Articoli, saggi, Libertà costituzionali -  Mottola Maria Rita - 2015-02-01

1° COMANDAMENTO NON AVRAI ALTRO DIO. II^ PARTE: LIBERTA RELIGIOSA

Abstract: La libertà religiosa. Nella parola. Libertà di espressione. Nei gesti. Simboli religiosi. Nell'apparenza. La libertà di aggregazione e di adesione alla chiesa

Come abbiamo già detto, nel precedente lavoro, la nostra Costituzione ha operato una netta divisione tra Stato e chiese. I Patti Lateranensi, infatti, sono un trattato riconducibile al diritto internazionale.

Ma l'indipendenza dello Stato laico dalla Chiesa, o dalle chiese, deve coesistere con l'indipendenza della Chiesa, o delle chiese. E quel dare a Dio ciò che è di Dio, anche se non se ne riconosce l'esistenza, o, forse e a maggior ragione, proprio perché non se ne riconosce l'esistenza.

Ma se da un lato le prerogative delle chiese sono regolamentate da accordi bilaterali e da leggi che trovano origine dalla stessa costruzione di uno Stato laico che, come tale, deve porre se stesso in condizione di rispettare i diritti di tutti e di tutte le organizzazione e formazioni tutelate dagli artt. 2 e 3 della Carta Costituzionale, ove è più arduo trovare un equilibrio è nel rispetto dei diritti individuali, in quella libertà di essere 'religioso', cioè di esprimere sentimenti religiosi, di partecipare a riti religiosi, di manifestare pensieri religiosi. Uno dei gesti rituali del cattolico rammenta come la Parola debba essere ragionata nella testa, custodita nel cuore, ma anche affiorare sulle labbra. Chi è veramente credente non può farsi scudo di false e aberranti mistificazioni, egli è cattolico, ebreo, protestante, ortodosso, mussulmano in ogni momento della sua vita, lungo percorsi, spesso, scoscesi e incerti, irti di difficoltà, di ripensamenti, di abbandoni, di incertezze. Chi crede veramente vive il dubbio e lo vince. E simile all'uomo coraggioso che non è spavaldo e incosciente, bensì accorto e ragionevole, capace di percepire la paura e di vincerla.

La libertà religiosa si esercita con la parola, con i gesti e con l'appartenenza, è libertà di espressione, di manifestazione e di aggregazione.

Lo Stato laico può, quindi, relegare la religione a mero fatto privato? E' certo che vi siano stati alcuni eventi che possono far credere che si stia cercando  di operare tale 'segregazione', inaccettabile per il credente che deve poter esprimere la sua fede, con le parole, con i gesti, con la condivisione.  E questo non perché lo debba fare per proselitismo, perché la gioia che prova, l'ardore che cova non può avere argini se non il ragionevole e doveroso rispetto dell'altro. Così San Francesco ammoniva i suoi fraticelli:

Dice il Signore: "Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe" (Mt 10,16). Perciò qualsiasi frate che vorrà andare tra i Saraceni e altri infedeli, vada con il permesso del suo ministro e servo.(...)  I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio (1Pt 2,13) a e confessino di essere cristiani.  L'altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio (Gv 3,5) (capitolo XVI - Di coloro che vanno tra i saraceni e gli altri infedeli – regola non bollata 1221 a.d.)

Dunque, grande rispetto per le altre fedi, bando alla spavalderia e all'incoscienza, cautela e ragionevolezza ma anche coraggio di dire la verità.   E' giusto ritenere che la verità sia strumento di divisione e di lotta? E per evitare divisioni e lotta in luogo della 'verità' dobbiamo proporre mille e una verità, così che ognuno possa costruirsela su misura, questa verità? Il negare l'esistenza di una Verità da cercare e da perseguire, un valore assoluto a cui fare riferimento come metro dei nostri giudizi e delle nostre azioni porta, conseguentemente, a negare la possibilità che esista l'altra faccia della Verità e cioè la menzogna. Tutto così diviene relativo, tutto è concesso e permesso sino all'espansione ultima della libertà, bene supremo privo di limiti e, in realtà, vuoto di contenuti. Nessuno possiede la Verità, questo è certo, la Verità può solo essere ricercata e avvicinata mai conquistata definitivamente, ma essa esiste. Per tutti. Le strade possono essere differenti ma conducono alla stessa meta.

Come può essere definita la libertà religiosa? Quale è il suo contenuto? 'Gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l'hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell'ordinamento giuridico della società' (Decreto7 dicembre 1965 di Paolo VI Dignitatis humanae).

Certamente 'il principio di laicità – nell'elaborazione della Corte Costituzionale – si impone come pietra angolare del patto repubblicano permettendo ad ogni cittadino di riconoscersi nella Repubblica e sottraendo il potere politico all'influenza dominante di ogni opzione spirituale o religiosa, perché sia possibile la convivenza. (...) L'unica regola, appunto laica, da rispettare è quella di non pretendere di imporre le proprie credenze a tutti e di veder tradotte in leggi universali le proprie posizioni particolari, rivendicando condizioni di privilegio e 'colonizzando' l'ambito pubblico, che per definizione è lo spazio che tutti hanno in comune e che nessuno può possedere in proprio. Questo significa fare della sfera pubblica sia il luogo di discussione in cui ogni identità si rapporta all'alterità, sia il punto di congiungimento tra la collocazione comunitaria degli individui e la loro identità di cittadini, la prima inevitabilmente parziale e circoscritta, e l'altra contrassegnata da quella comune cultura pubblica che fa tutt'uno con l'adesione alle regole pattuite della vita associata'.*

Ma come si concilia tale ricostruzione con l'introduzione di un reato di opinione? Recentemente grande scalpore ha fatto il d.d.l. Scalfarotto che sembrerebbe, appunto, introdurre un reato di opinione, fatto estremamente grave in uno stato di diritto. Il testo unificato elaborato dalla Commissione Giustizia, all'articolo 1, comma 1, novella l'articolo 3 della c.d. legge Reale, inserisce tra le condotte di istigazione, violenza e associazione finalizzata alla discriminazione anche quelle fondate sull'omofobia o sulla transfobia. Conseguentemente, si punisce chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi fondati sull'omofobia o transfobia, chi istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi» fondati sull'omofobia o transfobia; chiunque partecipa – o presta assistenza all'attività – a organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi aventi tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi fondati sull'omofobia o transfobia. Con tali norme si intendono punire non fatti di propaganda legati a superiorità ed odio (compresi nella prima parte della norma) ma chi commetta od istighi a commettere atti fondati sull'omofobia o la transfobia. Molte organizzazioni cattoliche si sono opposte a tale innovazione e per tale motivo si è subito parlato di oscurantismo religioso.

A ben vedere la norma non esplicita la condotta, non spiega ciò che debba intendersi come omofobo o meno, e ciò porta a conferire un potere discrezionale al P.M. e al Giudice che dovrebbe preoccupare tutti, soprattutto coloro che rifacendosi a Voltaire sono disposti a dire 'Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere'. E' omofobo sostenere che i figli hanno diritto ad avere un padre e una madre? E' omofobo sostenere che la famiglia composta da un uomo e da una donna è la famiglia naturale costituzionalmente protetta? E' omofobo sostenere che l'educazione sessuale ai bambini possa comprometterne la loro crescita armoniosa?

La libertà di espressione non può essere compressa se non per tutelare diritti di pari rango costituzionale, ma non vi è dubbio che esprimere opinioni sulla famiglia, sui rapporti tra genitori e figli, sull'educazione dei figli della cui crescita si ha la responsabilità, non può essere inteso come un atto di violenza o di istigazione alla violenza. Appare evidente che le norme di cui si chiede l'approvazione parlamentare abbiano un contenuto ideologico che mal si concilia con uno stato pluralista e, appunto, laico.

Perché Stato laico non implica che laici siano anche i suoi cittadini che, in gran parte laici, nel senso di non religiosi, non sono. 'Abbiamo bisogno, oggi più che mai, per evitare uno scontro che si consumerebbe non tra grandi religioni ma al loro interno e, nella stessa area culturale, tra quanti credono e quanti non credono, di una laicità dello stato riconosciuta e confermata da tutti. L'allora cardinale Ratzinger ha scritto che qualora si tentasse 'una teologizzazione della politica, allora ci sarebbe una ideologizzazione della fede (...) e la politica non si desume dalla fede ma dalla ragione. In questo senso lo stato dev'essere uno stato laico, profano nel senso positivo'. Sì, lo stato deve essere laico e deve sapere che la società civile, invece, laica non è: per questo lo stato deve difendere la libertà di coscienza e vigilare su una coesistenza pacifica tra tutte le componenti della società, opponendosi a ogni forma di violenza utilizzata per promuovere convinzioni religiose e morali' **

L'altro aspetto è rapportabile ai segni esteriori, in particolare grande spazio mediatico hanno avuto le decisioni che hanno portato a escludere il crocifisso nei luoghi pubblici.

Il Consiglio di Stato ha stabilito che le disposizioni di cui all'art. 118 R.D. 30 aprile 1924 n. 965 e quelle di cui all'allegato C del R.D. 26 aprile 1928 n. 1297 debbono considerarsi ancora operanti (Parere 16 luglio 2002, Avvocatura dello Stato di Bologna) e quindi nelle aule scolastiche è ammesso il crocifisso.

La Corte di Cassazione (Sez. III, 13-10-1998) ha affermato che 'il principio della libertà religiosa, collegato a quello di uguaglianza, importa soltanto che a nessuno può essere imposta per legge una prestazione di contenuto religioso ovvero contrastante con i suoi convincimenti in materia di culto, fermo restando che deve prevalere la tutela della libertà di coscienza soltanto quando la prestazione, richiesta o imposta da una specifica disposizione, abbia un contenuto contrastante, con l'espressione di detta libertà: condizione questa, non ravvisabile nella fattispecie' e, quindi, non vi è offesa al senso religioso in presenza di simboli religiosi in edifici pubblici.

La Corte Costituzionale con ordinanza 389/2004, a seguito di ordinanza di remissione del TAR Veneto avente per oggetto le norme che indicano come arredo scolastico anche i crocifissi non si è pronunciata perché ha ritenuto che le norme esaminate avessero natura regolamentare, norme prive di forza di legge, sulle quali non può essere invocato un sindacato di legittimità costituzionale, né conseguentemente, un intervento interpretativo. Tale affermazione ha portato dirigenti scolastici ad escludere il presepe nelle scuole, per esempio.

L'incongruità e le scelte ideologiche che sostengono certe decisioni si evidenziano, per esempio, in una sentenza della Cassazione Penale chiamata a decidere un caso di rifiuto a eseguire attività di scrutatore (Cass. pen., Sez. IV, 1 marzo 2000, n. 439, in Giur. Cost., 2000, p. 1121). La sentenza ha ritenuta legittima un'obiezione di coscienza – non prevista dalla legge -  di uno scrutatore che sosteneva che la condotta dell'amministrazione pubblica che non aveva eliminato i crocifissi dai seggi fosse contraria al suo sentimento religioso. L'assurdità della decisione risiede nel fatto che nel seggio ove doveva operare l'interessato non era esposto tale simbolo.

Ma la Corte Europea è intervenuta a mettere un punto fermo nella questione (Camera Grande CE Diritti dell'uomo 18 marzo 2011, n. 234) escludendo che lo Stato Italiano abbia violato le norme che garantiscono la libertà religiosa (vedi http://www.personaedanno.it/liberta-costituzionali/camera-grande-ce-diritti-dell-uomo-18-marzo-2011-n-234-il-crocifisso-simbolo-o-scandalo-maria-rita-mottola).

Le parole, i gesti e le feste religiose non possono essere considerate una forma di offesa per chi non appartiene alla stessa fede o che non è credente. Sono manifestazioni del singolo e delle chiese, manifestazioni esteriori tutelate dalla Costituzione e che rappresentano momenti di crescita, di confronto, di elaborazione sociale e culturale. Se visti da questa prospettiva non possono nuocere ma arricchire chi vive la fede e la società nel suo insieme.

Una cliente di cittadinanza albanese mi raccontava di ricordare che suo padre e suo zio si ritiravano in un luogo sicuro il venerdì per pregare, erano mussulmani e l'Albania era un paese ateo e ogni manifestazione religiosa severamente vietata. Quando giunse la libertà suo padre invitava i figli a fare festa ogni volta che i loro amici e compagni di scuola facevano festa fossero, mussulmani, cattolici, ortodossi o protestanti, non aveva importanza. 'La loro festa è festa anche per noi!'

*La laicità nella giurisprudenza della Corte Costituzionale  Stefano Rossi  11/04/2007

** La differenza cristiana Enzo Bianchi Giulio Enaudi Editore 2006



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