Legislazione e Giurisprudenza, Licenziamento -  Cardani Valentina - 2014-06-02

AD IMPOSSIBILIA... NEANCHE IL DATORE DI LAVORO E' TENUTO - Cass., Sez. Lavoro, 11715/14 – V. CARDANI

L'onere della prova in caso di licenziamento per giustificato motivo soggetto incombe in capo al datore di lavoro, il quale deve dimostrare sia l'impossibilità – determinata da ragioni inerenti all'attività produttiva ovvero a condizioni del lavoratore che lo rendano inidoneo all'espletamento della prestazione – di impiegare il proprio dipendente sia l'impossibilità di ricollocare il dipendente medesimo all'interno dell'azienda anche in posizioni lavorative differenti.

Il Supremo Collegio ha ritenuto rispettato questo onere nella pronuncia in oggetto, disattendendo la valutazione espressa dai Giudici di merito nel primo e nel secondo grado del procedimento.

Il caso di specie, per la precisione, prendeva in considerazione l'ipotesi di licenziamento di un lavoratore dichiarato con sentenza penale colpevole del reato di detenzione illegale di stupefacenti.

Dopo aver espiato la pena comminata, il lavoratore chiedeva di essere riammesso in servizio presso l'azienda dove aveva lavorato come autista di mezzi adibiti al trasporto dei rifiuti urbani: ebbene, nessun pregiudizio da parte dell'azienda datrice di lavoro, la quale però invitava il dipendente a seguire un percorso di sostegno per uscire dallo stato di tossicodipendenza accertato, appunto, in sede penale.

Il lavoratore tuttavia rifiutava il colloquio con gli assistenti sociali e parimenti rifiutava di offrire prova di aver completamente cessato di assumere sostanze stupefacenti.

L'azienda procedeva dunque ad intimare il licenziamento nei confronti del lavoratore, atteso che la prestazione lavorativa alla quale era adibito implicava la guida di un mezzo pesante e che lo stato di tossicodipendenza o anche solo l'eventuale consumo di sostanze stupefacenti rendeva tout court il lavoratore medesimo inidoneo.

A ciò si aggiunga che la responsabilità ex art. 2049 c.c. per danni cagionati a terzi dal lavoratore nell'espletamento dell'attività va ascritta al datore di lavoro, il quale pertanto è tenuto a ristorare il pregiudizio patito da terzi in conseguenza della condotta dannosa del proprio dipendente.

Dal canto suo, il lavoratore licenziato assumeva che l'azienda non aveva dato prova del permanere dello stato di tossicodipendenza e che dunque il licenziamento comminato nei suoi confronti era illegittimo.

Tale prospettazione veniva accolta dalle Corti di primo e secondo grado.

La Corte di Cassazione riteneva, viceversa, alla luce delle considerazioni svolte dalla società datrice di lavoro, soddisfatto l'onere probatorio suo proprio, non ravvisando, viceversa, alcun obbligo di effettuare ulteriori accertamenti: ed infatti, l'art. 32 Cost., impedisce di sottoporre alcuno a trattamenti sanitari obbligatori, con la conseguenza che la datrice di lavoro era nell'impossibilità di verificare, mediante analisi mirate, l'assunzione da parte del proprio dipendente di sostanze stupefacenti.

In conclusione: il licenziamento è legittimo, poiché il lavoratore aveva la possibilità di dimostrare la cessazione dello stato di tossicodipendenza – ciò che, come detto, non avrebbe potuto fare l'azienda datrice di lavoro – ovvero di sottoporsi ad un percorso di sostegno.

Insomma, ad impossibilia, nemo tenetur, neppure il datore di lavoro.



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