendendo le ventiquattro ore napoleoniche. Ciò avveniva, peraltro, in condizioni di maggiore sicurezza e attraverso metodi sperimentali; esemplare era l'uso di campanelli per segnalare eventuali movimenti del corpo.
Oggi, sebbene le sepolture premature e le epidemie rappresentino da noi un pericolo superato, i progressi compiuti nel mondo della scienza e della tecnologia, lungi dal mostrare una definitiva formula che mondo possa aprirti, come ironizzava Montale, hanno aperto nuove e altrettanto complesse questioni interpretative: ci si riferisce in particolare ai grandi temi bioetici dei trapianti di organi e del cosiddetto fine vita. Essi muovono da nuove definizioni della morte (e dunque della vita), non più legata al funzionamento del sistema cardio-respiratorio, bensì a quello del sistema neuronale, grazie anche al celebre, ma controverso, Rapporto di Harvard sul concetto di morte cerebrale. Il primo storico trapianto di cuore, del quale ricorre quest'anno il cinquantenario è stato possibile proprio grazie a questo spostamento (scientifico ma, secondo Bernat, Culver e Gert, decisamente filosofico) del concetto di vita dal cuore al cervello.
Percorrendo i sentieri della storia moderna e contemporanea, è possibile rilevare come il mondo occidentale abbia progressivamente relegato la morte a uno spazio sempre più marginale, considerandola più come una malattia da combattere che non come un aspetto ineluttabile dell'esistenza, bisognoso dell'alta considerazione sociale che le spetta. Esempio icastico, tra i tanti, è il personaggio tolstojano di Ivan Il'ič: esso, infatti, lacerato dalla consapevolezza che, dentro il suo corpo, si nasconda qualcosa di molto più inafferrabile di una semplice e meccanica malattia, si accorge di avere a che fare con la morte, che, però, la società borghese (nella quale egli stesso ha voluto vivere comme il faut) non nomina e tiene nascosta.