Cultura, società / intersezioni
11/08/12

“POLIFEMO” – Maria Rosa PANTÈ

La diversità, la fragilità, i mostri... chi salvare, chi eliminare. Chi è il mostro nella vicenda del minorato mentale giustiziato negli USA in questi giorni?

Sulla diversità del mostro, sul dubbio di chi mai sia il mostro un mio racconto.

Aveva un solo occhio, acuto come quello d’un rapace; stava al centro della fronte, era enorme, come smisurato era tutto il suo corpo. Viveva sulle cime più alte dei monti: monti duri, petrosi, che parevano gettarsi a capofitto nelle onde del mare siculo, tanto profondo da sembrar nero anche sotto la luce del sole. Viveva con la sua gente: erano tutti simili a lui, grossi come montagne e con un occhio solo, potente, al centro della fronte spaziosa, circondata da irsuti capelli e barbe incolte. Non coltivavano, raccoglievano i frutti donati dalla madre natura, allora generosa, allevavano però capre: gli unici animali che vivessero bene su quelle cime e che dessero latte e formaggio saporiti. Viveva una vita tranquilla, Polifemo, finché dall’alto della montagna più alta un giorno guardo giù, verso il mare, suo padre. Col suo occhio, nero e brillante, potente come quello d’un’aquila, vide sulla spiaggia una fanciulla accingersi al bagno. Ella si credeva al riparo da sguardi importuni, perciò si tolse il bianco peplo: ne emerse la candida pelle, mai offesa dai raggi troppo cruenti del sole di Sicilia. Polifemo ne distinse la giovane snellezza delle membra, i capelli quasi rossi, intravide a pena il volto, che le sembrò strano, ma bello. Quella creatura aveva due occhi! Polifemo fu un poco disturbato da questa particolarità, ma il candore della pelle, il corpo flessuoso lo decisero a scendere le ripide pareti della rocca per verificare che la fanciulla non fosse un’illusione, inviata dagli dei..

Scese dunque a precipizio, aveva gambe lunghe e robuste come grandi cipressi, quando giunse lei era ancora in acqua e sorrideva ad occhi chiusi, sorrideva al sole. Con gli occhi chiusi Polifemo la trovò ancora più bella, ma la giovane percepì la presenza estranea, subito spalancò gli occhi e, con grande raccapriccio del gigante, lanciò un urlo acutissimo. Polifemo si tappò le orecchie e chiuse il suo grande occhio, poi parlò gentile. “Bella fanciulla, chi sei? Non ti preoccupare della mia presenza: rispetterò il tuo pudore. Vedi? Ho chiuso l’occhio acciò che tu ti vesta. Non urlare più, non vergognarti della tua nudità. Ma dimmi il tuo nome. Io sono Polifemo, figlio di Poseidone e vivo sulle montagne inaccessibili, coi miei compagni, i Ciclopi.”

Ah, misero gigante, la giovane non aveva urlato temendo pel suo onore, ma per la sua vita: il tuo aspetto l’aveva terrorizzata giacché non aveva mai veduto nulla di simile.

Poiché non poteva sfuggire, tu l’avresti raggiunta in due passi, cercò di assecondarti. Ti disse, con una voce che non avresti mai più scordato, di chiamarsi Galatea, anch’essa di stirpe divina, era una Nereide, una ninfa del mare: eravate quasi parenti. “Apri gli occhi amico Polifemo, sono vestita ora”. Si sedettero vicini, quasi senza parlare, Polifemo in eterna contemplazione di Galatea, Galatea con lo sguardo perduto nel mare, cullata dalla voce del gigante, ché la voce era bella, belle le cose che andava dicendo.

Si incontrarono spesso, sulla spiaggia, nei prati, vicino a fonti canore: Polifemo sapeva con certezza che voleva vederla, sentirla, voleva toccarla, ma non osava, Polifemo sapeva con certezza che non voleva staccarsi da lei: quello doveva essere eros, di cui aveva sentito talvolta parlare. Galatea invece non capiva perché accettasse di incontrare lo strano essere con quell’orrendo occhio in mezzo alla fronte. Le piaceva ascoltarlo, era gentile, ma appena tentava di guardarlo l’invadeva una nausea in mezzo al petto: era scuro, troppo grande e aveva un occhio solo! Che scherzo era mai quello? Tutti gli esseri viventi che conosceva avevano almeno due occhi, uno di fianco all’altro e in mezzo un bel naso. Lui no! Però continuava a vederlo.

L’ultimo incontro avvenne nel prato consueto, al crepuscolo: era primavera, una stagione che invita all’amore, risveglia i sensi. Polifemo non si contentava più di quei fugaci incontri così, suo malgrado e come da lontano, sentì la sua voce parlare d’amore a Galatea.

 

Galatea, bianca farfalla dalle ali

arancioni, fiore tra i fiori,

mia dolcezza, ti amo

con furore e saggezza,

amo il tuo collo chinato

il volto che il sole non osa toccare

le tue mani che mai m‘hanno sfiorato,

di te amo, la voce profonda

come gli abissi che ci generarono,

amo anche i tuoi occhi

pur che sono due,

della loro stranezza non mi curo.

Ti amo per quella che sei:

di più amo il tuo pudore

che t’invita a non guardare mai

sfacciatamente il mio volto bramoso

del tuo respiro, del tuo amore.

 

Mentre le parlava non poteva sapere di essere ridicolo: così grosso e goffo, con l’unico occhio commosso e ardente. Galatea decise di resistere e osservarlo ben bene, nell’orrore le venne da ridere. Ahimè, la fanciulla tanto bella e gentile, candida e armoniosa non poté resistere e scoppiò in una risata stridula, stridente con tutto il suo aspetto. Rideva e sussultava, rovinando la perfezione dei suoi lineamenti, che sembravano franare. Rideva, rideva, ma senza divertimento, rideva con perfidia, con sarcasmo! Nel gigante, che le stava di fronte, vedeva solo una ridicola bruttezza, non si avvide dell’amore, della solennità di quell’unico occhio ora sempre più stupito.

Era questa la reazione d’una fanciulla innamorata? Pur non essendo avvezzo ai sentimenti, Polifemo sentiva che Galatea era lontana, sempre più lontana. Tra le risa, finalmente, si levò una voce nuova, gutturale, di pancia, era la stessa Galatea? Cosa mai gli stava gracchiando?

 

“Ah, ah, ah! Amico mio, t’inganni

non fu pudore, né casto ritegno

quel che m’impedì di sfiorarti

l’irsuta gota e di guardare

il tuo volto. No, amico mio,

osservare quel tuo unico occhio

mi dava una vertigine.

Non potevo guardarti, ahimè,

giacché tu, tu… sei un mostro!

Orrida bruttezza è la tua,

ridicolo il tuo amore.

È meglio che il mostro mai ami,

poiché mai sarà riamato.

Addio, povero mostro.”

 

Fuggì via la Nereide, senza ripensamenti, senza voltarsi, non la morse il famelico rimorso; non vide l’immensa lacrima stillare da quell’occhio, color del mare. Polifemo non sapeva che fosse un mostro, ma aveva inteso il rifiuto, senza amicizia, senza affetto o comprensione. Era stato un rifiuto sarcastico e  crudele.

Così cominciò, il gigante, duri e terribili i lamenti, come tuoni, come voci del vulcano, sua dimora.

Alberi, fonti, montagne, il mare stesso, tutto fu scosso dalle urla: anche Galatea le udì e tremò di paura, non a torto.

Dopo i lamenti che gettarono uomini, dei e natura in uno stupito terrore, ci fu, repentino, il silenzio. Innaturale: il silenzio degli animali, dei pianti dei bambini, delle voci dei mercanti, il silenzio del gigante, spossato dal dolore e dall’umiliazione.

Di questo silenzio Galatea ebbe ancor più tema e non a torto.

Polifemo prese a seguirne col suo unico occhio, che vedeva anche di notte, come un gatto, le mosse. S’avvide che godeva dei fiori e lui li sradicò. Comprese che si beava del volo delle farfalle e lui strappò loro le candide ali. Tutto ciò che allietava Galatea, il gigante distruggeva con fredda rabbia. Galatea sapeva che l’occhio orrido la seguiva passo passo, non vide mai Polifemo, solo la distruzione che lasciava dietro di sé.

Per lungo tempo si rifugiò tra le Nereidi, sue sorelle, sperando che il gigante se ne tornasse alla sua dimora, sul vulcano, e la dimenticasse. Pensava di mai più percorrere quelle spiagge, finché un giorno, nuotando poco discosto dalla riva, vide una barca di pescatori. Il sole colpiva le spalle possenti di uno di essi, che era intento a issare la rete, aveva la testa ricciuta abbassata per lo sforzo. Alzò infine il capo e Galatea vide per la prima volta la bocca carnosa, il sorriso candido, gli occhi neri, brillanti, di Aci, il pescatore. Lo vide e se ne innamorò, scordando Polifemo e ogni pericolo.

Fatale oblio!

Polifemo, infatti, ancora scrutava l’isola alla ricerca dell’amata-odiata ninfa, così li scorse. Due giovani abbracciati sulle stesse spiagge in cui lui aveva invano sperato di sfiorare la guancia di Galatea. Ed ora eccola avvinghiata a quel gracile ragazzo; che però, aveva due occhi. Polifemo, allora, decise che glieli avrebbe strappati!

Con pazienza scrutò gli amori dei due giovani e la sua rabbia crebbe, crebbe la sua disperazione: era un mostro, mai avrebbe provato tanta dolcezza. Con pazienza attese il momento in cui Aci fosse rimasto solo. E il momento venne.

Il giovane pescatore, ignaro, attendeva Galatea: stava seduto di fronte al mare e lo guardava, pregustando le gioie dell’amore. D’un tratto sentì un rauco e terribile ansimare, si volse. Non ebbe nemmeno il tempo di urlare; Polifemo l’aveva colpito con un masso e l’aveva ucciso. In fondo fu pietoso, Aci morì ancora pronto per l’amore. Pure il gigante sentì che non bastava, ancora la sua ira ribolliva. Che avrebbe fatto un mostro?

Cosa avrebbe fatto un mostro?

Il gigante per un attimo si sentì svuotato, alzò lo sguardo e la vide. Era lei, Galatea: occhi sbarrati, respiro affannoso. Osservava Aci, il bel volto disteso nella quiete, gli occhi ancora aperti e come vivi, il petto sfondato dal masso. Polifemo con occhio tristissimo, poiché non aveva mai ucciso nulla e nessuno, prese delicatamente il corpo e si volse per portarlo alla ninfa.

“Non toccarlo, mostro, mostro” così urlava Galatea.

E Poliremo si ricordò ch’era un mostro, cosa, cosa poteva mai fare un mostro di più terribile che uccidere? Sentì l’odio rimontargli in petto, aveva tra le braccia il corpo molle e disarticolato e davanti l’affanno e il disgusto della sua amata, che lo considerava un mostro.

 

Mosse le mani, meccanicamente:

strappò, e cedettero le membra di Aci,

si sentì secco lo schiocco delle ossa

spezzate, lo stridìo della pelle

strappata e apparve rossa

la carne, nuda. Meccanicamente

alla bocca portò un pezzo di quella

carne rossa, come un orrido trionfo,

la trangugiò pur senza masticarla.

Questo doveva fare un mostro. Il sangue

copioso già colava dalla barba

ne era intriso anche il petto;

metodico il gigante continuava

il corpo misero a sbranare: nulla,

nulla avanzerò, nulla per la ninfa.

Lo fissava per sempre ammutolita

come morta. Il gigante guardò il mare,

tutto spolpò quel corpo un tempo intatto.

Si sentì sporco, pensò di lavarsi

e il sangue mescolò

con le onde atre, salmastre:

udì il mugghio terribile,

lo sdegno di suo padre.

Egli non lo ascoltò,

guardò la ninfa con cupo rimpianto,

si volse: ormai era solo.

Un mostro maledetto da suo padre:

di lì a poco arrivò

il marinaio, Ulisse.

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