Risarcire sino in fondo le vittime,
proteggere le persone fragili, far respirare i nuovi diritti

Biblioteca / scienze sociali
20/06/10

"DAMBISA MOYO, LA CARITA' CHE UCCIDE" – Sabrina PERON

La civiltà occidentale è massicciamente permeata dalla cultura degli aiuti, ossia da quella cultura che muove dall’imperativo morale di donare a chi ha meno.
La cultura degli aiuti – che in molti paesi occidentali ha anche radici cristiane – negli ultimi decenni si è incrociata con l’industria dell’intrattenimento (quella che C.  Hedges nel suo libro The Empire of Illusion, definisce la cultura delle illusioni che cannibalizza se stessa mentre si smarrisce in una sorta di oblio di massa), sino a divenirne una parte fondamentale: personalità medianiche, stelle del cinema, leggende del rock, abbracciano con entusiasmo la filosofia degli aiuti, ne propagandano la necessità, rimproverano i governi di non fare abbastanza (ad esempio, proprio recentemente, la rock star Bob Geldof ha accusato il governo italiano di non fare abbastanza per l’Africa).
La domanda che pone Dambisa Moyo (economista originaria dello Zambia, con una laurea in economia ad Oxford ed un Master ad Haward) è la seguente: negli ultimi anni più di un trilione di dollari sono stati donati all’Africa, ma questi aiuti hanno davvero migliorato le condizioni del continente? La risposta che da il libro è un categorico e secco no. Secondo l’Autrice le notevoli somme che ogni anno si riversano in Africa mascherano l’idea sbagliata ma molto diffusa in Occidente che gli aiuti sotto qualsiasi forma essi si esplichino, sono un sempre positivi.
Va precisato che il libro non si occupa degli aiuti umanitari o di emergenza (attivati e distribuiti in risposta a catastrofi e calamità) e neppure degli aiuti portati dalle varie organizzazioni non governative. L’opera focalizza le proprie critiche ai soli aiuti governativi concessi ai paesi africani sotto forma di prestiti (a tassi di interessi inferiori a quelli di mercato) o di sovvenzioni a fondo perduto.
Quella che Moyo chiama la “favola degli aiuti” ebbe inizio nel luglio 1944 durante un incontro tenutosi a Bretton Woods, quando sullo sfondo della Seconda guerra mondiale oltre settecento delegati di quarantaquattro nazioni decisero di configurare un sistema globale di gestione finanziaria e monetaria. Nel giugno del 1947 all’Università di Haward, il segretario di Stato USA George C. Marshall presentò una proposta in base alla quale gli Stati Uniti avrebbero fornito un pacchetto di aiuti di circa 20 miliardi di dollari per aiutare l’Europa devastata dal dopoguerra ed in cambio i governi europei avrebbero attuato un piano di rinascita economica (si ricorda che la fetta più grossa degli aiuti venne distribuita tra Francia, Italia e Germania). Il piano Marshall fu un successo dacché riportò nell’Europa Occidentale stabilità economica e conseguente crescita del benessere dei suoi cittadini. Proprio da questo successo, secondo la Moyo, scaturì l’idea di fornire aiuti anche ai paesi del continente africano che man mano si stavano liberando del pesante giogo del colonialismo.
Per spiegare come mai i paesi africani sono cronicamente pervasi da guerre, epidemie, carestie e povertà diffusa, sono state addotte molte ragioni: geografiche, storiche, cultural, tribali e istituzionali. Tali ragioni, pur essendo di per sé convincenti, non appaiono del tutto soddisfacenti, inoltre, tutte evitano di affrontare il tabù degli aiuti e le paradossali contraddizioni di cui sono portatori, esemplificate come segue: “in Africa c’è un fabbricante di zanzariere che ne produce circa cinquecento la settimana. Dà lavoro a dieci persone, ognuna delle quali deve mantenere fino a quindici famigliari. Per quanto lavorino sodo, la loro produzione non è sufficiente per combattere gli insetti portatori di malaria. Entra in scena un divo di Hollywood che fa un gran chiasso per mobilitare le masse e incitare i governi occidentali a raccogliere e inviare centomila zanzariere nella regione infestata dalla malaria, al costo di un milione di dollari. Le zanzariere arrivano e vengono distribuite: davvero una buona azione. Col mercato inondato dalle zanzariere estere però il nostro fabbricante viene immediatamente estromesso dal mercato, i suoi dieci operai non possono più mantenere centocinquanta persone che dipendono da loro (e sono ora costrette ad affidarsi alle elemosine) e, fatto non trascurabile, entro cinque anni al massimo la maggior parte delle zanzariere importate sarà lacera, danneggiata e inutilizzabile”.
A ciò si aggiunga che gli aiuti favoriscono la corruzione (in quanto sono “fungibili, facili da sottrarre, dirottare o sfruttare”), così che le nazioni aiutate piombano in un circolo vizioso: l’assistenzialismo (come si è visto dall’esempio sopra riportato) scoraggia gli investimenti; minori investimenti riducono la crescita economiche e, quindi, le occasioni di lavoro; ne segue un aumento dei livelli di povertà, alla quale l’Occidente risponde con un nuovo incremento degli aiuti. A questo punto il circolo vizioso si avvita in una spirale verso il basso.
In definitiva secondo la Moyo, gli aiuti da un lato, incrementano la corruzione e l’inflazione; dall’altro lato, indeboliscono le istituzioni; dall’altro lato ancora, favoriscono la riduzione degli investimenti interni: “in una realtà di dipendenza dagli aiuti, i governi dei paesi poveri non provano più la necessità di ricorrere agli introiti delle imposte. Una minore imposizione fiscale può sembrare un fatto positivo, ma la sua assenza porta al collasso dei naturali controlli ed equilibri tra governo e cittadini”.
Questa la pars destruens del libro. Ma quali soluzioni propone l’Autrice? La risposta della Moyo è una graduale (ma rigorosa) riduzione degli aiuti sistematici (da attuare in un arco temporale che va da cinque a dieci anni) che dovrà andare di pari passo con un incremento degli investimenti (anche stranieri) che porti alla creazione di un mercato interno stabile in grado di realizzare infrastrutture efficienti ed in grado di eliminare la corruzione diffusa. Corruzione che solitamente si accompagna con un labirinto di trafile burocratiche nel quale si smarrisce ogni tentativo di concludere affari (ad esempio in “Camerun un investitore che cerchi di ottenere una licenza commerciale impiega in media quattrocentoventisei giorni (cioè quasi un anno e tre mesi per completare quindici procedure), mentre in Cina occorrono sono trecentotrentasei giorni e trentasette procedure, e negli USA solo quaranta giorni e diciannove procedure”). La gamma di alternative agli aiuti proposte dalla Moyo vanno dallo sviluppo del commercio, all’introduzione di mercati di capitale, all’incoraggiamento delle forme di micro-credito (secondo il modello proposto dall’economista indiano Amartya Sen)
In questa prospettiva, l’Autrice guarda con favore la massiccia campagna di investimenti realizzata dalla Cina in tutto il continente africano (anche se non si può sottacere che gli investimenti cinesi si sono concentrati sui paesi ricchi di materie prime): “barattare infrastrutture con riserve energetiche è una prassi ben compresa sia dai cinesi che dagli africani. Si tratta di uno scambio di favori, e non ci si illude su chi fa cosa, per chi e perché. Alcuni pensano che la Cina stia utilizzando l’Africa per i propri scopi politici ed economici: per continuare a crescere all’attuale ritmo estremamente rapido, la Cina ha bisogno di carburante e l’Africa ne possiede. Ma per l’Africa si tratta di sopravvivere; nell’immediato, ottiene quello di cui ha bisogno: capitali di qualità che finanzino davvero gli investimenti, posti di lavoro per la sua popolazione, e la crescita che le è sfuggita. E’ quanto gli aiuti internazionali promettevano e non sono mai riusciti a realizzare”.



Per saperne di più:

Video del dibattito tenuto da Dambisa Moyo al Cato Institute “Dead Aid: Why Aid Is Not Working and How There Is a Better Way for Africa”: http://www.cato.org/event.php?eventid=5917

Altri articoli sull’argomento si possono leggere:

http://www.nybooks.com/articles/archives/2006/oct/05/aid-can-it-work/

http://www.opendemocracy.net/roger-c-riddell/is-aid-working-is-this-right-question-to-be-asking


Altri libri che si possono leggere sull’argomento:

William Easterly, The White Man’s Burden: Why the West’s Efforts to Aid the Rest Have Done So Much Ill and So Little Good. Penguin, 436 pp., $27.95

Robert Calderisi, The Trouble with Africa: Why Foreign Aid Isn’t Working, Palgrave Macmillan, 249 pp., $24.95

Si veda infine il Rapporto Europeo per lo sviluppo 2009: Superare la fragilità in Africa – Forgiare un nuovo approccio europeo, in http://erd.eui.eu/media/ERD%20Report_IT.pdf

Stampa
 
Joomla SEO powered by JoomSEF

Associazione Persona e Danno C.F. 90107070329 | Tutti i diritti riservati © 2013-2014 - Realizzazioni Web Altavista - Web Agency | admin

CSS Validity XHTML Validity