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Enciclopedia

Cooperative sociali

Sommario
1. Inquadramento delle cooperative in generale – 2. Le cooperative sociali: la legge n. 381/1991 – 3. La riforma del diritto societario: applicazione alle cooperative sociali – 4. Le categorie di soci – 5. La finalità perseguita e le attività svolte – 6. Le agevolazioni riconosciute


Bibliografia:
Travaglini 1997 – Schiano di Pepe e Graziano 1997 – Martinelli e Lepri 1997 – Rivetti 2004 – Moro e Perrini 2004 – Passera 2002 - Di Diego 2004 – Fici 2003 – Cusa 2006

1. Inquadramento delle cooperative in generale

L’art. 2511 c.c. stabilisce che le cooperative sono società a capitale variabile con scopo mutualistico. La norma riassume le caratteristiche fondamentali del modello cooperativo, richiamando espressamente la variabilità del capitale sociale, elemento assente nella precedente formulazione del codice civile, e confermando la centralità dello scopo mutualistico nella qualificazione delle società cooperative. Tradizionalmente, le cooperative sono caratterizzate dal principio della mutualità interna, la quale può essere definita adeguatamente con le parole della Relazione del Guardasigilli al Codice Civile del 1942, n. 1025, in cui si chiarisce che le società cooperative si distinguono nettamente dalle altre società per il perseguimento di uno “scopo prevalentemente mutualistico, consistente nel fornire beni e servizi ed occasioni di lavoro direttamente ai membri dell’organizzazione a condizioni più vantaggiosi di quelle che otterrebbero sul mercato, mentre lo scopo delle imprese sociali in senso proprio è il conseguimento e il riparto di utili patrimoniali”. Mutualità “interna” è dunque quella che nasce dal contratto di società e che rimane all’interno del contratto. E’ un effetto del contratto di società, che esplica la sua efficacia tra le parti, e solo tra le parti del contratto. Mutualità interna è dunque sinonimo di mutualità contrattuale e lo scopo mutualistico è “causa” del contratto di società cooperativa. La mutualità interna, intesa come reciprocità di azioni e di comportamenti, diventa dunque significativa, esprime valori ed acquista meritevolezza sociale, quando essa sia qualificata dalla particolare condizione sociale dei soggetti che se ne avvantaggiano, dalla particolare natura dei bisogni che essa viene chiamata a soddisfare e dal carattere aperto e democratico dell’organizzazione che la realizza (Schiano di Pepe e Graziano 1997, 7).

2. Le cooperative sociali: la legge n. 381/91

La legge 8 novembre 1991, n. 381 ha riconosciuto la cooperazione sociale, ossia un assetto organizzativo che permette alle cooperative tradizionali di svolgere funzioni di tipo sociale, superando i confini della mutualità interna. Invero, la novella in parola ha previsto la possibilità per tali cooperative di esercitare un’attività imprenditoriale, rispondente ai criteri di efficienza e di efficacia dell'azione intrapresa, allo scopo di realizzare un fine solidaristico. Le cooperative sociali hanno lo scopo di perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini attraverso:
a) la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi;
b) lo svolgimento di attività diverse – agricole, industriali, commerciali e di servizi – finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate (l. n. 381/91, art. 1).

Nelle cooperative sociali, l’elemento distintivo è rappresentato dalla cooperazione e, pertanto, da una forma lavorativa rivolta a determinare un vantaggio economico a coloro che fanno parte della struttura (Rivetti 2004, 218). Tuttavia, è utile segnalare che la cooperazione sociale, così come riconosciuta dalla legge in parola, costituisce un superamento del principio di mutualità come elemento strutturale del movimento cooperativo (Travaglini 1997, 17).

La l. n. 381/1991 ha, dunque, introdotto nel nostro ordinamento una figura giuridica d’impresa nella quale coesistono aspetti di natura pubblicistica e privatistica; i primi da riferirsi agli scopi, i secondi alla forma organizzativa (Rivetti 2004, 223).

La legge prevede in capo alle cooperative sociali di perseguire una finalità sociale nell’azione svolta, di servire determinate categorie di soggetti, nonché una compagine sociale ampia. Questo assetto, complesso e difficile da gestire, può costituire un vantaggio competitivo per le cooperative sociali, in quanto permette loro di essere maggiormente presenti nel territorio e legittimate, e quindi produrre servizi che rispondono con più efficacia e tempestività ai bisogni” (Moro e Perrini 2004, 42).


3. La riforma del diritto societario: applicazione alle cooperative sociali


A seguito dell’intervenuta riforma del diritto societario (d. lg. 17.1.2003, n. 6), le cooperative sociali sono state chiamate ad adeguare i propri statuti: le stesse, indipendentemente, dai requisiti di cui all’art. 2513 c.c., sono considerate, ai sensi dell’art. 111-septies, comma 1, delle disposizioni di attuazione del codice civile, cooperative a mutualità prevalente, per le quali valgono le disposizioni fiscali di carattere agevolativo previste dalla legge. Il legislatore ha avvertito la necessità di parificare a fini agevolativi le cooperative sociali alle cooperative ordinarie a mutualità prevalente sulla base del presupposto implicito che la finalità tipica delle cooperative sociali non consentirebbe loro di svolgere attività con i soci o comunque di svolgere prevalentemente attività con i soci (ciò cui sono invece tenute le cooperative di produzione, di consumo e di lavoro), valorizzando dunque i principi cui è ispirata l’azione delle cooperative sociali. (Fici 2003, 9-10).

Con riferimento allo statuto da adottare, il nuovo diritto societario ha stabilito che anche le cooperative sociali, alla stregua delle altre società, dovessero decidere se scegliere uno statuto che riproduca il modello delle s.p.a. ovvero quello che richiama l’esperienza giuridico-organizzativa delle s.r.l.

Le nuove disposizioni del codice civile introdotte dalla riforma del diritto societario hanno reso obbligatorio scegliere il sistema di amministrazione (governance interna), tra quello monistico, dualistico e tradizionale. La scelta di molte cooperative sociali sembra essere caduta su quest’ultimo, caratterizzato dalla presenza di un’assemblea generale dei soci, di un consiglio di amministrazione e di un collegio sindacale, che è quello più vicino alla prassi in uso nella quasi totalità di cooperative sociali” (Moro e Perrini 2004, 38).

Nelle cooperative sociali che hanno adottato la forma della srl, pertanto, l’assemblea generale dei soci elegge l’organo amministrativo e il collegio sindacale. Il modello legale in parola prevede che il consiglio di amministrazione sia nominato con decisione dei soci.

La maggioranza degli amministratori deve essere scelta tra i soci cooperatori ovvero tra le persone indicate dai soci cooperatori persone giuridiche. Le decisioni del consiglio di amministrazione sono adottate con il metodo collegiale, secondo cui “l’atto costitutivo può prevedere che le decisioni siano adottate mediante consultazione scritta o sulla base del consenso espresso per iscritto. In tal caso dai documenti sottoscritti dagli amministratori devono risultare con chiarezza l’argomento oggetto della decisione ed il consenso alla stessa” (c.c. 2475, 4° co.).

Il nuovo diritto societario, tuttavia, garantisce la possibilità alle cooperative sociali di modificare l’impianto di governo fornito dal modello legale e, conseguentemente, quest’ultimo può essere modificato, in sede di redazione o di modifica dello statuto (Di Diego 2004, 147).

Si segnala, infine, che le cooperative e i loro consorzi possono, ai sensi dell’art. 17, 2° e 3° co. del d. lgs. n. 155/06 (disciplina sull’impresa sociale) possono acquisire la qualifica di impresa sociale. A tal fine, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore del decreto, le cooperative sociali ed i loro consorzi possono modificare i propri statuti con le modalità e le maggioranze previste per le deliberazioni dell’assemblea ordinaria.


4. Le categorie di soci


L’elemento strutturale della cooperativa sociale è rappresentato dai soci, i quali operano per il conseguimento di una finalità di interesse generale rilevante per la comunità in cui la cooperativa sociale opera. Ancorché la legge n. 381/1991 non definisce un unico modello di cooperativa sociale, i soci sono individuabili in tre principali categorie:
(1) soci prestatori: ricevono dalla partecipazione alla cooperativa una qualche utilità economica correlata alla prestazione che forniscono. Rientrano tra questi i soci lavoratori ordinari, chi ha un rapporto di prestazione professionale oppure chi riceve un compenso come amministratore. Rientrano anche coloro che, pur prestando un'attività non retribuita, svolgono quest’ultima con la dichiarata attesa che lo sviluppo dell'attività della cooperativa generi per loro un'opportunità di lavoro. Al pari rientrano le persone che ricevono, in relazione all’attività svolta, prestazioni in natura (vitto, alloggio), normalmente vivendo in strutture comunitarie;
(2) soci fruitori: ottengono, grazie all'attività specifica della cooperativa, il soddisfacimento di un loro bisogno. Rientrano in questa categoria le diverse persone svantaggiate (anziani, portatori di handicap, ecc.) utenti dei servizi e dell'attività della cooperativa, nonché i loro familiari;
(3) soci volontari: operano in modo personale, spontaneo e gratuito, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà. Il loro numero non può essere superiore al 50% del numero complessivo dei soci della cooperativa.

Alle categorie di soci sopra descritte si può aggiungere anche quella dei “soci finanziatori”, evoluzione della specie dei soci sovventori delle mutue assicuratrici, identificabili in quei soci che apportano un contributo finanziario necessario alla crescita della cooperativa, quale impresa.(Cusa 2006, 58-59).


5. La finalità perseguita e le attività svolte

Una delle principali novità introdotte dalla legge n. 381/91 è indubbiamente rappresentata dal fatto che i soci operino per il conseguimento di una finalità di solidarietà. Per la prima volta, infatti,in Italia, è stata riconosciuta la possibilità che un socio di un’impresa persegua non solo il proprio interesse, bensì soprattutto l’interesse generale delle comunità locali e, in particolare, dei soggetti svantaggiati (Martinelli e Lepri 1997, 21).

Per quanto riguarda l’oggetto sociale, é stata riconosciuta alle cooperative sociali la possibilità di condurre, in via alternativa:
(a) servizi socio-sanitari ed educativi (cooperative sociali cosiddette di tipo a), definiti di tipo caring;
(b) attività produttive finalizzate all'inserimento lavorativo di persone svantaggiate (cooperative sociali cosiddette di tipo b), definite, secondo la terminologia anglosassone, cooperative sociali training.

Le novità da ricercare nella prima tipologia consistono nella facoltà di operare non solo sul fronte socio-sanitario, ma anche su quello dell’educazione. Se poi si aggiunge la possibilità di integrare nella compagine sociale professionalità specialistiche, quali ad esempio medici, se ne ricava come essa sia oggi in grado di offrire servizi integrati sia per aree di intervento che per professionalità impiegate.

Attualmente le cooperative sociali di “tipo a)” vantano una buona presenza soprattutto nei seguenti campi di intervento: assistenza domiciliare a favore di portatori di handicap e di anziani, centri diurni, interventi domiciliari a favore di portatori di handicap e minori.

Quanto alle cooperative di “tipo b)”, l’innovazione risiede nell’individuazione di esse come strumento privilegiato e specialistico per l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati (portatori di handicap fisici e psichici, tossicodipendenti, condannati ammesse alle misure alternative alla detenzione, ecc.), nonché come soggetto titolato a svolgere formazione professionale, a lavorare per una piena integrazione sociale delle persone in difficoltà e a favorire (se possibile) un loro successivo avviamento lavorativo esterno alla cooperativa. Nelle cooperative sociali di “tipo b”, le categorie elencate all’art. 4 della l. n. 381/1991 sopra richiamate, ed ampliate con la successiva legge 22-6-2000, n. 193, recante “Norme per favorire l’attività lavorativa dei detenuti” (art. 1), espressione di stati di svantaggio individuale e/o sociale, trovano una loro collocazione “ideale”.

Le cooperative sociali operanti nel campo dell’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate rivestono, pertanto, un ruolo del tutto particolare nei progetti di inclusione sociale derivante dall’essere contestualmente realtà imprenditoriali con un proprio status giuridico fondato sui principi della mutualità e democraticità organizzativo-gestionale e soggetti concorrenti, secondo logiche innovative, alla concretizzazione di politiche attive del lavoro nel più ampio quadro di quelle sociali in funzione della effettiva esigibilità dei diritti di cittadinanza, secondo quanto affermato dalla Carta costituzionale (Passera 2002, 67).

Allo scopo di favorire l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate nell’ambito di una cooperativa sociale, la legge n. 381/1991 prevede che i soggetti in argomento devono “compatibilmente con il loro stato soggettivo devono essere socie della cooperativa stessa” (l. 8-11-1991, n. 381, art. 4), rappresentare almeno il 30% della forza lavoro della cooperativa.


6. Le agevolazioni riconosciute

Le potenzialità riconosciute dalla l. 381/1991 hanno portato alla concessione della fiscalizzazione del carico contributivo per i soggetti svantaggiati avviati al lavoro. Da ciò discende che le aliquote complessive della contribuzione per l’assicurazione obbligatoria previdenziale ed assistenziale dovute alle cooperative sociali, relativamente alla retribuzione corrisposta alle persone svantaggiate di cui al presente articolo, sono ridotte a zero (l. 8.11.1991, n. 381, art. 4, 3° co.). Inoltre, è riconosciuta la possibilità di operare in deroga alle normali procedure contrattuali della pubblica amministrazione, nel caso di forniture pubbliche assegnate a cooperative sociali di inserimento lavorativo (l. 8-11-1991, n. 381, art. 5, 1° co.).

Questo carattere peculiare delle cooperative sociali di “tipo b)” è stato riconosciuto dalla giurisprudenza amministrativa, che ha sottolineato come l’obiettivo del legislatore del 1991 sia quello di incoraggiare il fenomeno cooperativistico nel suo specifico aspetto di intervento di utilità sociale, come aggregazione spontanea di risorse umane ed economiche con evidenti spinte solidaristiche, che può contemplare un regime derogatorio a quello ordinario di affidamento dei servizi da parte degli enti pubblici (T.A.R. Lombardia, 2.12.1996, n. 1734, TAR, 1997, II, 484).

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