Legislazione e Giurisprudenza, Adozione, affido etero-familiare -  Gasparre Annalisa - 2015-02-15

ADOTTABILITA': COSA SI INTENDE PER ABBANDONO - App. Campobasso, 26.10.13 - Annalisa GASPARRE

- stato di abbandono

- adottabilità: i genitori si oppongono

- è abbandono anche quella situazione oggettiva di difetto (non transitorio) di assistenza (morale e materiale) che impedisca un sano sviluppo psicofisico

Due sorelle erano collocate in una Casa famiglia dopo essere state allontanate dalla famiglia. In tale contesto si relazionava di una vita che scorreva secondo ritmi e metodi educativi conformi alla loro età: mentre la più piccola mostrava una particolare tranquillità di spirito, unita ad apprezzabile equilibrio emotivo, tale per cui la lontananza dalla famiglia d'origine non la turbava (aveva solo tre anni quando è stata allontanata da casa, e, dunque, non può essere in possesso, in merito, di esperienze consapevoli) per quanto riguarda l'altra sorella si riscontravano "alcune problematiche psichiche, ingenerate proprio dalle lacune genitoriali, poiché riguardano "difficoltà dell'identificazione con l'ideale femminile e dell'elaborazione della fase edipica". La minore mostra rabbia e rifiuto nei confronti della madre, appunto per l'abbandono patito in termini di mancanza di protezione e di tutela".

La madre delle minori ha appellato la dichiarazione di adottabilità ma, secondo i giudici della Corte d'appello, l'opposizione dimostra l'incapacità genitoriale della madre. Quest'ultima, infatti, secondo la Corte, tende a proteggere se stessa e non la figlia - vittima di un abuso sessuale - non rendendosi conto dello stato psichico della figlia e della "colpevole inerzia attuata durante la convivenza con lei". Secondo i giudici la madre sarebbe incapace di comprendere il disagio della figlia, tanto da ritenere irreversibile la detta incapacità genitoriale.

La Corte territoriale ha ricordato che principio ispiratore della disciplina dell'adozione è quello per cui "il minore ha diritto ad essere educato dalla propria famiglia di origine", diritto che, tuttavia, incontra i suoi limiti là dove questa non sia in grado di prestare, in via non transitoria, le cure necessarie né di assicurare l'obbligo di mantenere, educare e istruire la prole.

Da tale incapacità deriva la configurabilità dello stato di abbandono. Si tratta di una situazione che non viene annullata per il solo fatto che siano prestate le cure materiali essenziali al minore. Quello che occorre valutare è se l'ambiente domestico sia in grado di garantire un equilibrato ed armonioso sviluppo della personalità del minore.

Per "abbandono" si intendo non solo l'intenzionale - e irrevocabile - rifiuto di adempiere i doveri genitoriali ma altresì una situazione di fatto obiettiva del minore che impedisca e ponga in pericolo il sano sviluppo psicofisico del minore, per il non transitorio difetto di quell'assistenza, materiale e morale, necessaria a tal fine.

App. Campobasso Sez. minori, Sent., 26-10-2013

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DI APPELLO DI CAMPOBASSO

SEZIONE SPECIALIZZATA PER I MINORENNI

La Corte di Appello di Campobasso. Sezione Specializzata per i Minorenni, riunita in camera di consiglio, composta dai Magistrati :

dr. Francesco Infantini - Presidente

dr. Paolo Di Croce - Consigliere

dr. Clotilde Parise - Consigliere Rel.

dr. Michele Lanna - Esperto

dr. Roberta Di Pasquale - Esperta

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di secondo grado iscritta al n.51/2013 V.G., alla quale è riunita la causa iscritta al n.52/2013 V.G.

TRA

1) T.A., nella qualità di madre di ____., nata a C. il (...), e di C.V., nata a C. il (...), rapp.ta e difesa dall'avv. ____, come da mandato agli atti del fascicolo di primo grado

APPELLANTE (nel procedimento n.51/2013 V.G.)

2) D.R.G., nella qualità di padre di ____, nata a C. il (...). rapp.to e difeso dall'avv. ____. come da mandato agli atti del fascicolo di primo grado APPELLANTE (nel procedimento n.52/2013)

3)AVV. C.M.. nata a P.C. (V.) l ' (...), cod. fisc. (...), del Foro di Campobasso, quale Tutore delle minori C.V. e D.R.P., sopra generalizzate APPELLATA

4) C.M., quale genitore della minore C.V. APPELLATO NON COSTITUITO

5) C.A., quale parente entro il quarto grado della minore C.V.

APPELLATA NON COSTITUITA

6) SIG. PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE PER I MINORENNI DI CAMPOBASSO

7) SIG. PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI APPELLO DI CAMPOBASSO

in esito all'appello avverso la sentenza pronunciata dal Tribunale per i Minorenni di Campobasso, n.4/2013, nel procedimento di adottabilità n.7/11 SA., relativo alle minori suddette, attualmente collocate presso la Casa Famiglia ____ di ___ (BN)

OGGETTO: opposizione alla dichiarazione di adottabilità.-

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Con sentenza 4/13, depositata in data 5 marzo 2013. il Tribunale per i Minorenni di Campobasso ha dichiarato lo stato di adottabilità della minore ___, nata a C. il (...), figlia dei coniugi T.A., odierna appellante, e di C.M., e della minore

____, nata a C. il (...), nata dalla unione di fatto tra la suddetta T. e D.R.G., anch'egli appellante.

Per conseguenza, il Tribunale ha disposto l'interruzione di ogni rapporto delle minori stesse con i genitori e con i parenti, e l'avvio di un percorso psicologico, qualora fosse necessario, a sostegno delle minori, ed a cura della Casa famiglia, che le accoglie ormai dal 2009.

In tale anno, infatti, il Tribunale per i Minorenni veniva informato, come è esplicitato in sentenza, della pendenza di un procedimento penale, per molestie sessuali in danno della minore V., nei confronti di tale S.N., assiduo frequentatore della coppia D.R./C__.

Ci si riporta, per quanto riguarda la descrizione dei rapporti tra il S., la minore, ed i genitori di lei, alla esposizione dei fatti riportata nella sentenza impugnata.

Il Tribunale ha posto in evidenza che sia il S. che la T. sono stati rinviati a giudizio dinanzi al Tribunale di Campobasso, il primo per il delitto di cui agli artt. 609 quater, u.c., e 81 c.p. per avere indotto V. a subire atti sessuali, la seconda per il delitto di cui agli artt. 600 bis e 81 cpv c.p., per aver favorito, o comunque sfruttato, la prostituzione di V. ad opera del S..

Tanto premesso, il primo Giudice ha rimarcato che le dichiarazioni della minore erano state confermate dalle intercettazioni telefoniche poste in essere nel corso della indagine penale, e ha individuato nel comportamento della T. una grave violazione dei doveri genitoriali, unita alla mancanza di consapevolezza, in lei, di tale gravità.

Ha posto in evidenza, inoltre, le problematiche psichiche che affliggono V., emerse nel corso dei colloqui da lei intrattenuti col personale specializzato della Casa famiglia, e causate non solo dalla violenza subita, ma anche (circostanza, questa, estremamente rilevante al fine di verificare la sussistenza dei presupposti della declaratoria impugnata) dal totale abbandono patito dalla minore quando viveva con la madre, non avendo da lei ricevuto né conforto, né protezione, nonostante avesse confidato in maniera chiara a quale oltraggio era ripetutamente esposta.

Uguale, se non maggiore abbandono, è stato manifestato dal padre biologico di lei. C.M., che. seppure informato del trauma patito dalla figlia solo a seguito del ricovero di lei presso la Casa famiglia, aveva completamente rinunciato ad occuparsene, tranne un breve interessamento iniziale, esplicitamente dichiarando, nel giudizio di primo grado, di non opporsi alla declaratoria di adottabilità.

Il Tribunale ha evidenziato, altresì, che anche successivamente al collocamento della figlia in Comunità, la madre non aveva cercato di rapportarsi alla figlia, semplicemente classificandola come "bugiarda", e in tal modo rinunciando, sia implicitamente che esplicitamente, alla propria funzione genitoriale.

Per quanto riguarda invece l'altra sorella, il Tribunale, richiamando le relazioni degli operatori della Comunità . che ne riferivamo la sostanziale serenità di spirito e di mente, ha evidenziato i guasti che la convivenza con la madre, incapace di svolgere la propria funzione, avrebbero potuto causare nel futuro; ha sottolineato, altresì, la sostanziale inadeguatezza alla funzione di genitore del padre biologico della piccola P., che nulla ha fatto, nel corso della vita familiare, per proteggere la figlia, nonostante dovessero essere palesi l'ambiguità dei rapporti tra la sorella V. ed il S., e l'acquiescenza colpevole della T..

Ha rilevato, dunque, il Tribunale la necessità, per entrambe le minori, di essere definitivamente sottratte alla famiglia d'origine, anche a seguito della constatata mancanza di altri prossimi parenti idonei, o desiderosi, di occuparsi di loro: l'unica parente inizialmente disponibile, e cioè la sorella del padre (C.A.) si è progressivamente disinteressata delle nipoti.

Avverso detta sentenza hanno formulato appello, con atti iscritti separatamente, sia la T. che il D.R..

La T., nel chiedere, anche allo scopo dichiarato di "ricucire i rapporti con le figlie", che venga ritenuto insussistente lo stato di abbandono dichiarato dal Tribunale, ha evidenziato che: ella medesima, contrariamente a quanto asserito dal Tribunale, ha ripetutamente chiesto di vedere le figlie e contattarle telefonicamente, anche nell'immediatezza del loro allontanamento, senza che però il Tribunale autorizzasse mai. anche dopo l'espletamento dell'incidente probatorio nel processo penale, tali visite e contatti; secondo fondamentale principio del nostro ordinamento giuridico, essa T. deve essere reputata innocente, fino a quando non sia dimostrato il contrario; proprio essa T. ha sollecitato l'espletamento dell'incidente probatorio, senza negare la gravità dei fatti a lei ascritti; il S., con estrema destrezza, si sarebbe insinuato nel nucleo familiare dell'appellante, in gravissime difficoltà economiche, senza che, peraltro, mai la figlia V. le avesse detto nulla circa gli atteggiamenti di lui: per quanto riguarda la piccola P., ella, come evidenziato dalle relazioni della Casa famiglia in data 13-6-2011 e 9-6-2012, avrebbe espresso il disagio vissuto, e chiesto dei propri genitori, senza che il Tribunale avesse sentito la necessità di consentirne l'audizione; il Tribunale aveva paventato possibili contatti tra P. e il S., senza considerare che la piccola aveva lasciato la propria famiglia d'origine a soli due anni.

Dal canto suo. il D.R. assume la stessa posizione difensiva della convivente, sostenendo che, anch'egli, ha sempre espresso la volontà di visitare entrambe le bambine, senza ottenerne autorizzazione dal Tribunale; che, anch'egli, nulla sapeva dei rapporti tra il S. e la V., la quale aveva ella stessa dichiarato di non essersi mai confidata con "Pino", come chiamava il convivente della madre, dalla giovane definito "affettuoso e premuroso"; che l'assioma secondo il quale egli non poteva non sapere è incongruente. Per il resto, il D.R. reitera quanto già espresso dalla T., e formula le stesse sue richieste.

L'avv. Mazzeo, Curatore Speciale e Tutore delle minori, ha chiesto, invece, la conferma della sentenza, particolarmente evidenziando l'attuale loro situazione personale, assai serena e colma di utili stimoli educativi, come confermato da recente relazione degli operatori sociali. Chiede che, ove lo ritenga necessario, la Corte voglia acquisire, dagli Operatori della casa famiglia, relazione di aggiornamento sul punto.

Il Procuratore Generale, con nota scritta, ha chiesto la conferma della sentenza.

All'udienza camerale del giorno 8-10-2013, gli appellanti, il Tutore e il Procuratore Generale hanno ribadito le proprie precedenti richieste.

Non si sono costituiti C.M. e C.A..

La Corte, all'esito, riunite le due cause iscritte in relazione ai due atti di appello, si è riservata di decidere.

A scioglimento di detta riserva, osserva la Corte che traspare chiaramente, dalle complete e recenti relazioni allegate in atti, lo scorrere della vita delle minori secondo ritmi e metodi educativi conformi alla loro età, cosa che, ad un esame accurato compiuto dagli Operatori del settore, induce nella piccola P. una particolare tranquillità di spirito, unita ad apprezzabile equilibrio emotivo.

Dunque, la lontananza dalla famiglia d'origine non turba la piccola, né pare utile sentirla sul punto, atteso che ella aveva solo tre anni quando è stata allontanata da casa, e, dunque, non può essere in possesso, in merito, di esperienze consapevoli.

La relazione, in atti, del locale Servizio Pubblico di Neuropsichiatria infantile informa, rispetto all'altra minore, V., circa alcune problematiche psichiche, ingenerate proprio dalle lacune genitoriali, poiché riguardano "difficoltà dell'identificazione con l'ideale femminile e dell'elaborazione della fase edipica". La minore mostra rabbia e rifiuto nei confronti della madre, appunto per l'abbandono patito in termini di mancanza di protezione e di tutela.

Ora, a parte la situazione odierna delle minori, proprio il contenuto dell'atto di appello evidenzia l'incapacità genitoriale della madre.

Ella, in buona sostanza, si sofferma unicamente sulla propria "innocenza" dal punto di vista penale, quasi che essa potesse, nel tempo, comportare un appianamento dei suoi rapporti con le figlie, e soprattutto con V..

Così non è: a parte il fatto che ancora oggi nega di essere stata eletta a confidente da V. (sicché di nuovo protegge se stessa e non la figlia), non si rende conto né dà ragione dello stato psichico della figlia stessa, e della colpevole inerzia attuata durante la convivenza con lei, quasi a voler giustificare la sua "incomprensione" dei fatti (ammesso che ci sia stata) con le difficoltà economiche subite.

Detta circostanza pone in evidenza che, in presenza delle stesse difficoltà, si comporterebbe alla stessa maniera.

A prescindere dall'esito del processo penale, la sua incapacità di comprendere il disagio della figlia, la mancanza di assiduità nel valutarne i comportamenti e le frequentazioni, bastano per affermarne l'irreversibile incapacità genitoriale.

Si aggiunge che. come osserva il Tribunale nella sentenza impugnata, le dichiarazioni di V. trovano riscontro nelle indagini degli operatori specializzati, e che non poteva sfuggire, a genitori responsabili e attenti, la troppo assidua frequentazione di un adulto con la minore, e le continue ambigue attenzioni (regalie ed altro) che egli le rivolgeva.

Si osserva che il principio ispiratore della disciplina dell'adozione, secondo cui il minore ha diritto ad essere educato dalla propria famiglia di origine, incontra i suoi limiti là dove questa non sia in grado di prestare, in via non transitoria, le cure necessarie né di assicurare l'obbligo di mantenere, educare e istruire la prole. A tale incapacità consegue la configurabilità dello stato di abbandono, che non viene meno per il solo fatto che al minore siano prestate le cure materiali essenziali da parte dei genitori. In tal caso risulta necessario accertare che l'ambiente domestico sia in grado di garantire un equilibrato ed armonioso sviluppo della personalità del minore, senza che, in particolare, la valutazione di idoneità dei medesimi parenti alla sua assistenza possa prescindere dalla considerazione della pregressa condotta degli uni in relazione all'altro.

Proprio alla luce di quanto accertato per il passato, la prognosi per il futuro non potrebbe che essere negativa nel caso di specie, per il grave pericolo di compromissione per la salute e la possibilità di armonico sviluppo fisico e psichico delle minori, con la conseguenza di ritenere la rescissione del legame familiare come l'unico strumento adatto ad evitare loro un più grave pregiudizio, e ad assicurare, in loro favore, assistenza e stabilità affettiva in sostituzione di quella negata nella famiglia naturale.

Invero, è considerata "situazione di abbandono" non soltanto il rifiuto intenzionale e irrevocabile dell'adempimento dei doveri genitoriali, ma anche una situazione di fatto obiettiva del minore che, a prescindere dagli intendimenti dei genitori e degli altri familiari, impedisca e ponga in pericolo il suo sano sviluppo psicofisico, per il non transitorio difetto di quell'assistenza, materiale e morale, necessaria a tal fine.

Le stesse considerazioni valgono per il D.R., stante la sua inanità e colpevole passività, anche dimostrata dal fatto che i due genitori si sono appiattiti su difese di identico contenuto.

Del resto, se anche fosse vero che il D.R. non si è accorto se non altro dei turbamenti patiti dalla giovane V., non si vede quale armonico sviluppo potrebbe essere assicurato alla piccola P. in una famiglia che non ha saputo assicurare alla sorella più grande alcun concreto appoggio.

Gli appelli vanno, per questi motivi, rigettati.

In base al principio di soccombenza, gli appellanti vanno condannati al pagamento delle spese di questo grado per come sopportate dal Tutore, liquidate, come da dispositivo, a favore dello Stato (essendo stata ammessa la parte vittoriosa al gratuito patrocinio), con la maggiorazione di cui dell'art.4, co. 4 D.M. n. 140 del 2012, per essersi difesa, la parte vittoriosa, contro più parti.

La liquidazione viene resa sulla base di quanto stabilito dal predetto decreto per le cause di valore compreso tra i 25.000 e i 50.000 Euro (valore medio) al quale valore si ritiene di dover equiparare quello indeterminabile, proprio della causa in esame.

Nulla deve disporsi a favore delle parti C.M. e C.A., perché non costituite.

P.Q.M.

La Corte di Appello di Campobasso, definitivamente pronunciando sugli appelli proposti da T.A., nella qualità di madre di D.R.P., nata a C. il (...), e di C.V., nata a C. il (...), nonché da D.R.G., nella qualità di padre di D.R.P., nata a C. il (...), nei confronti dell'avv. C.M., quale Tutore delle minori suddette, di C.M., quale genitore della minore C.V., e di C.A., quale parente entro il quarto grado della minore C.V., con la partecipazione del Procuratore Generale in Sede e del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Campobasso, appelli proposti avverso la sentenza pronunciata dal Tribunale per i Minorenni di Campobasso, n.4/2013, nel procedimento di adottabilità n.7/11 S.A., ogni contraria istanza, eccezione, deduzione disattesa, così provvede:

rigetta gli appelli:

condanna gli appellanti, in solido, al pagamento delle spese del presente grado di giudizio a favore dello Stato, stante l'ammissione al gratuito patrocinio della parte vittoriosa, avv. C.M., Tutore delle minori, spese che liquida in complessivi Euro.4.356,00 oltre IVA e CPA se dovuti.

Nulla per le spese nei confronti delle altre parti.

Così deciso in Campobasso, il 16 ottobre 2013.

Depositata in Cancelleria il 26 ottobre 2013.



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