06 settembre 2009
“BURKINI SÌ O NO? UN’IPOTESI…” – Maria Rosa PANTÉ
PANTE' Maria Rosa
Premesse due cose:
che parlare di burkini non è un pettegolezzo, ma è parlare di modelli di convivenza fra culture diverse;
che, da persona e da donna, ritengo ogni forma di restrizione alla libertà femminile (a tutte le libertà invero) una grave violazione dei diritti elementari della persona,
mi permetto di proporre a chi legge un esperimento. Mettiamoci per un attimo nei panni di un altro, l’esercizio sarà più facile per una donna, ma è possibile per tutti.
Ecco, per un attimo tutti noi siamo una signora musulmana che vuole andare al fiume, in piscina come è suo diritto e come fanno coloro cui piace, nel caldo dell’estate, farsi un bagno ristoratore. Magari la signora è anche una brava nuotatrice.
Ci sono la sua amica italiana e quella anche lei musulmana, ma di un’altra tradizione, un altro gruppo religioso, con un marito o una famiglia meno tradizionalisti. Loro due vanno in costume: quello che solo da qualche decina d’anni è per noi un costume “normale” (non parlo dei mini mini e di altre stramberie, tutte lecite naturalmente!).
Dunque questa nostra amica che, sino ad ora, ha dovuto rinunciare al piacere della nuotata crede di aver trovato una soluzione: un costume che la ricopre tutta, però un costume a tutti gli effetti. “Fatto di poliestere il Burkini ha, infatti, tutte le caratteristiche tipiche del costume da bagno: leggero, aderente, facile da asciugare. È, tuttavia, un costume integrale, in quanto non lascia scoperta alcuna parte del corpo eccezion fatta per le mani, i piedi ed il viso… Citazione tratta dal sito http://www.girlpower.it/look/tendenze/burkini.php.
Persino la sua famiglia accetta questa possibilità: la donna è finalmente libera di nuotare!
Questa donna altrimenti isolata, confinata in casa, in una deformazione maschilista della sua tradizione, della sua religione, può finalmente uscire, incontrare nuove realtà, capire che un costume occidentale è più comodo. Forse in questo modo troverà la forza di modificare alcune delle peggiori caratteristiche della sua tradizione, se non per lei magari lo farà per la figlia.
Ma se questa donna noi contribuiamo a chiuderla in casa per via del suo costume (indossando il quale non ho capito quale legge violi, dato che il volto si vede) non facciamo altro che aiutare l’oppressione d’un soggetto debole; impedire una concreta possibilità di integrazione che non tradisca l’identità profonda di nessuna cultura, fomentare quel senso di insicurezza che oggi genera tanti guasti nei rapporti personali (e tante soddisfazioni elettorali a qualche partito).
Dunque cosa è meglio? Un burkini nel fiume, nella piscina o una donna chiusa nella sua casa, nella sua duplice oppressione?
Se si vuole che cambi qualcosa nell’Islam più integralista (che non è il vero Islam) bisogna dare alle donne, le prime vittime delle aberrazioni d’un sistema confezionato per i maschi, la possibilità di uscire, confrontarsi, vedere altre realtà in cui trovarsi bene, essere accolte.
Io credo che dalle donne e dai giovani (come in Iran) possa partire nell’Islam il lungo cammino verso un sistema sociale e politico democratico, rispettoso dei diritti di tutti.
Compito nostro, che siamo già, se non sbaglio, democrazia, sarebbe aiutare a comprendere le basi profonde, le qualità della nostra cultura, e cogliere anche il buono, il bello delle altre culture in un arricchimento continuo; ma soprattutto uno è il compito imprescindibile (ora piuttosto trascurato): aiutare gli oppressi; cosa che dovrebbe far felice Bossi che ha appena ribadito le radici cristiane della Lega.
(Cito ancora dal sito come ha reagito il governo australiano al burkini: “Anche il governo australiano non manca di sottolineare la forte innovazione che questo capo porta con sé. Grazie ad esso ha potuto, infatti, aprire anche alle ragazze musulmane i corsi per diventare bagnine, facendo un immenso balzo in avanti verso una sempre maggiore integrazione”.
Selvaggi e comunisti questi australiani!)
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