Diritto, procedura, esecuzione penale - Generalità, varie -  Redazione P&D - 22/02/2021

Relazioni disfunzionali all’interno delle sette: Strategie di adescamento e manipolazione - Jessica Grecchi

L’aggregazione sociale è una tendenza naturale in quanto dimensione fondamentale della vita dell’uomo. Instaurare relazioni diviene fin dalla prima infanzia uno dei compiti vitali per gli esseri umani, poiché esse garantiscono sostegno e senso di sicurezza: lo scambio delle opinioni e il rapporto con il nostro simile ci apre a nuove conoscenze e a nuovi punti di vista.
Provando a stabilire una definizione generale di gruppo, possiamo affermare che esso è un insieme di individui che interagiscono tra loro in modo reciproco sulla base della condivisione di interessi, scopi e regole, sviluppando ruoli e relazioni interne.
I momenti trascorsi in gruppo hanno una grande influenza sulla mente dell’essere umano, ed è per questo che in alcuni casi riescono a trasformare e anche annullare la personalità individuale.                   
Provando a trasporre le dinamiche relazionali all’interno dell’ambito criminologico, possiamo vedere come esse talvolta riguardano rapporti di totale condizionamento dall’altro e in questo senso, a partire dalla spontanea socialità umana, si può diventare persino dipendenti da un gruppo.
Riconoscere che una persona, o un’organizzazione, sta esercitando un’influenza negativa su di noi potrebbe essere il primo passo per provare se possibile, a cercare una via d’uscita.
Uno dei termini con cui spesso si tende a connotare negativamente un gruppo è quello di setta.  
Il termine ha assunto con il passare del tempo un significato dispregiativo e più ristretto rispetto alla sua etimologia, derivante dal latino “sequor” che vuol dire genericamente “seguire”.
Oggi si definiscono sette quelle organizzazioni minoritarie, caratterizzate da una marcata tendenza a fare proseliti attraverso metodi immorali e/o illegali.
Secondo la psicologa statunitense Margaret Singer, una relazione settaria è un tipo di relazione in cui una persona induce intenzionalmente un’altra a divenire totalmente o quasi totalmente dipendente da sé e dal movimento, per quanto riguarda la maggior parte delle decisioni più importanti della vita.
È fenomeno relazionale di adescamento dove la persona all’inizio è soggiogata e succube, ma in poco tempo si auto-condiziona o viene condizionata, e da neofita passa a adepto, arrivando a condividere a pieno tutti i principi cardine del leader settario.
Ogni setta, così come ogni gruppo, ha un suo leader ed in genere si tratta di un soggetto dotato di carisma e di grande intelligenza sociale, capace di utilizzare le proprie risorse comunicative per imporre sé stesso ai propri adepti in modo brillante e seduttivo.
In ambito criminologico possiamo affermare che esso rientra nella figura del narcisista patologico: ha una piena consapevolezza di sé, un sé grandioso che non considera l’altro e le sue emozioni, non entra in contatto con il dolore o il piacere dell’altro poiché quello che conta è solo quello che vuole ottenere, e può fare di tutto pur di raggiungerlo.
Il leader settario si autodefinisce un maestro, dedica molto tempo alla cura della sua immagine, inventando spesso anche storie false su di sé, come il possesso di titoli inesistenti.
Un altro disturbo riscontrato frequentemente in questi soggetti è quello antisociale di personalità, che indica un gruppo correlato di tratti di personalità e tra i più importanti ritroviamo il dominio e l’aggressività. Quando il termine “antisociale” viene applicato al comportamento, esso descrive comportamenti manipolativi in contrasto con quelli prosociali e costruttivi per la comunità.
Ciò che rende questi psicopatici pericolosi per la società è che nonostante essi possiedono apparentemente un’empatia difettosa, sono in grado di analizzare intellettualmente la composizione emotiva delle altre persone, e poi trasformarla in un vantaggio criminale.
Provando ad immaginare una rappresentazione della setta, dobbiamo pensarla come ad una T rovesciata dove l’unico a detenere il potere è il leader al vertice.
Gli adepti alla base si convincono di avere un ruolo, ma il leader li muove secondo i suoi scopi, dando loro il compito di ricerca dei neofiti attraverso parametri specifici, in base a quello che vuole ottenere.
Il modus operandi con il quale agiscono, indipendentemente dalla tipologia, rimane comunque sempre il medesimo. L’individuo viene da subito accettato dal gruppo e fatto sentire parte integrante di esso, in modo da rendere più semplice il passo successivo, ovvero quello di farlo sentire sempre meno padrone della propria vita, dei propri affetti, dei propri averi e, infine, della propria volontà.
Una volta compiuto questo passaggio l’individuo è pronto a credere ciecamente agli ordini impartiti dal leader della setta fino ad arrivare a gesti estremi.
Uno dei punti fondamentali attorno ai quali ruotano le sette è la coercizione psicologica: tutte le tipologie di sette esercitano sugli adepti un forte condizionamento psicologico, in modo da rendere questi ultimi docili fino alla passività. La persona che fa parte di una setta non deve ragionare o avere idee proprie, ma obbedire agli insegnamenti e alla volontà del leader.
Questa coercizione potrà realizzarsi per esempio, attraverso tecniche psicologiche come la trance o l’ipnosi, che messe in atto da persone con scopi malevoli faranno sì che i membri vivano uno stato di acquiescenza che li porta a reputare i comandi ricevuti come oggettivi e non discutibili.
Quello che normalmente viene promesso all’interno del movimento è la possibilità di un’elevazione ad un bene superiore e ad una salvezza del mondo. Tutto questo sarà possibile solo grazie a particolari poteri detenuti dal leader, per cui i membri pur di raggiungerlo saranno disposti anche a sacrificare la loro vita.
Gustav Le Bon nel libro Psicologia del folle (1895) spiega come all’interno del gruppo le motivazioni del singolo si dissolvono e si rifanno a quelle della collettività. Il proprio sé smette di esistere in funzione di un sé più grande e più forte del gruppo di riferimento, che prende il sopravvento e il predominio sulle azioni dell’individuo.
Lo scopo del leader è far sì che la persona non si ritrovi più nella propria autonomia e indipendenza, ma che sia un tutt’uno con il gruppo. A questo punto si abbassa l’autostima: la persona crederà di non riuscire più a farcela con le proprie risorse e capacità, e solo quello che dice il leader avrà valore.
Lo psicologo Robert Lifton nel manuale La riforma del pensiero e la psicologia del totalitarismo (1961), individua otto strategie di coercizione psicologica praticate all’interno degli ambienti totalitari, che presentano importanti analogie con le tecniche utilizzate all’interno delle sette per promuovere cambiamenti comportamentali:
− Controllo del milieu: si tratta del controllo totale della comunicazione del gruppo e la perdita della privacy da parte dell’adepto, in cui ogni informazione deve essere affidata al leader. La motivazione è quella di impedire agli adepti di esprimere dubbi o perplessità su quanto sta accadendo. Ai membri viene insegnato di fare rapporto su chi infrange la regola, una pratica che serve anche a mantenere i membri isolati l’uno dall’altro.
Il controllo del milieu spesso implica anche scoraggiare i membri dal mantenere contatti con parenti o amici esterni al gruppo, e dal leggere qualsiasi cosa non sia approvata dall’organizzazione. Negare ad una persona l’informazione necessaria a formulare giudizi fondati fa sì che essa non sia in grado di formarsi delle opinioni proprie, destabilizzando la fiducia dell’individuo nella propria capacità di giudizio.
− Linguaggio caricato: prevede l’utilizzo di un gergo interno al gruppo che serve a limitare il pensiero dei membri e a cessare l’attività di pensiero critico. Il leader, in questo modo, rafforza il senso di appartenenza alla comunità e stabilisce al contempo una distanza tra i non membri. Alla fine, parlare il gergo della setta diviene naturale e comunicare con gli esterni diventa faticoso e difficile.
− Richiesta di purezza: ciò che si intende con la denominazione “richiesta di purezza” riguarda il fatto che molti gruppi asseriscono che esiste solo un modo di pensare, reagire o agire in ogni situazione. Non esistono vie di mezzo e i membri devono giudicare sé stessi e gli altro attraverso questo orientamento. Questo sistema diventa la giustificazione per il codice etico e morale interno del gruppo: il fine giustifica i mezzi e siccome il fine, cioè il gruppo, è puro, i mezzi sono semplici strumenti per raggiungere la purezza. Secondo questa visione ciò che viene vissuto all’esterno del gruppo non permette il raggiungimento della beatificazione.
− Confessione: con questa pratica i membri vengono indotti a rivelare comportamenti passati e presenti, con la scusa che in questo modo si libereranno di un peso.
Tuttavia, qualsiasi cosa divulgata verrà successivamente usata per plasmare ulteriormente il seguace, per farlo sentire legato al gruppo e lontano dai non membri. Le informazioni raccolte possono essere usate contro un membro per farlo sentire più colpevole, impotente, timoroso e, alla fine, bisognoso della bontà della setta e del leader.
La confessione può essere usata per far riscrivere la storia personale del soggetto in modo da denigrare la vita precedente, facendo sembrare illogico ogni desiderio di ritornare alla vecchia vita, alla famiglia e agli amici.
Attraverso questo processo, i membri imparano che tutto ciò che è legato alla loro vita precedente, compresi familiari e amici, è sbagliato e deve essere evitato.
− Manipolazione mistica: il gruppo fa credere ai membri che i sentimenti e comportamenti nuovi sono frutto di una scelta spontanea maturata in questa nuovo contesto. Il leader dichiara che si tratta di un gruppo prescelto con uno scopo superiore. I membri diventano esperti nell’osservare quale comportamento è richiesto, a captare tutti i tipi di indizi su cui verranno giudicati e a modificare il loro comportamento di conseguenza. I leader dicono ai seguaci che sono stati loro a scegliere di entrare all’interno del gruppo e nessuno li ha obbligati, quando in realtà i seguaci sono in una situazione in cui non possono andarsene a causa della pressione sociale o della paura. Pertanto, per loro sarà più facile credere di avere realmente scelto quella vita. Le sette si rifanno a questo mito della volontarietà, insistendo continuamente che nessun membro viene trattenuto contro la sua volontà.
− La dottrina è più importante della persona: dopo aver modificato i racconti della loro storia personale, ai membri viene insegnato ad interpretare la realtà attraverso i concetti del gruppo e a ignorare esperienze e sentimenti personali quando questi si presentano. Non va più prestata attenzione alle percezioni e bisogna semplicemente accettare la nuova visione del gruppo.
− Scienza sacra: la saggezza del leader verrà resa nota attraverso il suo manifestare di possedere un sapere assoluto, aggiungendo in questo modo credibilità alle sue nozioni filosofiche, psicologiche e politiche centrali.
Pertanto, chiunque sia in disaccordo o abbia idee alternative a quelle del leader non solo è immorale e sfrontato, ma è anche non scientifico.
− Dispensazione dell’esistenza: l’ambiente totalitario della setta enfatizza chiaramente che i membri appartengono ad un movimento elitario di prescelti. Se gli affiliati detengono l’illuminazione, allo stesso tempo i non membri sono esseri insignificanti, inferiori. Questo impianto di pensiero smorza la coscienza dei membri e giustifica, in quanto rappresentanti di un gruppo superiore, la manipolazione dei non membri per il bene del gruppo.
Questo tipo di ragionamento significa che l’intera esistenza del seguace si incentra sull’appartenenza al gruppo: se deciderà di andarsene entrerà nel nulla e questo convincimento è il passo finale per creare la dipendenza dal gruppo.

Con la manipolazione l’io di un individuo viene spezzato e viene creata un’identità che rende il soggetto obbediente e dipendente, ma il vero io mantiene sempre qualcosa di autentico in quanto desidera l’amore e la verità.
Resta quindi una dissonanza tra la coscienza e l’identità di culto. Chi possiede determinate abilità riesce a capire come rendere vulnerabile una persona in modo sistematico e ad isolarla dal resto della comunità: ne controlla il comportamento, il modo di pensare e le informazioni che riceve.
I sintomi psicologici a lungo termine sono tra i più deleteri poiché la setta funziona per deprivare l’identità individuale.
Steven Hassan nel suo libro, Mentalmente liberi. Come uscire da una setta (1999), spiega che per risolvere un problema di “dipendenza da un gruppo” si possono seguire diverse strade.
Nel testo l’autore prende in esame dei sistemi per riconoscere e controbattere coloro che rappresentano una minaccia per la perdita del controllo mentale, la cui difficoltà maggiore sta nel percepire da parte degli adepti la situazione reale.
Tutto è più semplice se si riesce a favorire una graduale consapevolezza del legame dipendente che si è stabilito con il gruppo: osservarsi da un altro punto di vista e dare ascolto alla propria voce interiore, sono i punti fondamentali indicati da Hassan per fuoriuscire dal controllo mentale.
Ciò è possibile quando la persona coinvolta nel problema riesce ad attivare o riattivare le
proprie capacità critiche e logiche e la propria capacità di mettersi in discussione, rivedendo quegli aspetti di pensiero del gruppo che sono diventati dei nuovi punti di riferimento.
Un aiuto può, in alcuni casi venire da persone esterne, quali amici e parenti, consapevoli del problema e in grado di aiutare la persona dipendente, senza tuttavia assumere un atteggiamento aggressivo e di attacco al gruppo, né di critica eccessiva, bensì ponendosi come un punto di riferimento e come uno stimolo a guardare attraverso prospettive diverse.
Occorre tenere sempre in considerazione che esistono diversi bisogni psicologici quando si è in fase di “disintossicazione da un gruppo”. Spesso è necessario rispondere con l’aiuto professionale, al bisogno di rielaborare quanto è accaduto, al fine di strutturare nuove reti relazionali positive, per evitare ricadute o problematiche psicosociali secondarie che comunemente possono seguire l’uscita dalle sette.