Legislazione e Giurisprudenza, Matrimonio, famiglia di fatto -  Ricciuti Daniela - 2016-09-02

7 anni dopo la compagna ci ripensa: lui non è il vero padre - Trib. Bologna, sez. I, 16 dicembre 2014 n. 3607 - Daniela Ricciuti

Obblighi di correttezza e lealtà tra conviventi (o ex conviventi) legati dal fatto di essere genitori - Violazione di tali doveri - Responsabilità della madre - Illecito endofamiliare - Risarcimento del danno (esistenziale) da scoperta di non essere il padre

Si segnala un'interessante sentenza, ora passata in giudicato, in tema di disconoscimento di paternità nell'ambito di un rapporto di convivenza more uxorio, poi cessato.

La decisione è degna di nota in quanto per la prima volta si afferma in giurisprudenza la configurabilità della responsabilità civile del/la (ex) convivente per illecito endofamiliare conseguente alla violazione dei doveri di correttezza e lealtà, i quali sussistono non soltanto tra coniugi, ma anche tra conviventi (o ex conviventi) legati dal fatto di essere genitori; con  la conseguente risarcibilità del danno (esistenziale) da scoperta di non essere padre.

Fino ad allora la giurisprudenza non si era mai trovata ad affrontare questioni del genere. Soltanto per certi versi analoga la successiva sentenza pronunciata dal Tribunale di Firenze (del 2 febbraio 2015 n. 280) sempre in tema di impugnazione del riconoscimento del figlio naturale di una coppia di fatto e risarcimento del danno conseguente alla scoperta dell'errore sulla paternità biologica. Il Giudice toscano, peraltro, giungerà a conclusioni significativamente differenti rispetto a quanto qui deciso dal Tribunale di Bologna sotto il profilo del danno non patrimoniale risarcibile: infatti riconoscerà soltanto il danno morale per la sofferenza subita dal padre putativo a seguito della scoperta della verità dopo quasi due anni dalla nascita della figlia; mentre invece negherà la risarcibilità del danno esistenziale, sulla base della considerazione che la nascita della piccola non  aveva causato un peggioramento delle abitudini di vita del "padre".

La sentenza in commento prende le mosse da una vicenda particolarmente complessa e travagliata.

La causa era stata promossa da una signora che aveva impugnato per difetto di veridicità il riconoscimento della figlia effettuato dal convivente more uxorio al momento della nascita, sette anni prima. L'attrice aveva addotto, a fondamento della domanda, la circostanza che, a seguito di un incontro casuale con un altro uomo con cui aveva avuto tempo addietro una relazione, era rimasta immediatamente colpita dalla somiglianza di questi con la bambina, e, ripensandoci, si era ricordata che nel periodo del concepimento i rapporti con il convivente erano  conflittuali e tra di loro non vi era intimità.

Quando lei gli aveva detto della gravidanza, lui si era mostrato impreparato all"evento, oltretutto gemellare, e alla conseguente assunzione di responsabilità, per cui inizialmente aveva pensato alla possibilità dell"aborto, ma lei l'aveva esclusa fermamente.

A seguito di un incidente stradale in cui era rimasta coinvolta, la donna era andata in coma, dopo un'operazione d'urgenza e il parto pretermine delle due bimbe, una delle quali soltanto era sopravvissuta. Il convivente ne aveva effettuato il tempestivo riconoscimento come propria figlia naturale, attibuendole il proprio nome.

Poi la compagna si era ripresa ed era tornata a casa. Trascorsi i primi mesi dalla nascita della bambina, non si era attivata in alcun modo per superare l"obiettiva incertezza sul concepimento e non aveva mai accennato alla questione della paternità; e ciò nemmeno dopo la cessazione della convivenza, avvenuta quando la bambina aveva un anno circa, e nonostante i gravi contrasti con l'ex convivente sull"affidamento della minore e sulle questioni economiche.

I rapporti tra i due ex conviventi, infatti, erano stati particolarmente conflittuali, al punto da sfociare in diversi giudizi già prima di quello presente. In particolare: un primo giudizio, promosso da lei, avente ad oggetto l"assegnazione della casa familiare e il contributo di mantenimento della figlia naturale; un secondo, intentato da lui, per ottenere una riduzione del contributo a suo carico (domanda, questa, che era stata respinta), nel corso del quale le parti avevano comunque raggiunto un accordo sull"affidamento condiviso della minore e sul c.d. diritto di visita del padre; qualche anno dopo, dato che la madre improvvisamente non aveva più consentito al "padre" di vedere la figlia, questi dapprima aveva sporto querela, poi ritirata, e poi, per ottenere il ripristino del diritto di visita, aveva promosso ricorso d"urgenza; ricorso d'urgenza aveva proposto a sua volta anche la madre, che invece aveva chiesto la sospensione del diritto di visita, asserendo di essere preoccupata per la figlia poichè l'ex compagno si sarebbe rivelato inadeguato, non equilibrato, minaccioso, vendicativo.

Solamente in seguito, quando i rapporti tra i due, già difficili da anni, erano divenuti ancor più conflittuali di prima, l"attrice - aveva dichiarato che - aveva iniziato a nutrire dubbi sulla effettiva paternità biologica dell"ex convivente (da tempo ormai unito in matrimonio con altra donna). Però, temendo che potesse fare del male a lei o alla figlia, non gliene aveva parlato; mentre aveva comunicato i suddetti dubbi al suo avvocato, che a sua volta li aveva riferiti al legale di lui; ed aveva detto alla bambina che forse quello non era il suo vero padre.

Allora soltanto l'uomo, che fino a quel momento era stato tenuto all"oscuro di tutto (compresa la relazione che lei aveva intrattenuto con un altro), era venuto a conoscenza dei dubbi insorti nella compagna dell"epoca, che non aveva mai manifestato alcuna incertezza sulla paternità  per oltre sette anni, durante i quali lui aveva sempre ritenuto di essere il genitore biologico della bambina ed aveva svolto la sua funzione di padre, anche dopo la rottura della convivenza, nonostante i contrasti sulle questioni economiche e sugli incontri con la figlia, finchè non gli era stato impedito di vedere e occuparsi della bambina.

Al contrario dei precedenti giudizi, che hanno caratterizzato la complessa vicenda processuale e che si sono incentrati sulla tutela dei preminenti interessi della minore, la sentenza in commento prende in esame la posizione del (non) "padre".

Chiamato ad accertare la configurabilità o meno nel caso di specie di una ipotesi di responsabilità civile della madre, con conseguente condanna della stessa al risarcimento dei danni subiti dall'ex convivente a seguito della scoperta di non essere padre, appurata  con prova scientifica (mediante esame del d.n.a.), il Giudice propende per la soluzione positiva, motivandola con un ragionamento giuridico di grande competenza e acutezza.

Richiamando sapientemente i principi di portata generale affermati dalla giurisprudenza di legittimità e di merito (che ripercorre puntualmente) nella particolare materia dell"illecito endofamiliare, che riguarda anche la famiglia non fondata sul matrimonio, procede ad una approfondita analisi degli elementi costitutivi della fattispecie illecita.

Sotto il profilo dell"elemento soggettivo, rileva che in tale ipotesi si richiede che la condotta sia caratterizzata da dolo o colpa grave.

Nel caso di specie - si legge in sentenza - manca la prova che l"attrice avesse intenzionalmente taciuto al compagno il fatto di non essere il padre, ma, pur se non dolosa, la condotta è stata quantomeno sorretta da colpa grave. Ciò in quanto le circostanze storiche non potevano non far sorgere, già al momento della scoperta della gravidanza, un serio e più che ragionevole dubbio sulla paternità, e sin da subito (quando era fresco il ricordo dei fatti accaduti solo poche settimane prima) avrebbero dovuto indurre la donna a rappresentarsi, quanto meno a livello di possibilità se non di elevata probabilità, l"ipotesi che il convivente non fosse il padre biologico. Pertanto avrebbe dovuto riflettere seriamente su quanto accaduto, nell"interesse della figlia prima ancora che del compagno, e chiedere un accertamento, quanto meno dopo il parto o comunque a breve distanza dalla nascita: non vi era bisogno di attendere la crescita della figlia o l"incontro casuale con l"amico di un tempo per porsi, a distanza di oltre sette anni, il problema della paternità. Invece, inspiegabilmente, ciò non è avvenuto neppure dopo la cessazione della convivenza more uxorio.

Non essendo possibile indagare nella sfera interiore della persona, - sottolinea il Giudice bolognese - non si può comprendere per quale ragione profonda per tutto quel tempo la signora avesse mantenuto il segreto su quella relazione, senza rivelare nulla al compagno circa la possibilità che la bambina non fosse sua figlia: durante la gestazione, a nascita avvenuta e ancora per molti anni dopo la rottura della relazione more uxorio, e  nonostante i fortissimi contrasti tra le parti.

L"attrice ha dichiarato di essere stata certa che il padre fosse il compagno. Tale affermata certezza, peraltro, risulta priva di ogni fondamento; il che è già sufficiente ai fini della decisione del giudice. Comunque anche a voler ammettere, in via di mera ipotesi, che la signora fosse sinceramente ed intimamente convinta (magari per effetto di un inconscio meccanismo psicologico) che il padre della figlia fosse (non potesse che essere) l"uomo col quale da tempo conviveva, - rileva il Collegio - ciononostante la consapevolezza di aver avuto con un altro uomo rapporti sessuali potenzialmente fecondi, avrebbe dovuto indurla ad un diverso e più responsabile comportamento, a tutela sia del compagno che (e forse soprattutto) della figlia.

Sotto il diverso profilo dell"elemento oggettivo, la condotta tenuta dalla signora si è caratterizzata sotto il duplice profilo commissivo e omissivo.

Per quanto concerne il primo aspetto, la condotta commissiva risulta integrata dall"aver sempre trattato l'uomo come il padre di sua figlia, per oltre sette anni, in tal modo contribuendo a formare un assetto di rapporti familiari su presupposti inesistenti.

Per quanto concerne il secondo aspetto, la condotta omissiva è consistita, da un lato, nell"aver taciuto al compagno fatti di grande importanza e che lo riguardavano direttamente, rilevanti non tanto per la prosecuzione della convivenza, quanto piuttosto ai fini del riconoscimento della figlia, dato che, mancando il vincolo coniugale, non operava alcuna presunzione di paternità in capo al convivente; dall'altro lato, nell"aver trascurato di attivarsi, quanto meno dopo il parto, ed in tempi ragionevolmente brevi, per appurare se il  compagno fosse o meno il padre biologico della nata, e per assumere, in caso negativo, le opportune determinazioni (eventualmente in accordo con lui).

Posto che la rilevanza della condotta omissiva, nell"ambito di un giudizio di responsabilità, presuppone un dovere di agire, il Giudice effettua un'articolata verifica della sussistenza o meno nella specie di un obbligo giuridico di attivarsi, in capo alla compagna e violato dall"aver lei taciuto non la relazione con l"altro uomo, ma circostanze essenziali per la decisione di riconoscere la nata come figlia e trattarla come tale.

A tal fine il Tribunale emiliano precisa che in assenza del vincolo coniugale manca un dovere - giuridicamente rilevante - di fedeltà, per cui non vi è una questione di tradimento, riguardato sotto il profilo della esclusività delle relazioni affettive e/o sessuali.

Dovere di fedeltà che, peraltro, - come chiarito dalla Suprema Corte con riferimento all"ambito della coppia coniugata - va inteso non in termini restrittivi, quale obbligo di riservare al coniuge i rapporti sessuali, ma in un senso più ampio, ossia quale espressione della correttezza che deve permeare i rapporti familiari e che si sostanzia in un dovere di lealtà verso l"altro.

Dunque i doveri di buona fede, correttezza e lealtà - che nei rapporti giuridici rispondono a doveri generali, non circoscritti agli atti o contratti richiamati da specifiche disposizioni di legge, - nella particolare materia dei rapporti di famiglia, assumono il significato della solidarietà e del reciproco affidamento.

E, nell"ambito delle relazioni affettive, in considerazione della natura degli interessi coinvolti, tali obblighi rilevano anche prima della (e, a talune condizioni, a prescindere dalla) eventuale successiva instaurazione del vincolo coniugale.

La violazione di regole di correttezza e di autoresponsabilità, che si traduce in comportamenti tali da ledere l"affidamento e la dignità e personalità di ciascun membro della famiglia, in quanto diritto inviolabile, comporta conseguenze sul piano della responsabilità civile, che avvenga da parte di altro componente della famiglia (c.d. responsabilità endo-familiare), così come da parte del terzo (c.d. responsabilità eso-familiare):  ciò in quanto i diritti inviolabili non possono ricevere diversa tutela a seconda che i loro titolari si pongano o meno all'interno di un contesto familiare.

La decisione de qua sottolinea come la lesione di un diritto fondamentale della persona possa ravvisarsi, a determinate condizioni, anche nell"ambito di una unione di fatto, dove - come più volte rilevato dalla giurisprudenza della Cassazione -  la posizione delle parti del rapporto può godere di tutela aquiliana c.d. esterna.

Inoltre precisa che la Suprema Corte ha altresì stabilito che il danno non patrimoniale è risarcibile non solo nei casi individuati ex ante dalla legge ordinaria, ma anche in quelli, da selezionare caso per caso ad opera del giudice, di lesione di valori della persona costituzionalmente protetti, posto che il legislatore ordinario non può rifiutare, per la forza implicita nell'inviolabilità di detti diritti, la riparazione mediante indennizzo, che costituisce la forma minima ed essenziale di tutela.

Assume allora rilievo essenziale l'indagine sul se il diritto oggetto di lesione sia riconducibile a quelli meritevoli di tutela secondo il parametro costituzionale.

Partendo dalla considerazione che la tutela aquiliana guarda ai componenti della comunità familiare come persone, prima ancora che come coniugi, in adesione al disposto dell"art. 2 Cost., che riconosce un nucleo essenziale di diritti irrinunciabili in tutte le "formazioni sociali in cui si svolge la personalità dell'individuo", ne consegue che la violazione dei diritti fondamentali della persona può configurarsi anche all"interno di una unione di fatto, che abbia, beninteso, caratteristiche di serietà e stabilità.

La rilevanza giuridica della c.d. famiglia di fatto è, dunque, espressamente affermata nella giurisprudenza della Corte costituzionale e della Cassazione, come anche dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (che ha esplicitato che la nozione di famiglia cui fa riferimento l'art. 8 della Convenzione, ai fini della tutela del diritto alla vita familiare, non è limitata alle relazioni basate sul matrimonio, bensì può comprendere altri legami familiari di fatto, laddove le parti convivano fuori dal vincolo di coniugio - Caso Schalk e Kopft contro Austria - 2010).

Tanto più che la presenza di figli comporta il coinvolgimento attuativo di altri principi pure costituzionalmente rilevanti, quali mantenimento, istruzione, educazione della prole (interessi suscettibili di tutela, in parte positivamente definiti, in parte da definire nei possibili contenuti). Inoltre "rende ancora più giustificato il sorgere del dovere del reciproco rispetto (espressione della dignità della persona) e degli obblighi di correttezza e lealtà tra conviventi (o ex conviventi) legati dal fatto di essere genitori. L"esigenza di protezione dei figli si riflette infatti anche sulla tutela dei componenti del nucleo familiare che siano, o stiano per diventare, genitori, in considerazione della responsabilità (per il fatto della procreazione: art. 30 Cost.) che consegue all"esercizio della libertà di autodeterminazione"  - afferma il Tribunale di Bologna, che continua -"La relazione affettiva tra conviventi dà vita ad uno speciale contatto dal quale possono sorgere obblighi di correttezza (e di informazione)".

Nel caso di specie, dunque, la condotta dell"attrice assume rilevanza per il diritto in relazione alla natura e al grado di protezione dell"interesse del convenuto, desumibile anche dagli indici normativi riguardanti: i doveri che sorgono per il fatto della generazione dei figli, la responsabilità gravante su ciascuno dei genitori anche se non coniugati, il dovere di cooperazione con l"altro genitore nell"interesse del minore, la tutela della persona sia come singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. Tutte situazioni, queste, che hanno rilevanza costituzionale e, come evidente, una grandissima incidenza sulla vita privata e familiare delle persone, nel rapporto col figlio e con l"altro genitore, e che contribuiscono a determinare la posizione della persona nei rapporti sociali e familiari (anche in quelli nuovi, eventualmente sorti dopo la nascita del figlio e la rottura del matrimonio o della convivenza), nonché ad influenzare in maniera profonda la coscienza di sé e lo svolgimento del percorso esistenziale dell"individuo.

Ciò che si addebita all"attrice, dunque, non è una condotta puramente omissiva, bensì un più ampio ed articolato comportamento, in sintesi consistito "nell"aver indotto, sia pur colposamente (con colpa grave), il convenuto in errore e così a compiere un atto che verosimilmente questi non avrebbe posto in essere (o che avrebbe sottoposto a verifica) se fosse stato tempestivamente informato" dei rapporti tra la compagna e un altro uomo; e di "averlo indotto altresì ad assumere nei confronti della minore il ruolo di padre e ad improntare la propria vita, per diversi anni, su tale convinzione, mancante però del presupposto dato biologico (si tratta dunque di una ipotesi di colpa ai confini col dolo)".

Quanto al profilo dell'ingiustizia del danno, la sentenza sancisce che è "la violazione dei doveri di lealtà e correttezza tra conviventi nei suoi riflessi sulla libertà di autodeterminazione e sulla assunzione di responsabilità genitoriale (che) può provocare un danno ingiusto".

La Costituzione afferma non solo il dovere ma anche il diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio (art. 30 co I) e attribuisce rilevanza alla libertà personale di autodeterminazione anche ai fini della procreazione.

La protezione della maternità e della paternità è finalizzata non solo alla preminente tutela dei figli, ma anche al riconoscimento della genitorialità come valore in sé, di chiara valenza costituzionale, attraverso il quale l"individuo "realizza la propria personalità" (ex art. 2 Cost.); e gode anche di tutela aquiliana, non solo rispetto alle aggressioni provenienti da terzi (come nelle ipotesi di danno la lesione del rapporto parentale), ma anche a quelle poste in essere dall"altro genitore.

"Esaminato nella prospettiva del diritto all"identità personale e della libertà di autodeterminazione nelle scelte riguardanti la vita familiare, il diritto ad essere genitore, ad assumere i doveri e la responsabilità connesse a tale qualità, implica anche, in negativo, il diritto a non essere chiamato ad assumere quel ruolo in mancanza dei presupposti che ne sono il fondamento (il dato biologico, nel caso di specie) se di ciò non vi sia consapevolezza".

Dunque, se è vero che la materia della filiazione è caratterizzata dalla preminenza dell"interesse dei figli, ed in particolare dei minori, ciò non toglie che possa aver rilievo (nei limiti stabiliti dalla legge e di regola in correlazione con il principio di autoresponsabilità) anche la "posizione di chi è (ritenuto o potrebbe essere dichiarato) genitore".

E" altresì vero che la genitorialità, se di regola ha un fondamento biologico, ha anche una dimensione culturale e si può essere genitori  pure in assenza di un legame genetico (si pensi all"adozione e alle prospettive aperte dalla procreazione medicalmente assistita).

Nel caso di specie, però, è del tutto mancata una decisione comune ai due (già) conviventi; anzi, quella decisione comune è stata impedita proprio dalla condotta dell"attrice, irrispettosa del dovere di lealtà cui era tenuta nei confronti dell'ex convivente, come ben evidenziato in sentenza. E anche in altre occasioni la madre è venuta meno al suddetto dovere di lealtà: quando ha ostacolato gli incontri tra "padre" e figlia; quando non ha collaborato al mantenimento di un rapporto tra di loro, ed anzi ne ha agevolato la compromissione fino alla cessazione di tutti i contatti, con la progressiva assunzione quale figura maschile di riferimento di quella del nuovo convivente della madre; quando poi ha assunto l"iniziativa di agire per l'impugnativa del riconoscimento, senza alcun preventivo confronto con il compagno di allora, e mettendo la figlia a parte dei dubbi sulla paternità.

Per quanto concerne la individuazione e qualificazione dei pregiudizi subiti, la  sentenza riconosce all'uomo il diritto al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali patiti a seguito della scoperta di non essere padre.

Il danno patrimoniale è quantificato in base agli esborsi sostenuti a titolo di contributo al mantenimento della minore, in via diretta e poi in via indiretta (mediante assegno mensile), e alle spese c.d. straordinarie.

In sede di valutazione del danno non patrimoniale, sub specie di danno esistenziale, il Giudice dimostra, poi, profonda comprensione e sensibilità, laddove prende in considerazione tutti gli effetti spiegati dalla scoperta di non essere padre sulla vita dell'uomo. In particolare evidenzia una "somma di più componenti negative, tra le quali: l"aver perso quella che si riteneva la figlia (e dunque tutta la ricchezza interiore, la forza, la gioia che da quel rapporto derivavano); lo scoprirsi diverso da ciò che si pensava di essere; il sentimento di sfiducia e di amarezza per l"affidamento mal riposto, le occasioni perdute, i progetti svaniti, le scelte non fatte; la necessità e la fatica di impostare i propri giorni, e proiettarsi nel futuro, su basi nuove e inaspettate".

Si rileva così che la scoperta di non essere padre ha determinato nell'uomo "uno stato di doloroso disagio, che pur in assenza di prova di una patologia permanente medicalmente accertabile, è perfettamente comprensibile e l"obiettiva e irrimediabile modifica peggiorativa conseguente alla perdita della relazione padre - figlia, assumono rilevanza sul piano del danno non patrimoniale (artt. 2043 e 2059, c.c., art. 2 Cost.), quale somma delle ripercussioni negative determinate dalla lesione di un diritto inviolabile all'identità personale in relazione all'ambiente familiare e sociale di vita e alla dignità personale nel quale va compreso (come versione negativa della libertà di autodeterminazione) anche quello a non essere indotto ad assumere inconsapevolmente il ruolo paterno e la responsabilità genitoriale in mancanza del presupposto biologico".

La liquidazione di un siffatto danno non patrimoniale non può che essere equitativa.

E il Collegio, considerate tutte le circostanze di fatto (ossia le vicende che hanno caratterizzato la gravidanza, il parto, la difficile convivenza tra i due partner; la lunga fase conflittuale successiva alla cessazione della convivenza; la durata della relazione affettiva modellata sul rapporto padre - figlia, cui è proporzionale il dolore per la perdita; come pure i momenti positivi che il "padre" ha condiviso con la bambina che riteneva essere sua figlia), stabilisce che il quantum risarcitorio vada determinato all"attualità in 50.000 euro.



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