26 maggio 2009
"MORTE CEREBRALE E TRAPIANTO DI ORGANI" - Rosangela BARCARO e Paolo BECCHI
Nell’agosto del 1968 una Commissione istituita presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Harvard, formata da tredici membri, fra cui dieci medici, e presieduta da una figura di indiscusso prestigio come Henry Beecher, presentò un documento di poche pagine, di straordinario effetto, nel quale si pretendeva di aver fissato con certezza scientifica un nuovo ed attendibile criterio di morte che andava a sostituire quello tradizionale fondato sull’arresto cardiocircolatorio: la morte cerebrale, tale per cui lo stato di coma irreversibile doveva considerarsi equivalente alla morte dell’individuo. L’intento della Commissione di Harvard aveva altresì finalità pratiche. Si trattava innanzitutto di riuscire a stabilire se fosse possibile, senza incorrere nel rischio di togliere la vita ad un paziente morente, esponendosi così alla minaccia di denunce, interrompere i trattamenti che consentivano di mantenere i comatosi irreversibili in condizioni di “sospensione” tra la vita e la morte. A questa finalità se ne aggiungeva un’altra, relativa alla possibilità di disporre di potenziali donatori di organi da destinare ai trapianti.
La soluzione proposta dalla Commissione di Harvard era destinata ad incontrare un largo successo per diverse ragioni:
1) rispecchiava i risultati di studi e ricerche che mostravano come gli individui in stato di coma irreversibile andassero incontro ad arresto cardiaco o a complicanze entro un limitato periodo di tempo e fosse impossibile arrestare tale processo che conduce alla morte biologica del soggetto;
2) offriva la migliore legittimazione per lo sviluppo delle tecniche chirurgiche dei trapianti;
3) consentiva di aggirare l’ostacolo dell’eutanasia: se il paziente in quelle condizioni era già morto prelevargli il cuore o “staccargli la spina” non equivaleva ad ucciderlo. Si può uccidere un uomo che è ancora vivo, non un cadavere.
Considerando che con la morte di un individuo muta complessivamente il suo status giuridico e morale, si stabilì di considerare morti i pazienti che erano in coma irreversibile: questo permetteva di trattarli non più per l’appunto come pazienti, ma come cadaveri.
Da allora, come vedremo, molte cose sono cambiate nel dibattito scientifico e tuttavia la proposta del documento di Harvard è stata nel corso degli anni quasi universalmente accolta ed è la condizione necessaria che in molte legislazioni attuali permette di effettuare gli espianti di organi e tessuti. Possono parzialmente variare da paese a paese le modalità previste per l’accertamento della morte (o anche modificarsi nel corso del tempo all’interno di ciascun paese) ma l’idea che le guida e che sta alla base della liceità dei trapianti è quella per cui un uomo è morto quando sono cessate in modo irreversibile tutte le funzioni dell’intero encefalo.
Dopo la pubblicazione del rapporto di Harvard, i singoli Stati dell’Unione avrebbero potuto procedere all’approvazione di leggi che introducessero la definizione di morte basata su criteri neurologici. Lo Stato del Kansas (1970) e successivamente quello del Maryland (1971) si mossero in tale direzione ma, nel complesso, ci furono inaspettate dilazioni. I problemi filosofici sottesi al concetto di morte cerebrale erano più ardui di quanto si potesse pensare e non sembrava possibile trovare per essi una soluzione proveniente dall’ambito scientifico. Nel dibattito una domanda ricorreva con insistenza: “A quali condizioni la società dovrebbe trattare degli individui come morti – come non più appartenenti alla comunità umana?” Tale quesito sottintendeva una serie di questioni relative ad esempio alla condizione di vedovanza, al pagamento delle polizze assicurative, all’eventuale accusa di omicidio nei casi di violenza subìta dal paziente, al reperimento degli organi. Continuavano ad esistere differenti visioni sociali, filosofiche e religiose ed il contrasto interessava due posizioni fondamentali: quella secondo la quale non si poteva dichiarare la morte fino a che il sistema cardiocircolatorio non avesse smesso di funzionare, e quella sostenuta da quanti premevano per una definizione più radicale della morte intesa non come perdita irreversibile di tutte le funzioni dell’intero encefalo (whole brain death), ma piuttosto come perdita delle funzioni corticali e dunque di coscienza e capacità di relazione (higher brain death).
La President’s Commission for the Study of Ethical Problems in Medicine and Biomedical and Behavioral Research, istituita dal Presidente degli U.S.A. nel 1980, si occupò di tali questioni in un rapporto pubblicato nel 1981, intitolato Defining Death: in esso si accoglieva una definizione di morte comunemente nota come whole brain death.
Il lavoro della Commissione presidenziale valutava le condizioni che avevano reso necessario un cambiamento nelle procedure per l’accertamento della morte, analizzava le evidenze mediche, scientifiche e filosofiche relative ai diversi modi di intendere la morte cerebrale e faceva propria la nozione di morte come “perdita della capacità dell’organismo di esistere come un tutto integrato”. Nel rapporto l’encefalo veniva considerato come l’organo critico dell’integrazione, tanto che la cessazione irreversibile di tutte le sue funzioni si riteneva determinasse la perdita irrimediabile dell’integrazione dell’organismo e dunque la sua morte, la quale poteva essere accertata o mediante i tradizionali criteri cardiorespiratori oppure mediante i criteri e test neurologici.
Le raccomandazioni della Commissione miravano a far includere nella legislazione dei singoli Stati i nuovi metodi di accertamento della morte e a tenere separati la definizione statutaria di morte dal procedimento per il reperimento degli organi da destinare al trapianto e dalle norme legali per la sospensione dei trattamenti di sostegno vitale.
La Commissione presidenziale, con la collaborazione della American Bar Association, della American Medical Association, e della National Conference of Commissioners on Uniform State Laws, aveva posto sotto forma di statuto le conclusioni del proprio lavoro:
“Un individuo che abbia subìto o 1) una cessazione irreversibile della funzione circolatoria e respiratoria o 2) una cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’intero encefalo, incluso il tronco cerebrale, è morto. La determinazione di morte deve essere effettuata in accordo con gli standard medici accettati.”
Decretare per legge nuove condizioni in cui fosse consentito dichiarare la morte era indispensabile per evitare eventuali future controversie che avrebbero richiesto il giudizio dei tribunali; inoltre, distinguere, con provvedimenti legislativi separati, la dichiarazione di morte dalle disposizioni relative al reperimento degli organi doveva consentire di fugare eventuali dubbi sollevati dall’idea che nuovi criteri per l’accertamento della morte si fossero resi necessari per garantire la disponibilità di organi per il trapianto.
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