Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2016-02-03

14 COLPI DI COLTELLO ALLA EX: DALLO STALKING ALLOMICIDIO - Cass. pen. 4133/16 – Annalisa GASPARRE

-      Atti persecutori

-      Clausola di sussidiarietà "salvo che il fatto costituisca più grave reato"

-      Rapporto con maltrattamento in famiglia

Un imputato era stato condannato per gravi reati: omicidio aggravato, atti persecutori (assorbiti nell"omicidio aggravato) in danno della ex compagna nonché minaccia aggravata e lesioni personali in danno di un soggetto accorso in aiuto della vittima. L"uomo condannato contestava la sussistenza del reato di stalking, in quanto condotta rilevante ai fini dell"aggravante dell"omicidio.

La Corte precisa che l"aggravante di cui all"art. 576, comma 1, n. 5.1 del c.p. si configura anche nel caso di improcedibilità del delitto di stalking ovvero in caso di assenza di previa condanna: ai fini dell"imputazione dell"aggravante, il giudice può accertare la sussistenza del reato in via incidentale ai sensi dell"art. 2 c.p.p., anche quando, appunto, manchi la condizione di procedibilità (di regola, infatti, il reato di atti persecutori è punito a querela).

Quanto al "concorso" (in senso atecnico) tra stalking e maltrattamento in famiglia, la Corte ha chiarito che i rapporti tra i due reati, alla luce della clausola di sussidiarietà prevista dall"art. 612 bis c.p. vanno letti nel senso che si applica il più grave reato di maltrattamenti in famiglia quando vi è un vincolo familiare o affettivo mentre residua la condotta aggravata di atti persecutori quando, pur nascendo il fatto nell"ambito di una comunità familiare, siano posti in essere in conseguenza della cessazione del legame.

La clausola di sussidiarietà "stabilisce una incompatibilità radicale tra il delitto di atti persecutori e quello di maltrattamenti in famiglia?" Secondo i giudici la risposta è negativa. In proposito si valorizza "la strutturale differenza tra i due reati e evidenziando che il reato di maltrattamenti "si sostanzia in una condotta vessatoria che unifica e da senso a molteplici offese, sì da prevaricare e umiliare costantemente e abitualmente il familiare", mentre quello di atti persecutori "offende la persona (rectius: la sua libertà morale) e può essere commesso da tutti al di fuori di una necessaria interrelazione personale con la vittima".

La Cassazione ha precisato che è configurabile l'ipotesi aggravata del reato di atti persecutori in presenza di "comportamenti che, sorti nell'ambito di una comunità familiare (o a questa assimilata), ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulino dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo familiare ed affettivo o comunque della sua attualità temporale".

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Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 15 dicembre 2015 – 1 febbraio 2016, n. 4133 - Presidente Novik – Relatore Rocchi

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di assise di appello di Genova confermava quella del G.I.P. del Tribunale di Sanremo, che aveva condannato B.Z. alla pena di anni 30 di reclusione per i delitti di omicidio aggravato, minaccia aggravata, porto fuori dalla propria abitazione di un coltello, atti persecutori e lesioni personali, ritenuto il reato di atti persecutori assorbito nella contestazione di quello di omicidio, riuniti i reati per continuazione e applicata la diminuente del rito.
Secondo l'imputazione, B. , che da oltre un anno molestava, minacciava e percuoteva E.A.Z. con la quale aveva avuto una relazione sentimentale più volte interrotta, l'11/11/2011 l'aveva colpita con un coltello di forma allungata e acuminata all'addome, al torace e al polso con 14 colpi, provocandone la morte; immediatamente dopo aveva minacciato con lo stesso coltello B.L. che era accorso, al fine di conseguire l'impunità.
La responsabilità dell'imputato non è contestata: come si evince dai motivi di ricorso, piuttosto, è oggetto di contestazione l'affermazione di responsabilità per il delitto di atti persecutori (capo D dell'imputazione) nonché quella per uno specifico episodio di lesioni (capo E). La contestazione del delitto sub D rileva ai fini dell'applicazione dell'aggravante di cui all'art. 576, comma 1, n. 5.1. cod. pen., che comporta la pena dell'ergastolo, applicata dai giudici di merito previo diniego delle attenuanti generiche, con conseguente riduzione della pena ad anni trenta di reclusione in forza del rito abbreviato.
In sede di appello, la difesa dell'imputato aveva sostenuto l'inesistenza della suddetta aggravante, sottolineando che B. non era stato condannato definitivamente per il delitto di cui all'art. 612 bis cod. pen. e sostenendo che, all'epoca del delitto, B. e la vittima erano conviventi, situazione che non permetteva di configurare il delitto di atti persecutori, sussidiario rispetto al più grave delitto di maltrattamenti in famiglia.
La Corte riteneva che non fosse necessaria una previa condanna del responsabile dell'omicidio rispetto al delitto di atti persecutori per la sussistenza dell'aggravante; riteneva inoltre che non sussistesse una ontologica incompatibilità tra la fattispecie di atti persecutori e le violenze di coppia: il reato è nato proprio per meglio tutelare la persona che subisce una persecuzione all'interno di una coppia, cosicché sarebbe stata contraddittoria un'interpretazione che diminuisse la tutela in presenza di un rapporto di convivenza.
La Corte riteneva astrattamente possibile anche la concorrenza delle due fattispecie di maltrattamenti e atti persecutori, sostenendo che condotte riconducibili al delitto di atti persecutori, anche se poste all'interno di una coppia convivente, rientrano nell'ambito di applicazione dell'art. 612 bis cod. pen., con la conseguente integrazione dell'aggravante di cui all'art. 576, comma 1, n. 5.1.
Secondo la sentenza impugnata, nel caso in esame sussisteva il delitto di atti persecutori anche con riferimento alle telefoniate minatorie effettuate dall'imputato nei confronti dei parenti della vittima e dagli stessi ad ella non riferiti, nonché con riferimento al delitto di lesioni personali (autonomamente contestato anche come delitto di lesioni sub E): in effetti, la responsabilità per quell'episodio si evinceva dalle prime dichiarazioni della persona offesa, nonché dalle dichiarazioni di una sua amica e di sua madre.
Le restanti contestazioni dell'appellante erano del tutto generiche, mentre le condotte poste in essere integravano il reato contestato; invece non era configurabile il diverso delitto di cui all'art. 572 cod. pen., in quanto l'imputato era spinto esclusivamente da una gelosia patologica, mentre la donna non era costantemente oggetto di vessazione, tanto da essere libera di scacciare l'imputato e di allontanarsi dall'Italia, con ciò dimostrando l'assenza di ogni subalternità rispetto all'uomo.
La madre della vittima, comunque, aveva riferito che ormai i due giovani non erano conviventi: la figlia non si riteneva legata all'uomo, ma piuttosto lo temeva.
La Corte confermava la correzione della data delle lesioni contestate al capo E, erroneamente indicata nell'imputazione in conseguenza di errore materiale; negava le attenuanti generiche in ragione della gravità della condotta e della personalità dell'imputato; riteneva adeguata la misura della libertà vigilata per anni cinque; disponeva l'interdizione legale dell'imputato durante l'esecuzione della pena, che il giudice di primo grado aveva omesso per mera dimenticanza.
2. Ricorre per cassazione il difensore di B.Z. , deducendo distinti motivi, con i quali deduce:
2.1. violazione di legge processuale con riferimento all'ordinanza con la quale la Corte territoriale aveva corretto l'imputazione nella data di consumazione del reato sub E (lesioni personali ai danni della stessa E.A.Z. ), da quella originariamente indicata dell'8/10/2011 a quella dell'8/10/2010, ritenendo l'originaria indicazione frutto di errore materiale. La correzione aveva prodotto una modificazione essenziale dell'atto e, quindi, non poteva essere adottata come correzione. Il ricorrente ne aveva fatto oggetto di uno specifico motivo di appello;
2.2. nullità della medesima ordinanza di correzione in quanto adottata immediatamente in udienza senza l'osservanza del termine di comparizione previsto dall'art. 127 cod. proc. pen., richiamato dall'art. 130, comma 2, cod. proc. pen.;
2.3. vizio di motivazione con riferimento al motivo di appello con il quale aveva eccepito la mancanza di querela per il reato di atti persecutori, nonché la mancanza della connessione di cui all'art. 612 bis comma 4 cod. pen., con conseguente improcedibilità d'ufficio del reato;
2.4. violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento alla ritenuta aggravante del delitto di omicidio di cui all'art. 576, comma 1, n. 5.1 cod. pen.: poiché il delitto era stato commesso prima della riforma del 2013, all'epoca il reato di atti persecutori non era compatibile con una relazione sentimentale in atto, come quella tra il ricorrente e la vittima; anche il giudice di primo grado aveva espresso tale orientamento, ritenendo, peraltro, cessata la relazione sentimentale.
Il ricorrente sottolinea, al contrario, che la permanenza della relazione sentimentale all'epoca dell'omicidio era dimostrata dalla mancata contestazione dell'aggravante di cui all'art. 612 bis, comma 2, cod. pen. e da ulteriori dati specificamente indicati;
2.5. violazione di legge e vizio di motivazione nella parte in cui la sentenza aveva affermato la responsabilità per il delitto di atti persecutori per alcune delle condotte contestate all'imputato, peraltro a lui non riferibili o che avevano avuto come destinatari soggetti diversi dalla vittima dell'omicidio: si trattava di telefonate minatorie fatte ai parenti della vittima, mentre questa si trovava in (…), che essi non le avevano comunicato;
2.6. violazione di legge e vizio di motivazione, avendo la Corte territoriale ritenuto operante l'aggravante di cui all'art. 576, comma 1, n. 5.1 cod. pen. anche in assenza di una sentenza definitiva di condanna per il delitto di atti persecutori, con la conseguenza che il ricorrente non poteva essere considerato "autore del delitto di cui all'art. 612 bis cod. pen.";
2.7. vizio della motivazione con riferimento all'affermazione di responsabilità per il delitto di lesioni dell'(omissis): la vittima aveva indicato tre soggetti autori dell'aggressione, riconosciuti nel fascicolo fotografico, tra cui non vi era l'imputato;
2.8. analoghi vizi con riferimento alla mancata concessione delle attenuanti generiche, alla durata della libertà vigilata e all'irrogazione della sanzione accessoria dell'interdizione legale durante l'esecuzione della pena da parte della Corte territoriale in violazione del principio di reformatio in pejus.
Il ricorrente conclude per l'annullamento della sentenza impugnata.
3. È pervenuta memoria dell'imputato.

Considerato in diritto

Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.
1. Manifestamente infondati sono i primi due motivi, relativi alla correzione dell'imputazione sub E (lesioni personali) con riferimento alla data dell'episodio: da una parte, è evidente che nel corso del dibattimento la Corte non doveva procedere con la procedura prevista in camera di consiglio (del resto non imposta a pena di nullità) poiché nella fase dibattimentale il contraddittorio tra le parti è pienamente garantito in ogni momento, senza necessità di instaurarlo ad hoc; dall'altra, l'errore materiale era evidente, se si considera che lo stesso episodio era menzionato nell'imputazione sub D con l'indicazione della data esatta; per lo stesso motivo il ricorrente non può lamentare alcuna lesione del diritto di difesa.
2. Il terzo motivo e il sesto motivo (mancanza di querela per il delitto di atti persecutori e mancanza di una sentenza di condanna dell'imputato per lo stesso reato) sono infondati e irrilevanti.
Come sottolineato dalla Corte territoriale, l'aggravante di cui all'art. 576, comma primo, n. 5.1. cod. pen. - e cioè l'aver commesso il fatto da parte di chi sia l'autore del delitto di cui all'art. 612 bis cod. pen. nei confronti della medesima persona offesa - è configurabile anche in caso di improcedibilità del predetto reato (Sez. 5, n. 38690 del 12/04/2013 - dep. 19/09/2013, P.M. in proc. I, Rv. 257091) e può essere ritenuta dal Giudice anche in assenza di previa condanna dell'imputato: in effetti, se la legge avesse preteso, per ritenere sussistente l'aggravante, una precedente condanna del responsabile di omicidio o lesioni per il delitto di atti persecutori avrebbe usato le espressioni presenti nell'art. 99 cod. pen. sulla recidiva ("Chiunque, dopo essere stato condannato per un delitto... ne commette un altro..."); al contrario, in base all'art. 576, comma 1, n. 5.1. cod. pen., la responsabilità per il delitto di atti persecutori può essere accertata - in via diretta o anche solo incidentalmente, in caso di improcedibilità - dallo stesso Giudice che deve applicare la predetta aggravante.
La dizione usata per indicare il presupposto per l'aggravante - l'essere il colpevole di omicidio o lesioni "autore del delitto di cui all'art. 612 bis cod. pen." indica, poi, la chiara volontà del legislatore di sganciare l'applicazione dell'aggravante dalla condanna per il delitto di atti persecutori: infatti, si può essere autori di un reato anche senza essere per esso processati o processabili; il giudice, in base al principio dell'art. 2 cod. proc. pen., risolverà incidentalmente la relativa "questione penale" così da giungere alla decisione sulla sussistenza dell'aggravante.
La tesi opposta, del resto, porterebbe a conseguenze inique, facendo discendere conseguenze assai gravi in punto di pena dal comportamento della persona offesa sottoposta ad atti persecutori.
Si deve ricordare che il medesimo principio è stato affermato con riferimento all'aggravante del nesso teleologia) di cui all'art. 61, n. 2, cod. pen., affermandosene la configurabilità anche quando il reato-fine sia perseguibile a querela di parte e questa non sia stata presentata, essendo irrilevante l'applicazione di una causa di improcedibilità (Sez. 2, n. 32862 del 19/06/2012 -dep. 21/08/2012, D'Alessio, Rv. 253166; Sez. 4, n. 36971 del 01/07/2003 - dep. 26/09/2003, Piovini e altro, Rv. 226375).
3. I motivi di ricorso concernenti la responsabilità per il delitto di atti persecutori (si ribadisce: rilevante al solo fine dell'applicazione dell'aggravante di cui all'art. 576, comma 1, n. 5.1. cod. pen.) sono infondati.
In primo luogo il ricorrente ripropone una questione giuridica: poiché il delitto è precedente alla riforma dell'art. 612 bis cod. pen. operata dal d.l. 14/8/2013, conv., con modif., in legge 15 ottobre 2013, n. 119, l'ipotesi aggravata di cui all'art. 612 bis c. 2 cod. pen. avrebbe potuto essere contestata solo se la relazione affettiva tra imputato e vittima fosse cessata (in effetti, la riforma ha sostituito l'espressione "persona che sia stata legata da relazione affettiva con la persona offesa", con "persona che è o è stata legata da relazione alla persona offesa", permettendo la contestazione dell'aggravante anche nel caso in cui il persecutore sia attualmente legato alla vittima dei suoi atti); non lo era stata perché la relazione sentimentale tra B. e la E.A. era ancora in corso all'epoca dell'omicidio; di conseguenza le condotte contestate dovevano essere qualificate come relative al delitto di maltrattamenti in famiglia, ai sensi dell'art. 572 cod. pen., che doveva trovare applicazione in quanto reato più grave in forza della riserva di cui all'art. 612 bis cod. pen. ("Salvo che il fatto costituisca più grave reato..."); la mancata applicazione della fattispecie dell'art. 612 bis cod. pen. impedirebbe, in definitiva, il riconoscimento dell'aggravante più volte richiamata.
L'argomentazione, pur prendendo spunto da un dato oggettivo - la modifica dell'aggravante di cui all'art. 612 bis comma 2, cod. pen. operata nel 2013 -prova troppo.
In effetti, la modifica normativa non incide affatto sulla questione della compatibilità tra le due fattispecie di reato, limitandosi ad aggravare la condotta di chi pone in essere la condotta persecutoria ai danni di chi è legato da relazione sentimentale con l'autore: cosicché la modifica può essere letta anche come conferma che il delitto di cui all'art. 612 bis cod. pen. può essere commesso mentre la relazione è ancora in corso, tanto che il legislatore ha ritenuto di sanzionarlo più gravemente.
In altre parole, la modifica del 2013 non risolve il tema della portata della riserva di cui al primo comma ("Salvo che il fatto costituisca più grave reato..."): essa stabilisce una incompatibilità radicale tra il delitto di atti persecutori e quello di maltrattamenti in famiglia?
La sentenza impugnata risponde motivatamente in senso negativo, sottolineando la strutturale differenza tra i due reati e evidenziando che il reato di maltrattamenti "si sostanzia in una condotta vessatoria che unifica e da senso a molteplici offese, sì da prevaricare e umiliare costantemente e abitualmente il familiare", mentre quello di atti persecutori "offende la persona (rectius: la sua libertà morale) e può essere commesso da tutti al di fuori di una necessaria interrelazione personale con la vittima".
Effettivamente questa Corte, con la sentenza menzionata dalla Corte territoriale, ha condiviso questa impostazione, stabilendo che, salvo il rispetto della clausola di sussidiarietà prevista dall'art. 612 bis, comma primo, cod. pen. - che rende applicabile il più grave reato di maltrattamenti quando la condotta valga ad integrare gli elementi tipici della relativa fattispecie - è invece configurabile l'ipotesi aggravata del reato di atti persecutori (prevista dall'art. 612 bis, comma secondo, cod. pen.) in presenza di comportamenti che, sorti nell'ambito di una comunità familiare (o a questa assimilata), ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulino dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo familiare ed affettivo o comunque della sua attualità temporale (Sez. 6, n. 24575 del 24/11/2011 - dep. 20/06/2012, Frasca, Rv. 252906); in motivazione non si escludeva affatto un concorso apparente di norme che renda applicabili entrambi i reati, di maltrattamenti e di atti persecutori.
La Corte aggiunge un ulteriore dato: quello della pregressa cessazione della convivenza tra imputato e vittima, attestata dalla madre di quest'ultima; valutazione in fatto contrastata con argomentazioni di merito dal ricorrente per buona parte non autosufficienti e, comunque, niente affatto idonee a dimostrare la manifesta illogicità della sentenza nel dare credito alla donna.
Che poi le condotte analiticamente contestate al capo D integrassero il reato di atti persecutori è contrastato in maniera del tutto generica dal ricorrente, che sostiene che "i restanti episodi di cui al capo D) dell'imputazione sono stati attribuiti al prevenuto in forza di una motivazione assolutamente generica e contraddittoria, la quale ha fatto riferimento a non meglio specificati referti di strutture sanitarie pubbliche e ad interventi delle Forze di Polizia, senza peraltro puntualizzare la tempistica di tali interventi": censura che elude una motivazione assai ampia e argomentata (la sentenza di primo grado forniva ulteriori elementi analitici sugli episodi); non bisogna inoltre dimenticare che, con l'atto di appello, la difesa dell'imputato, più che negare le condotte contestate, sosteneva che "i fatti violenti del 20 gennaio e del marzo 2011 sono del tutto marginali".
Infine, il motivo di ricorso concernente l'episodio di lesioni contestato autonomamente al capo E e inserito nell'elenco degli atti persecutori di cui al capo D, è manifestamente infondato: la Corte territoriale motiva adeguatamente sugli elementi di prova convergenti che indicavano B. come autore della condotta.
4. Anche gli ulteriori motivi relativi alla quantificazione della pena sono infondati, risultando la motivazione della sentenza impugnata ampia e niente affatto illogica, sicuramente rientrante nei parametri indicati da questa Corte.
La Corte non ha violato il principio del divieto di reformatio in pejus nello stabilire l'interdizione legale dell'imputato durante l'esecuzione della pena, trattandosi di un effetto automatico della condanna.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché a rifondere le spese sostenute dalla parte civile per questo grado di giudizio, che liquida in complessiva Euro 3.000 oltre accessori di legge a carico dello Stato.



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