Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2015-01-17

ABUSO PROFESSIONE SANITARIA: CONCORRENTE IL MEDICO CHE AGEVOLA - Cass. pen. 916/2015 - A.G.

- esercizio abusivo della professione medica

- il medico concorrente

- agevolare chi sia sprovvisto dei titoli abilitativi alla professione sanitaria costituisce reato

Uno studio dentistico era soggetto a un blitz dei NAS (Nucleo antisofisticazioni e sanità). L'accesso dei carabinieri illuminava le irregolarità presenti nello studio medico dove il titolare consentiva alla dipendente, un'assistente di poltrona, di compiere atti medici nella bocca dei pazienti, con tanto di vademecum operativo da usare all'occorrenza.

La dipendente veniva condannata per esercizio abusivo della professione perchè sprovvista dei titoli per la professione sanitaria perchè poneva in essere atti «di natura odontoiatrica, effettuando, tra l'altro, la pulizia dei denti» ad un paziente.

Il medico titolare dello studio, oltre ad esserne consapevole, faceva da supervisore 'virtuale', consigliando gli «interventi medico-dentistici da effettuare» fornendo «appunti annotati sull'agenda degli appuntamenti» e mettendo «a disposizione studio e strumentazioni mediche».

La condanna è stata per entrambi. Al medico è stato contestato di aver agevolato l'esercizio abusivo della professione medica alla dipendente che, all'arrivo dei carabinieri, indossava persino camice e mascherina e operava sul paziente accomodato su una poltrona.

Su questo sito, volendo, possono essere letti "ABUSO PROFESSIONE MEDICA... PER UN VETERINARIO" - Cass. pen. 49751/2013, 10.2.2013; "SANITA': ESERCIZIO ABUSIVO DELLA PROFESSIONE" - Cass. pen. 31129/2014, 2.8.2014; "ABUSO DELLA PROFESSIONE. IL PRIVATO NON PUO' OPPORSI ALL'ARCHIVIAZIONE" - Cass. pen. 45626/2012, 25.11.2012; "QUANDO IL CAMICE NON FA IL MEDICO... MA ABUSO DELLA PROFESSIONE" - Cass. pen. 117/2013, 9.11.2013

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 11 dicembre 2014 – 12 gennaio 2015, n. 916 - Presidente Garribba – Relatore Citterio

Considerato in diritto

1. La Corte d'appello di Milano con sentenza del 25-30.10.2013 ha confermato la condanna alla pena di giustizia, deliberata in danno di A.Z. (e di T.L.) dal Tribunale di Sondrio - Morbegno il 7.5.2010, per il reato di concorso in esercizio abusivo della professione medica (Z. come titolare di studio dentistico, L., pur sprovvista dei titoli che l'abilitassero alla professione sanitaria e solo assistente alla poltrona, "ponendo in essere nella bocca dei pazienti atti di natura odontoiatrica, effettuando tra l'altro la pulizia dei denti" al paziente M., lo Z. consigliandole interventi medico-dentistici da effettuare nella bocca dei pazienti, tramite appunti annotati sull'agenda degli appuntamenti, mettendole a disposizione studio e strumentazioni mediche). La consumazione del reato è indicata nell'imputazione al 20 giugno 2007.

2. Solo Z. ha proposto ricorso, a mezzo del difensore, enunciando tre motivi:

- violazione dell'art. 604.1 in relazione agli artt. 521 e 522 c.p.p., perché la condanna sarebbe avvenuta già in primo grado per condotta (per L. la diagnosi al M. di procedere alla pulizia della protesi mobile fuori dalla bocca, per Z. l'aver consentito o agevolato tale attività) estranea al capo di imputazione;

- mancanza di motivazione sul rispetto del diritto di difesa: il ricorrente non avrebbe avuto mai modo di difendersi rispetto alla concreta prospettazione della condotta per cui è stato condannato;

- contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione: la Corte d'appello avrebbe travisato le foto prodotte dalla difesa ad attestare che all'atto dell'intervento della polizia giudiziaria lo studio non era in realtà operativo, collegandole al momento del dissequestro (29.6.2007) e non a quello dell'accesso in data 20.6.2007 (come confermato in dibattimento dal teste Miani, appartenente ai Nas - p. 8 verb. sten. Ud. 5.2.2010). La poltrona non sarebbe stata attrezzata per alcun intervento, dunque, e il travisamento avrebbe inciso in maniera determinante sia sul punto del ritenere possibile e in atto l'attività ascritta, sia nel giudizio di attendibilità del teste M. (la cui deposizione pure sarebbe stata travisata).

Ragioni della decisione

3. Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000, equa al caso, in favore della Cassa delle ammende.

Per come in concreto formulato, il primo motivo è innanzitutto manifestamente infondato. Il ricorrente riporta parzialmente il capo di imputazione inserendo dei puntini che vanno, in realtà, ad elidere proprio il significativo inciso 'tra l'altro', che attesta invece come l'attività di pulizia fosse stata indicata nell'imputazione solo in termini esemplificativi. E' poi generico, perché già la Corte d'appello aveva risposto in questi termini (p. 2) e il ricorrente evita il confronto sul punto, invece determinante.

L'inammissibilità del primo motivo concorre a determinare quella del secondo, l'apprezzamento del primo Giudice essendosi basato sulle risultanze istruttorie acquisite nel contraddittorio ed oggetto di specifica motivazione in entrambe le sentenze di merito (Corte d'appello p. 3; Tribunale pagina prima della parte motiva).

Il terzo motivo è inammissibile perché diverso da quelli consentiti, risolvendosi in precluse censure di merito. La sentenza di primo grado attesta che i carabinieri del Nas all'atto del loro intervento rinvennero la L. indossante camice e mascherina (e la Corte d'appello si è confrontata con motivazione specifica sul punto, ignorata dal ricorrente) e il M. accomodato su una poltrona e munito di bavaglino. In tale contesto, la censura sull'interpretazione delle foto è formulata in termini generici, perché non permette, per come prospettata, di elidere il 'fatto' (quale constatato secondo le sentenze di merito e non contrastato nei motivi d'appello, quanto a posizione e apprestamento dei due), per sé idoneo a fornire la base per le articolate successive argomentazioni dei due Giudici del merito.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000 in favore della Cassa delle ammende.



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