Articoli, saggi, Adozione, affido etero-familiare -  Zanasi Francesca Maria - 2014-01-28

ADOZIONI DI MINORI: VISIONI PER UNA RIFORMA - Francesca Maria ZANASI e Alberto FIGONE

Come è noto, l"adozione (in allora "speciale") fu introdotta in Italia nel 1967, con l"intento di attribuire ad un minore, in stato di abbandono, l"inserimento in una famiglia, composta da una coppia genitoriale, di cui veniva ad acquisire lo stato di figlio legittimo.

La legge fissava il limite massimo dell"adottabilità negli otto anni di età del minore.

La materia è stata successivamente riformata con la l. 184/1983, novellata nel 2001, ed integrata con la l. 476/1998, di ratifica della Convenzione dell"Aja sull"adozione internazionale del 29.5.1993.

In oggi tutti i minori, dalla nascita fino al compimento della maggiore età, possono essere adottati, senza alcuna preclusione.

Presupposto dell"adozione è la preventiva declaratoria dello stato di abbandono del minore, dovuto alla mancanza di assistenza morale e materiale, non dipendente da causa di forza maggiore; si richiede altresì la mancata osservanza, da parte dei genitori biologici, di preventive prescrizioni, ove imposte dal giudice minorile, ovvero l"irrecuperabilità delle capacità genitoriali in un tempo ragionevole, come previsto dall"art. 15 l. 184/1983, novellato  dal  d.lgs. 154/2013..

Una prima apertura della legge si può ricollegare alla novella dell"art.6: l"adozione rimane concessa alla coppia sposata da almeno tre anni, ma è stato previsto che il periodo triennale possa essere sostituito o implementato da una corrispondente durata di convivenza, purchè seria e duratura, a condizione che, al momento della presentazione della domanda, la coppia sia comunque coniugata.

In altri termini la legge italiana continua a disconoscere l"adozione piena da parte della coppia non sposata, ovvero della persona singola.

Eppure, l"art. 6 della Convenzione di Strasburgo del 24.4.1967, ratificata dall"Italia con l. 357/74, autorizza espressamente gli Stati aderenti ad estendere anche alla persona singola la possibilità di adottare un minore, con effetti legittimanti.

In oggi l"ordinamento italiano consente alla persona single di accedere solo alla adozione in casi particolari ai sensi dell"art. 44 della l.184/1983: si tratta di una adozione più tenue rispetto a quella piena e con effetti più contenuti.

Il minore infatti mantiene la parentela con la famiglia di origine,mentre  non acquisisce vincoli di parentela con parenti e collaterali dell"adottante, almeno secondo una lettura rigorosa del nuovo testo dell"art. 74 c.c. (come novellato dall"art. 1 l. 219/2012), contrapposta a quella che ritiene l"art. in questione,  estensibile anche alla parentela da adozione in casi particolari.

Il minore mantiene il proprio cognome ed antepone a questo il cognome dell"adottante.

L"adottato acquisisce diritti successori nei confronti dell"adottante ma non vale invece l"inverso.

In altri termini, il regime dell"adozione di minori in casi particolari si struttura sulla bade di quello dell"adozione di persona maggiore di età.

Una più aperta riflessione, sui cambiamenti delle relazioni familiari attuali, nonché della normativa degli Stati aderenti la  Comunità Europea, pare imponga una revisione della l. 184/1983.

Punto di partenza è la consapevolezza di non essere più in grado di garantire, sempre e comunque,  al minore adottato di crescere in una famiglia unita e coesa, perché gli istituti della separazione e del divorzio (a cui accedono progressivamente un numero sempre maggiore di cittadini) hanno permesso la divisione nucleare, pur mantenendo di regola il riferimento del figlio alle due figure genitoriali (salvo i casi di alienazione genitoriale).

Diverse sono anche le tipologie di relazione affettiva espressa tra persone dello stesso sesso, alle quali la giurisprudenza ha già dato risposta, come nel caso di Bologna (decreto del Tribunale minorile 13.10.2013), allorché è stato dichiarato esecutivo un provvedimento di affidamento consensuale di minore ad una coppia di fatto composta da due uomini, ovvero  quale quello  dalla Corte di Cassazione, secondo la quale nessun elemento ostativo sarebbe da configurare, per un affidamento di una minore alla madre, ancorchè convivente con altra donna (Cass. n. del 601 del 2013).

Nulla dovrebbe allora ostare ad ammettere la possibilità di far accedere all"istituto dell"adozione di un minore la coppia di fatto, legata da una convivenza stabile e duratura.

Pare francamente che non sussistano ostacoli giuridici per un"estensione in questo senso dell"adozione, e ciò tanto più a seguito dell"entrata in vigore della l. 219/2012 e del d. lgs. 154/2013, con i quali è stato parificato lo status di figlio.

In precedenza,  l"adozione piena, proprio perché disposta in favore di due coniugi, faceva acquisire al figlio lo stato di legittimo, in oggi, invece, solo lo stato di figlio, ossia  uno stato, che ben può riferirsi anche alla discendenza della coppia non coniugata, senza discriminazione di sorta.

Del resto, la capacità di prendersi cura di un minore e di seguirne la crescita e lo sviluppo prescinde totalmente dallo stato civile della coppia e, quindi, dall"esistenza di un matrimonio o meno.

In questa prospettiva anche quella coppia, che per ragioni più varie non possa (perché uno dei componenti è legato ancora a un precedente matrimonio) o non voglia (per ragioni ideologiche, culturali o altri motivi) contrarre matrimonio, potrebbe comunque veder coronato il proprio disegno di "famiglia", con l"inserimento in essa di un figlio proprio.

Ma allora si può porre anche un"altra questione.

Se il matrimonio non dovesse più essere l"elemento fondante dell"adozione, dovendosi far riferimento ad una stabile e duratura convivenza, sarebbe da ritenere che pure i conviventi del medesimo sesso potrebbero accedere all"adozione.

Pare francamente superata la tesi che ancorava necessariamente una crescita serena ed armonica del minore all"esistenza di due genitori di sesso differente.

Non è certo il genere che determina la capacità genitoriale, ma l"effettiva potenzialità intrinseche della persona a rapportarsi al minore e di rimando all"altro partner.

Se si interpreta l"adozione come una risorsa per il minore, non si può allora escludere che anche la persona singola possa accedervi.

Come è comprensibile, l"adozione in casi particolari (l"unica accessibile al singolo, come si è visto) non può essere in alcun modo surrogata a quella piena, né può soddisfare una legittima aspettativa di genitorialità in capo a chi adotta da un lato,né soprattutto è in grado di poter garantire quanto, più possibile,  una famiglia al minore istituzionalizzato.

Del resto, dal punto di vista del minore è da escludere che la presenza di un solo genitore possa essere di per sé sola pregiudizievole, e ciò non  ove si considerino i sempre più numerosi casi di separazione e di divorzio, ma anche quelli in cui,  per disgrazie o altri eventi, il minore rimanga orfano di uno dei due genitori.

Sul fronte della tutela dei minori pare imprescindibile peraltro ipotizzare una diversa modulazione dell"adozione dei preadolescenti e degli adolescenti, rispetto ai bambini in tenera età, per evitare che ai primi, quelli di più difficile adattabilità alla nuova realtà affettiva, a causa della prolungata istituzionalizzazione e del loro vissuto, possa essere di fatto preclusa questa opportunità. L"attuale organizzazione dei servizi territoriali dovrebbe allora essere implementata, per poter essere di appoggio alla famiglia, nelle varie tipologie che si vanno manifestando nella nostra società civile, e soprattutto per sostenere i minori, maggiormente a rischio di solitudine, nelle ricerca e nell"adattamento di una propria famiglia adottiva.

Sotto il profilo sistematico, questa "visione" potrebbe concretizzarsi con la semplice novellazione di qualche articolo della l. 184/1983, fermo restando il suo impianto originale, a cominciare dal principio che, ove possibile, il minore ha diritto di essere cresciuto nell"ambito della propria famiglia d"origine, e che l"adozione rappresenta, comunque, l"ultima ratio, ma la prima delle opportunità di vita del minore abbandonato.

Questi, in definitiva, i pochi interventi sulle norme:

Art. 6.

1. L'adozione e' consentita a coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni, ai conviventi da almeno tre anni e alle persone singole che possano offrire al minore stabilità affettiva e di crescita. Tra i coniugi e conviventi non deve sussistere e non deve avere avuto luogo negli ultimi tre anni separazione personale neppure di fatto.

2. I coniugi richiedenti devono essere affettivamente idonei e capaci di educare, istruire e mantenere i minori che intendano adottare.

3. L'età degli adottanti deve superare di almeno diciotto e di non più di quarantacinque anni l'età dell'adottando.
4. Il requisito della stabilità del rapporto di cui al comma 1 può ritenersi realizzato anche quando i coniugi abbiano convissuto in modo stabile e continuativo prima del matrimonio per un periodo di tre anni, nel caso in cui il tribunale per i minorenni accerti la continuità e la stabilità della convivenza, avuto riguardo a tutte le circostanze del caso concreto.
5. I limiti di cui al comma 3 possono essere derogati, qualora il tribunale per i minorenni accerti che dalla mancata adozione derivi un danno grave e non altrimenti evitabile per il minore.
6. Non e' preclusa l'adozione quando il limite massimo di età degli adottanti sia superato da uno solo di essi in misura non superiore a dieci anni, ovvero quando essi siano genitori di figli nati fuori dal matrimonio o adottivi dei quali almeno uno sia in età minore, ovvero quando l'adozione riguardi un fratello o una sorella del minore già dagli stessi adottato.
7. Ai medesimi coniugi richiedenti sono consentite più adozioni anche con atti successivi e costituisce criterio preferenziale ai fini dell'adozione l'avere già adottato un fratello dell'adottando o il fare richiesta di adottare più fratelli, ovvero la disponibilità dichiarata all'adozione di minori che si trovino nelle condizioni indicate dall'articolo 3, comma 1, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, concernente l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate.

8. Nel caso di adozione dei minori di età superiore a dodici anni o con handicap accertato ai sensi dell'articolo 4 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, lo Stato, le regioni e gli enti locali possono intervenire, nell'ambito delle proprie competenze e nei limiti delle disponibilità finanziarie dei rispettivi bilanci, con specifiche misure di carattere economico, eventualmente anche mediante misure di sostegno alla formazione e all'inserimento sociale, fino all'età' di diciotto anni degli adottati.

Art. 22.

1. Coloro che intendono adottare devono presentare domanda al tribunale per i minorenni, specificando l'eventuale disponibilità ad adottare più fratelli ovvero minori che si trovino nelle condizioni indicate dall'articolo 3, comma 1, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, concernente l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate, ovvero minori di età superiore ai 14 anni. È ammissibile la presentazione di più domande anche successive a più tribunali per i minorenni, purchè in ogni caso se ne dia comunicazione a tutti i tribunali precedentemente aditi. I tribunali cui la domanda è presentata possono richiedere copia degli atti di parte ed istruttori, relativi ai medesimi coniugi, agli altri tribunali; gli atti possono altresì essere comunicati d'ufficio. La domanda decade dopo tre anni dalla presentazione e può essere rinnovata.

2. In ogni momento a coloro che intendono adottare devono essere fornite, se richieste, notizie sullo stato del procedimento.

3. Il tribunale per i minorenni, accertati previamente i requisiti di cui all'articolo 6, dispone l'esecuzione delle adeguate indagini di cui al comma 4, ricorrendo ai servizi socio-assistenziali degli enti locali singoli o associati, nonché avvalendosi delle competenti professionalità delle aziende sanitarie locali ed ospedaliere, dando precedenza nella istruttoria alle domande dirette all'adozione di minori di età superiore a cinque anni o con handicap accertato ai sensi dell'articolo 4 della legge 5 febbraio 1992, n. 104.

4. Le indagini, che devono essere tempestivamente avviate e concludersi entro centoventi giorni, riguardano in particolare la capacità di educare il minore, la situazione personale ed economica, la salute, l'ambiente familiare dei richiedenti, i motivi per i quali questi ultimi desiderano adottare il minore. Con provvedimento motivato, il termine entro il quale devono concludersi le indagini può essere prorogato una sola volta e per non più di centoventi giorni.

5. Il tribunale per i minorenni, in base alle indagini effettuate, sceglie tra i  richiedenti che hanno presentato domanda quelli maggiormente in grado di corrispondere alle esigenze del minore.

6. Il tribunale per i minorenni, in camera di consiglio, sentiti il pubblico ministero, gli ascendenti dei richiedenti ove esistano, il minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche il minore di età inferiore, in considerazione della sua capacità di discernimento, omessa ogni altra formalità di procedura, dispone, senza indugio, l'affidamento preadottivo, determinandone le modalità con ordinanza. Il minore che abbia compiuto gli anni quattordici deve manifestare espresso consenso all'affidamento alla coppia, o alla persona singola,  prescelta.

7. Il tribunale per i minorenni deve in ogni caso informare i richiedenti sui fatti rilevanti, relativi al minore, emersi dalle indagini. Non può essere disposto l'affidamento di uno solo di più fratelli, tutti in stato di adottabilità, salvo che non sussistano gravi ragioni. L'ordinanza è comunicata al pubblico ministero, ai richiedenti ed al tutore. Il provvedimento di affidamento preadottivo è immediatamente, e comunque non oltre dieci giorni, annotato a cura del cancelliere a margine della trascrizione di cui all'articolo 18.

8. Il tribunale per i minorenni vigila sul buon andamento dell'affidamento preadottivo avvalendosi anche del giudice tutelare e dei servizi locali sociali e consultoriali. In caso di accertate difficoltà, convoca, anche separatamente, gli affidatari e il minore, alla presenza, se del caso, di uno psicologo, al fine di valutare le cause all'origine delle difficoltà. Ove necessario, dispone interventi di sostegno psicologico e sociale.

Basterebbe, dunque, un limitato intervento normativo, per esercitare quella facoltà che la richiamata Convenzione di Strasburgo riconosce agli Stati membri e per adattare le norme giuridiche ai ben più veloci mutamenti della realtà sociale:  non esiste infatti più l"archetipo della sola famiglia fondata sul matrimonio, ma diversi modelli di famiglia, nei quali estrinsecare la personalità del singolo, così come prevede l"art. 2 Cost., anche tramite la scelta adozionale, qualora ciò risulti corrispondente all"interesse del minore.



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