Legislazione e Giurisprudenza, Ordinamento penitenziario -  Caporale Sabrina - 2014-03-01

41bis: TRA ESIGENZE INVESTIGATIVE E TUTELA DEI DIRITTI UMANI. UN DURO CONFRONTO – Cass. pen. 9689/2014 – S. CAPORALE

Situazioni di emergenza .- Art. 41 bis L. 354/1975 "In casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza, il ministro di grazia e giustizia ha facoltà di sospendere nell'istituto interessato o in parte di esso l'applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti e degli internati. La sospensione deve essere motivata dalla necessità di ripristinare l'ordine e la sicurezza e ha la durata strettamente necessaria al conseguimento del fine suddetto. Quando ricorrano gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica, anche a richiesta del Ministro dell'interno, il Ministro della giustizia ha altresì la facoltà di sospendere, in tutto o in parte, nei confronti dei detenuti o internati per taluno dei delitti di cui al primo periodo del comma 1 dell'articolo 4-bis, in relazione ai quali vi siano elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con un'associazione criminale, terroristica o eversiva, l'applicazione delle regole di trattamento e degli istituti previsti dalla presente legge che possano porsi in concreto contrasto con le esigenze di ordine e di sicurezza. La sospensione comporta le restrizioni necessarie per il soddisfacimento delle predette esigenze e per impedire i collegamenti con l'associazione di cui al periodo precedente".

In un periodo di incertezza e disordine normativo che a ben vedere, contraddistingue il nostro sistema penitenziario attuale (e non solo), è sempre più difficile parlare di tutela, garanzie e diritti con riferimento ad imputati, condannati e detenuti … a maggior ragione se trattasi di detenuti "speciali", come quelli sottoposti al regime del c.d. "carcere duro" o 41bis cit.

Molti, sono gli apsetti che, più volte hanno richiamato l"attenzione di Istituzioni, Giudici, società, opinione pubblica, oltreché l'interesse delle corti europee e, diversi i sentimenti che animano il "sentire comune" quando ad entrare in scena sono gli esponenti di realtà mafiose o, in generale di organizzazioni a stampo criminale, coinvolti in procedimenti giudiziari per la tutela dei propri diritti.

Così il caso quest"oggi sottoposto all"esame della Suprema Corte di Cassazione.

Il fatto in breve.

Un detenuto, noto esponente mafioso, sottoposto al regime speciale di cui all"art. 41 bis della legge 354/1975 scrive una lettera indirizzata al proprio figlio. Il presidente della Corte di Assise di Trapani giusto provvedimento, ne dispone il trattenimento della stessa, sull"assunto – peraltro, poi, confermato anche in sede di giudizio di secondo grado – che in essa fossero presenti "messaggi cifrati" nonché "indicazioni numeriche sospette". «Sospetto era il riferimento ad una specifica persona, senza riferimento ad una precedente conversazione, così come sospetta era la specificazione della misura delle scarpe, del tutto inutile, poiché lo scrivente aveva specificato che la misura era la stessa del figlio; inoltre l'indicazione delle misure era erronea e ciò suscitava ulteriori sospetti».

Per la cassazione di siffatto provvedimento proponeva ricorso in ultima istanza il figlio dell"anzidetto detenuto, nonché destinatario della missiva, denunciando quanto segue.: "Il semplice sospetto che una missiva possa essere strumento per veicolare all'esterno messaggi dal contenuto illecito non è elemento idoneo a comprimere un diritto di rango costituzionale. Al contrario, il provvedimento deve essere ancorato a fatti oggettivi, debitamente accertati", a cui il Tribunale non aveva adempiuto., avendo preferito basarsi per lo più su una presunzione di illiceità estranea alla ratio della norma e, così violando gli artt. 8 della CEDU, 27 e 111 della Costituzione".

Sul punto la pronuncia della Cassazione.

«La norma dell'art. 18 ter legge 354 del 1975 contempla le esigenze attinenti alle indagini o investigative o di prevenzione dei reati, ovvero ragioni di sicurezza o di ordine all'istituto. Se è vero che non è sufficiente un mero sospetto della sussistenza dei presupposti previsti dalla norma, è anche vero che gli elementi concreti che devono essere evidenziati possono portare ad argomentazioni presuntive non espresse in termini di certezza: in altre parole, non deve essere dimostrato che la missiva inviata dal detenuto inciti o ordini la commissione di reati (ad esempio: che il capo mafioso detenuto con un messaggio criptico ordini un omicidio) ovvero contenga messaggi rivolti ad altri partecipi all'associazione mafiosa, così eludendo la ratio del regime di cui all'art. 41 bis ord. pen.; è sufficiente che gli elementi concreti facciano ragionevolmente dubitare che il contenuto effettivo della missiva sia quello che appare dalla semplice lettura e temere che il detenuto abbia voluto trasmettere un messaggio che abbia a che fare con le "esigenze" indicate dall'art. 18 ter cit».



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