Interessi protetti - Beni, diritti reali -  Riccardo Mazzon - 20/11/2020

Edifici appartenenti al demanio pubblico ovvero soggetti allo stesso regime, nonché edifici riconosciuti di interesse storico, archeologico o artistico

L'art. 556 del codice civile del 1865, utilizzando l’espressione “edifici destinati all'uso pubblico”, originava in argomento dubbi interpretativi oggi sopiti: il primo comma dell’articolo 879 del codice civile, infatti, prevede che non sono soggetti alla comunione forzosa, né alla facoltà del vicino di costruire in aderenza, gli edifici appartenenti al demanio pubblico ovvero soggetti allo stesso regime, nonché gli edifici riconosciuti di interesse storico, archeologico o artistico - si veda, per un approfondimento, anche in relazione alla giurisprudenza qui citata, la terza edizione del trattato Riccardo Mazzon, "Rapporti di vicinato", Cedam 2018 -.

Precisato che le leggi in materia, cui si riferisce l'art. 879 c.c. per indicare i beni di riconosciuto interesse storico, archeologico e artistico non soggetti alla comunione forzosa, sono solo quelle che realizzano la specifica tutela di questi valori, predisponendo un procedimento amministrativo diretto al loro accertamento, risulta opportuno chiarire sin da subito, per sgomberare il campo da eventuali equivoci (indotti dalla “vicinanza” del disposto che ci occupa al secondo comma del medesimo articolo 879 del codice civile), che l'art. 879 c.c. esclude, per gli edifici di interesse storico, archeologico ed artistico - nonché per gli edifici appartenenti al demanio pubblico ovvero soggetti allo stesso regime -, l'applicabilità delle norme del codice civile sulla concessione forzosa del muro, ma non anche quelle sulle distanze legali.

Infatti (con visione rivolta anche alla disciplina pregressa), l'assenza di un'esplicita norma che esenti i beni demaniali dal rispetto delle distanze legali, esclude che tali beni possano continuare a godere del principio - com’era, invece, prima del nuovo codice, ex art. 572 c.c. 1865, articolo secondo cui essi, in ragione della loro natura e funzione, erano esenti dall'osservanza di tali distanze, previste dal codice medesimo e dai regolamenti comunali -, in quanto la mancata riproduzione del medesimo (principio), nel codice del 1942, ben lungi dal considerare implicita la regola di diritto e quindi superfluo il ribadire espressamente, costituisce invece un consistente indizio dell'espunzione di essa dall'ordinamento positivo; anche perché l'art. 879 c.c. (1942) disciplina in due modi la questione di tali distanze per i beni del demanio pubblico: (1) edifici demaniali esonerati dalla comunione forzosa; (2) costruzioni a confine con piazze e vie pubbliche, esentati dall'osservanza delle distanze.

Così, per fare un esempio, qualora la pubblica amministrazione acquisti la proprietà di un immobile ricorrendo allo strumento privatistico del contratto di compravendita, l'obbligo di osservare la disciplina sulle distanze fra costruzioni nonché dalle vedute del vicino, violato dal costruttore-venditore, resta regolato dal diritto privato e non viene meno per l'attribuzione del vincolo di destinazione all'immobile medesimo; conseguentemente, il giudice ordinario non incorre nel limite interno di cui all'art. 4 l. 20 marzo 1865 n. 2248, operante soltanto allorché la pubblica amministrazione si procuri la disponibilità di un bene mediante provvedimenti autoritativo impositivo di servitù e/o estintivo delle servitù preesistenti in favore dei terzi e può condannarla ad arretrare l'immobile fino al ripristino delle distanze stabilite dall'art. 907 c.c..