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02 febbraio 2009
“ESSERE AVVOCATO” - Mara MARANTONIO BERNARDINI
MARANTONIO BERNARDINI Mara

(segue)

Angiola Sbaiz aveva compiuto gli studi di giurisprudenza a Bologna, laureandosi, summa cum laude a 22 anni, con Arturo Carlo Jemolo e si era iscritta, tre anni dopo, nel 1934, al locale Albo dei Procuratori. Non erano trascorsi molti anni da quando le donne avevano avuto accesso alla professione: infatti, solo con la legge 17 luglio 1919, n. 1176, che aveva modificato le norme sulla capacità giuridica delle donne, era stato finalmente eliminato l’impedimento alla loro iscrizione negli albi.

Ella fu, in ordine di tempo, l’ottava ad iscriversi, presso l’Ordine bolognese, ma sarà la prima (e finora l’unica) ad esserne il Presidente; carica che ha ricoperto ininterrottamente dal 1978 al 1990. Sempre ha prestato la sua attenzione alla rilevanza, per le donne, dell’autonomia lavorativa e professionale; già anziana, confessava, in un’intervista ”…..Mi fanno paura quelle che non hanno una vita ed una professione propria. Sono più deboli, influenzabili, plagiabili da padri, mariti, figli”.

Per circa un sessantennio è stata una protagonista della vita forense. Dagli esordi presso lo studio Poggeschi, prima, e Zucconi, poi, per passare, negli anni della guerra, in quello prestigioso di un luminare come Enrico Redenti; fucina del diritto, che si trovava, e si trova tuttora, per le strane coincidenze della storia, nello stesso immobile dove, sia pure in un appartamento diverso, agli inizi del secolo scorso, fu consumato un celebre (e non ancora del tutto chiarito) fatto di sangue: il delitto Murri.

Negli anni dello sforzo bellico la componente maschile dello studio era impegnata altrove; dunque è sulla giovane Angiola, per tutti Lula, che grava il maggiore impegno; e lei non delude le aspettative! L’immediato dopoguerra, con tutta la compagine ricostituita, vede un susseguirsi di iniziative, di importanza nazionale, in un clima che potremmo definire da “roveto ardente”; a cominciare dalla fondazione, nel 1947, della celebre “Rivista trimestrale di diritto e procedura civile”, condiretta da firme illustri quali Antonio Cicu, Enrico Redenti, Tullio Ascarelli, Walter Bigiavi, e che si avvale soprattutto del contributi dei bolognesi, a cominciare dalla Nostra.
Ella sente l’esigenza di coniugare l’attività professionale con l’impegno politico (è stata lunghi anni consigliere comunale di minoranza, a cominciare dal 1956) e socioculturale (ad esempio stese lo statuto della Commissione regionale per le Pari Opportunità).

Una forte impronta hanno lasciato, in un lungo arco di tempo, gl’i interventi in occasione dei diversi Consigli nazionali forensi in tema, ad esempio, di riforma della legge professionale, di difesa del gratuito patrocinio, di sensibilizzazione della categoria ai problemi derivanti dalla lentezza dei processi. E molto, molto altro. Fede nell’avvocatura, vissuta sempre come milizia civile.

Di recente è uscito un volume che raccoglie numerosi suoi scritti. L’opera, illustrata da una stupenda prefazione di Giuliano Berti Arnoaldi Veli, che è anche un vero e proprio trattatello di storia dell’avvocatura bolognese, cui rimando volentieri, è stata presentata in occasione dell’ultimo Congresso nazionale forense, svoltosi nel novembre scorso ed è andata letteralmente a ruba. Ne attendiamo a breve una ristampa.

Di Angiola Sbaiz serbo tanti bei ricordi personali. Mi capitava di incontrarla o in occasione delle sedute del Consiglio comunale, cui assistevo, quando ero sposata da poco, per ragioni…coniugali; o lungo i corridoi del Tribunale; oppure per strada. Mi ispiravano fiducia e simpatia la sua figura dai modi autorevoli, mai autoritari o altezzosi: i lisci capelli grigi tagliati corti e via, il viso piatto dai lineamenti orientali, la franca parlata friulana. Rammento il giorno in cui m’intrattenne su quella che ella definiva una vera e propria piaga sociale: il doppio lavoro, svolto tra l’altro rigorosamente “in nero”, dai dipendenti pubblici: “Trascurano l’ufficio, maltrattano il pubblico, per poter scappare prima che possono. E i loro superiori gerarchici tollerano”.

Chiedeva con affettuoso interesse notizie dei miei figli, lei che non si è mai sposata, ma che ha voluto aggiungere il proprio cognome a quello dei due amatissimi nipoti, che ne sono così divenuti figlioli adottivi.
Sapienza, Onestà e Benevolenza, per dirla con Aristotele.
Un punto di riferimento costante per i Colleghi, e non solo; una maestra di vita, che ha dimostrato, col suo esempio, quanto sia importante, prima di “fare l’avvocato”, ESSERE AVVOCATO.




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