Articoli, saggi, Servizi sociosanitari, volontariato -  privato.personaedanno - 2014-03-06

8 MARZO - Elisabetta SCOCCIA

8 marzo.
Eri arrivata in un piccolo Pronto Soccorso di provincia verso le tre del mattino.

Ti aveva annunciato il ticchettio di un tacco dodici nel corridoio, e poi: lunghi capelli corvini, occhi neri spalancati sotto la frangia, il sangue rosso di un labbro spaccato a comporre un fregio sulla camicia bianca. Dentro di me ti ho chiamato Biancaneve.

In silenzio ti sei sottoposta a visita accurata (ematomi, contusioni, escoriazioni), ad occhi chiusi ti sei affidata alle mie mani per la sutura, e mi hai osservato attenta mentre compilavo il tuo referto e gli estremi di una denuncia contro ignoti. Firmando mi hai detto " Torneranno ancora, lo fanno sempre, dopo si sentono più uomini… Spesso, la sera, passando in macchina nel buio dietro il centro commerciale, mi tirano lattine di birra vuote…"

Ti ho dato la mia maglietta pulita per tornare a casa, quattro compresse di antibiotico, non si sa mai.

Due giorni dopo sei tornato, niente parrucca, giacca-cravatta-scarpe stringate. Con un sorriso accennato (la sutura del labbro!) mi hai dato la maglia pulita e stirata e una bibbia consunta.

Mi hai detto "Per lei, così gentile…la bibbia era di mia madre, le sue mani mi hanno ricordato le sue, tanto amate, quando leniva le mie ferite di bambino".

Estate. Notte. Chiamata in codice rosso per il 118.

Centro commerciale, le luci della Volante illuminano senza pietà il tuo viso tumefatto, gli occhi chiusi di chi si è arreso ad un destino incomprensibile e violento. Ti ho coperto con un telo bianco per proteggerti dagli sguardi morbosi o indifferenti di chi si muove intorno. E scrivo il mio referto.
Correva l"anno del Signore 2001.

Buon 8 marzo, Biancaneve.



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