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17 ottobre 2007
“UN GIOVANE ORFEO DI 400 ANNI” – Maria Rosa PANTE’
Maria Rosa PANTE' PANTE' Maria Rosa

(...)

Il melodramma nasce italiano e resta italiano per quasi tutta la sua storia (persino Mozart scriverà su libretti italiani), ricordiamo Verdi, Puccini, Donizetti, Mascagni, Bellini … Ma, forse, non molti sanno chi sia Claudio Monteverdi.
Prima di addentrarmi nel merito vorrei avvisare chi leggerà che Monteverdi è una mia ossessione, è per me il più grande musicista mai esistito (pare che anche alcuni musicologi tedeschi, proprio tedeschi, la pensino come me…), nello scrivere di lui non riuscirò a trattenere del tutto questa passione. 

Claudio Monteverdi nasce a Cremona il 15 maggio del 1567, inizia a comporre precocemente, è cantante e soprattutto suona benissimo la viola da gamba. Entrerà al servizio dei Gonzaga a Mantova. Qui si sposerà (la moglie, Claudia, una cantante, gli darà due figli, ma morirà giovane lasciandolo sconsolato ed egli non si risposerà più), qui comporrà alcune grandissime opere, qui raggiungerà una fama nazionale, anzi mondiale. Qui però non si sentirà mai riconosciuto nel suo autonomo valore di artista, dovrà spesso mendicare per avere lo stipendio che gli è dovuto, dovrà obbedire (anche se oppone sempre un’efficace resistenza passiva) e lavorare a ritmi per lui insostenibili. 

Cercherà di andare a Roma, offrirà al papa uno dei suoi capolavori, Il Vespro della Beata Vergine, opera degna dell’altezza delle Passioni di Bach, anzi a un attento confronto fra il Magnificat di Bach e quello di Monteverdi non si potrà non cogliere l’assoluta perfezione del secondo rispetto a una certa pesantezza del primo (io vi avevo avvertito della mia partigianeria, ma chi ascoltasse saprebbe che ho ragione). A Roma però fu trattato come l’Ariosto: tornò a casa a mani vuote… 

Licenziato nel 1613 dai Gonzaga, venne assunto dalla Serenissima di Venezia e qui la sua vita cambiò. Riconosciuta la sua grandezza, egli si sentì finalmente non cortigiano, ma uomo libero. Infatti quando i Gonzaga gli chiesero di tornare, lui oppose un sereno e fermo rifiuto.
A Venezia compose altri capolavori come “Il combattiment di Tancredi e Clorinda” tratto dall’amato Tasso e ultima opera “L’incoronazione di Poppea”, degna di stare alla pari col Don Giovanni di Mozart. Ora i melomani mi “spareranno”… dirò l’indicibile: nessun compositore italiano può stare accanto a Monteverdi nemmeno Verdi, no, nemmeno lui. Porto a conforto della mia opinione, quella di Simone Weil che a Firenze assistette sia alla messa in scena di un’opera di Verdi, che lei trovò a tratti un po’ ridicola, sia l’Incoronazione di Poppea che fu per lei un’esperienza indimenticabile. E se non basta l’unico autore italiano che ho visto citare nei romanzi di Saramago è proprio, mi pare, Monteverdi…

Aldilà di queste opinioni personali, è però indubbio che la musica del ‘900 italiano, soprattutto, quando dovette ricercare nuovi stimoli, per uscire dalla gabbia dorata del melodramma, dovette rivolgersi a lui, al divino Claudio.
Se qualcuno mi chiedesse perché mi piace tanto Monteverdi non saprei dirlo. La sua musica, insieme pacifica ed emoziona, non è gonfia come quella romantica, è leggera e seria, parla dell’amore con una sensualità sconcertante, parla della morte col senso di chi sa cosa sia la morte, parla di Dio e dell’universo e ti porta davvero vicino a Dio, al mistero dell’universo. Tutto con una tecnica favolosa, una conoscenza della voce umana sorprendente, un senso della scena innato. 

Nell’Orfeo si narra della triste vicenda del mitico cantore che perde Euridice poco prima delle nozze e, grazie al suo canto, riesce a ottenere addirittura dal dio degli inferi di poter riportare l’amata Euridice sulla terra. Gli è concesso purché nel tragitto verso la luce resista alla tentazione di voltarsi. Orfeo non ce la fa, vinto da amore o da chissà quale paura si volge ed Euridice scompare per sempre. Orfeo finirà la sua vita nel rimpianto dell’amata, cantandola fino alla morte… In realtà l’opera si conclude con una visione meno pessimistica del mito, Orfeo viene assunto nell’Olimpo tra gli dei grazie alla sua capacità di musicista. 

In quest’opera, il librettista e amico di Monteverdi, Striggio usa talvolta le terzine dantesche e allora si misura la grandezza del musicista, uno dei pochi ad avere potuto con la sua arte accostarsi alla poesia dantesca, stando alla pari con l’arte del sommo poeta.
Concludo, rendendomi conto di non avere detto quasi nulla perché l’anima trabocca di fronte a tanta bellezza: chi già conosce Monteverdi sarà almeno un poco d’accordo con me, chi non lo conosce lo ascolti, forse dovrà ascoltarlo più di una volta, ma alla fine non potrà più farne a meno.





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