Deboli, svantaggiati - Malati fisici, psichici -  Redazione P&D - 15/09/2020

Lapo - Monica Tomagnini

Quando l’ho visto per la prima volta, mi sono meravigliata della sua bellezza. Avevo ascoltato i racconti di tutti i suoi conoscenti, ma non mi ero fatta un’immagine di lui come persona.
Conosco e amo la bellezza sognante, anche se sofferta, di certi bambini ed adolescenti ma, chissà perché, gli adulti considerati pazienti psichiatrici è raro immaginarseli affascinanti.

Lapo si presenta alto ed atletico, i capelli biondi raccolti con un filo, gli occhi trasparenti con espressione tra l’ironico e lo sfuggente.

Una collega era venuta a parlarmi di lui, di un suo lontano parente a cui è affezionata e che la fa preoccupare perché Lapo è considerato un paziente psichiatrico resistente al trattamento, cioè una persona con problematiche che non ammette di essere malata e che, quindi, rifiuta di curarsi e di assumere la cura farmacologica.
E’ attualmente in carico al Servizio psichiatrico di zona che, anni fa, ha richiesto ed operato su lui un trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O.) poiché, a seguito di una sua allucinazione uditiva, Lapo si è spaventato e si è messo ad urlare. I vicini sono intervenuti preoccupati, lui li ha sentiti aggressivi ed ha spaccato un vetro con un sasso.
Terminato il ricovero, si è rifiutato di continuare ad assumere i farmaci, adducendo vari motivi.

Quando viene l’estate non sta bene, pare essere il suo modo di ricordare il ricovero di tanti anni prima, avvenuto a luglio. Le sue crisi, però, conducono ai tentativi di contenimento che possono essere solo di tipo obbligatorio, visto il rifiuto di Lapo a seguire una cura ed assumere i farmaci.
Così, Lapo si spaventa, scappa di casa e rimane introvabile fino a quando le disposizioni per il T.S.O. non scadono. Si va avanti così negli anni. Il Servizio di Psichiatria ritiene che Lapo debba assumere la cura e, poiché si rifiuta di farlo spontaneamente, ritiene sia necessario somministrare i farmaci in forma obbligatoria.

Lapo ha una famiglia di origine, con i fratelli che si occupano di lui. Praticamente, senza essere stati indicati dal Tribunale, gli fanno da amministratori di sostegno.

Quando lo incontro per la prima volta, Lapo è nel guado di una di queste crisi. Si ripeterà il tentativo di T.S.O. e la sua fuga di una settimana. Il Servizio, con cui parlo, non ha altre soluzioni se non il ricovero forzato.

I genitori di Lapo, che non sono certo giovani, col padre che ha diversi problemi di salute, cercano da soli di tamponare e reggere la situazione. Lapo a volte è nervoso, si mette a discutere e vuole avere ragione.
Ha un po’ di manie, dei rituali sul cibo e sul modo di fare la spesa. E’ capitato che sia entrato in un grande magazzino, nella città dove abita, in bicicletta, per fare acquisti.
Ha delle bizzarrie; una vicina zia ha paura di lui, vorrebbe farlo ricoverare e lui, per dispetto, le sporca un angolo del giardino.
E’ laureato ed ha lavorato per alcuni anni fuori Italia, prima della crisi psichiatrica.
Ha delle fissazioni sull’allevamento di razze particolari di animali, su certi alimenti e sul modo di produrli. Non è violento né con sé né con gli altri.
L’ultima volta che è stata effettuata dal Servizio di psichiatria una richiesta di ricovero obbligatorio, la Polizia si è rifiutata di eseguirlo perché Lapo appariva tranquillo e non c’erano, secondo gli agenti, gli estremi per un T.S.O. La Polizia si è messa a parlare con lui.

Spesso Lapo è divertente ed ha un punto di vista originale sul mondo. Gli piace parlare e raccontare, anche se un po’ si confonde nel seguire un filo di pensiero tutto suo.
In questi ultimi mesi i genitori erano stanchi e attraversavano un momento difficile per problemi di salute, così, per alleggerire la situazione, sono andati a vivere da un’altra parte e Lapo ora vive da solo, aiutato dai familiari per le pulizie di casa ed il lavaggio di vestiti e biancheria.
Dato che si rifiuta di assumere i farmaci, i tentativi di ricovero si ripetono e falliscono, e peggiora la sensazione di Lapo di essere perseguitato.
E’ stato fatto un Accertamento Sanitario Obbligatorio (A.S.O.), ma il trattamento sanitario volontario è stato sospeso da Lapo dopo qualche mese perché, lui dice, dopo un po’ che assume i farmaci si sente strano, non si riconosce, così ne interrompe l’assunzione.

Personalmente io mi muovo in questa situazione, seguo e dò un sostegno alla famiglia e, quando Lapo riesce a venire, parlo con lui. In questa complessa vicenda, alcuni vicini e qualche parente affermano che Lapo debba essere ricoverato, dato che nessuno se ne occupa. I genitori ed i fratelli si sentono giudicati, incolpati e si chiedono che cosa debbano fare. Io tento di mostrare ai familiari come ragiona Lapo e, nel tempo stesso, mi faccio molte domande.
Domando: “come possiamo aiutare i soggetti con gravi fragilità, che non riconoscono le loro difficoltà e le loro necessità sanitarie, assistenziali ed esistenziali?”
Domando se siamo sicuri che il ricovero, il primo effettuato, abbia aiutato Lapo o non, piuttosto, aumentato la sua paura e diffidenza.

Lapo non ha mai commesso un atto aggressivo contro le persone, ha mostrato solo una forte insistenza verbale. Perché togliergli la possibilità di vivere la sua vita, dando ad essa un suo senso soggettivo?
Come possiamo decidere di limitare così gravemente la vita di una persona che ha delle problematiche psichiche, non nocive alla comunità?
Se verrà ricoverato ed internato, è probabile che Lapo abbia un crollo psichico gravissimo ed entri in una fase di chiusura comunicativa e relazionale. Chiuderà, cioè, con il mondo e la parte psicotica della personalità invaderà la sua mente.
 
I pazienti psichiatrici, compresi quelli resistenti al trattamento, per poter accedere ad una cura devono poter vedere riconosciuti i propri interessi di base ed essere aiutati a “non perdere la faccia”. Hanno degli aspetti soggettivi che devono sentire considerati dai professionisti che lavorano con loro.
In questa situazione è necessario uscire dallo schema che si è attivato: “Lapo scappa e qualcuno lo insegue”.
Questa configurazione relazionale porta ad una “simmetrizzazione” delle posizioni e all’impossibilità di una relazione che permette l’incontro su un terreno neutro tra i professionisti, Lapo e la sua famiglia.
E’ necessario creare un posto comune, un “setting”, da cui partire per definire un progetto lungo, per tappe temporali.
In fin dei conti il problema che si pone con Lapo è un problema di conflittualità e richiede la capacità da parte dei professionisti coinvolti di risolvere un conflitto tra posizioni opposte.
L’unico modo non è schierarsi, ma creare un luogo nuovo dove pensare, uscendo da posizioni tra loro incompatibili.
E’ necessario usare strumenti sanitari, psicologici e giuridici che abbiano come obiettivo la risoluzione di un conflitto, trovando accordi condivisi che riconoscano la posizione ed il valore esistenziale di tutte le persone coinvolte.

E’ una questione umana ed etica, non solo sanitaria. In certi casi, come questo di Lapo, non si tratta tanto di risolvere un problema di ordine sanitario, quanto di proteggere da sé e dagli altri, un germoglio ancora vivo, perché resista alla distruzione e continui a respirare.