Diritto, procedura, esecuzione penale / punibilità, sanzioni
30/09/12

"ART. 216 COMMA 4 L.F. E PROBLEMI DI COSTITUZIONALITÀ" - Cass. pen. 8.6.2011 n. 30687 – Ruggero BUCIOL

Secondo il costante insegnamento della Corte costituzionale, «previsioni sanzionatorie rigide non appaiono pertanto in armonia con il “volto costituzionale” del sistema penale» (Corte. cost., 2 aprile 1980 n.50 alla quale si richiama anche la più recente Corte cost., 4 aprile 2008 n.91.  In osservanza di tale principio si sono espresse numerose sentenze della Suprema Corte anche in materia di inabilitazione all’esercizio di impresa commerciale e incapacità all’esercizio di uffici direttivi presso qualsiasi impresa prevista in misura fissa dall’art. 216 ultimo comma L. Fall., statuendo come: «la pena accessoria dell’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale applicata con la sentenza di condanna per il reato di bancarotta – dalla legge determinata solo nel massimo – deve avere durata eguale a quella della pena principale inflitta, secondo quanto previsto dall’art. 37 c.p.» (Cass. Sez. V., 08.06.2011, n.30687).  Le motivazioni di tale consolidato orientamento si fondano sulla considerazione che la sanzione accessoria in questione, nonostante sia caratterizzata dalla temporaneità, abbia natura afflittiva risolvendosi in un’incisiva limitazione dei beni di rilevanza costituzionale, quali la libertà di iniziativa economica, il diritto al lavoro e le finalità rieducative della pena, di cui, rispettivamente, agli artt. 41, 35 e 27 comma 2 Cost. con la conseguenza che «una interpretazione adeguatrice e costituzionalmente ordinata impone una lettura della norma dettata in materia fallimentare nei termini che la durata della pena accessoria deve essere fissata dal Giudice indipendentemente da ogni automatismo, in misura proporzionale, se non identica, a quella della pena principale, in applicazione dei criteri di giudizio di cui all’art. 133 c.p.» (Cass., Sez V, 31.03.2010, n.23720; nello stesso senso anche Cass., Sez. V, 22.01.2010, n. 9672). Peraltro la predetta sentenza del 31 marzo 2010, ha definito «obbligata» siffatta interpretazione in casi aventi ad oggetto l’applicazione del patteggiamento cd. allargato, «laddove concordata la pena da applicare per il reato di bancarotta fraudolenta…[omissis]… omessa qualsivoglia previsione in merito alle pene accessorie e, pertanto, applicate d’ufficio per la durata fissata dalla legge, deve necessariamente constatarsi la totale assenza di proporzionalità tra pena principale e pene accessorie» (Cass., Sez V, 31.03.2010, n.23720).

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