Legislazione e Giurisprudenza, Adozione, affido etero-familiare -  Rossi Rita - 2013-12-04

AFFIDAMENTO A COPPIA OMOSEX: LAFFIDAMENTO FAMILIARE NON E ADOZIONE – Rita ROSSI

Tutti ormai hanno detto e scritto sul rivoluzionario provvedimento del giudice minorile di Bologna, che ha autorizzato l' affidamento familiare di una bambina ad una coppia omosessuale.

Anch'io apprendevo Ia notizia dalla stampa; la news era davvero importante e l'occasione ghiotta per una prima riflessione che facevo a caldo, prima ancora di avere letto il provvedimento.

Conoscendo gli orientamenti consolidati della giurisprudenza minorile bolognese, c'era da pensare ad una bufala, ad una sorta di leggenda metropolitana, ma la possibilità dell'aprirsi di una nuova era, in via del Pratello, era già nell'aria da qualche tempo.
Ecco, allora, la mia riflessione tutta estemporanea: sentivo di potermi fidare, pur ripromettendomi di leggere bene la motivazione, non appena l'avessi avuta, dato che le sentenze vanno sempre lette dalla prima all'ultima riga.

Ora, a lettura avvenuta, quella prima riflessione (che si trova pubblicata sul sito del mio studio) merita confermata, seppure con alcune integrazioni.
Ecco, allora, ciò che più mi colpisce in positivo di questa decisione coraggiosa:

- l' accuratezza nel passare in rassegna e nel rispondere alle obiezioni anche polemiche formulate dal P.M.
(Il P.M. aveva proposto reclamo contro il provvedimento con cui il giudice tutelare aveva 'convalidato' il progetto di affidamento familiare presentato dai Servizi Sociali, formulando una serie di motivi; motivi d'altronde condivisibili, su un piano generale, come per esempio, la necessità del consenso del padre, la previsione del mantenimento di rapporti tra la bambina e il padre, la mancata indicazione, da parte dei Servizi, delle ragioni che inducevano ad allontanare la piccola dalla madre e dalla sorella maggiore);

- il rigore ricostruttivo e argomentativo;

- al tempo stesso, la lettura evolutiva degli istituti, pur nell'aderenza al tessuto normativo di riferimento.

Particolarmente apprezzabile quella parte del provvedimento in cui il collegio si sofferma sull' art. 2 della legge n. 184 del 1983, interrogandosi sulla vincolatività o meno dell'ordine di preferenza contemplato dalla norma, riguardo alle caratteristiche della famiglia affidataria.

L'art. 2 si riferisce, infatti, "ad una famiglia, preferibilmente con figli minori, o ad una persona singola, in grado di assicurargli il mantenimento, l'educazione, l'istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno".
Pur dando atto della "consolidata interpretazione giudiziale" sul punto, per la quale le opzioni contemplate dalla disposizione in parola sono indicate in ordine decrescente di preferenza, e non alternative, il collegio bolognese osserva che nè il dettato normativo nè l'interpretazione giurisprudenziale pongono detto ordine di preferenza a pena di nullità o di inefficacia del provvedimento; e ciò in quanto la finalità perseguita dal legislatore è quella di individuare un ambiente familiare idoneo per il bambino che ne sia temporaneamente privo.
Come dire che non ci si può fermare, nella scelta, ad un rigido ordine di preferenza, se ad esso non corrisponde una valida e pregnante ragione d'essere sostanziale. Ed in effetti, come escludere che un ambiente monoparentale o un ambiente omoparentale possa assicurare al bambino ciò che al bambino manca temporaneamente sul piano affettivo, educativo e di cura?

Osserva correttamente il Collegio, collegandosi ai recenti approdi della stessa giurisprudenza della Cassazione, che "in assenza di certezze scientifiche o dati di esperienza, costituisce mero pregiudizio la convinzione che sia dannoso per l'equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale, soprattutto in relazione ad un istituto di carattere strettamente temporaneo come quello dell'affidamento consensuale".

Ma veniamo all'obiezione che qui potrebbe sorgere spontanea:
tutti d'accordo sul principio astratto, tutti d'accordo cioè nel dire che non vi sono certezze scientifiche o dati di esperienza per sostenere la non percorribilità di tali soluzioni; ma questo è sufficiente?

Ecco la risposta del tribunale felsineo, là dove si sofferma sugli esiti rassicuranti dell'esperienza già vissuta: buona la qualità delle relazioni tra la bambina e  gli affidatari, ottimo il rapporto tra questi e i genitori; esistenza di un progetto volto a dotare la madre delle risorse genitoriali di cui oggi non dispone ancora; infine, e soprattutto (aggiungo io) la consapevolezza della coppia affidataria, che pure aspira ad una paternità, sul proprio ruolo non sostitutivo bensì di supporto alla genitorialità.

Non è detto -e questa è una mia considerazione personale - che una soluzione analoga possa andare bene in tutti i casi. Ed è questo, d'altronde,  il tratto che caratterizza oggi la giurisprudenza più evoluta, ovverossia il diritto dal basso, l'abito su misura, legge permettendo.

Nel mio primo commento a caldo avevo espresso una piccola preoccupazione, legata alle cattive prassi che hanno contraddistinto taluni uffici giudiziari minori (non escluso quello emiliano): mi riferivo alla necessità di evitare che un affidamento familiare si traduca, di fatto, per quanto inammissibilmente, in un'adozione simulata.

Ma, il decreto fa luce anche su questo, chiamando le cose con il loro nome: una cosa è l'affidamento familiare, altra cosa è l'adozione.

Mi sento rassicurata; l' auspicio è che tra due anni, quell'affidamento non debba essere prorogato, e che la piccola possa rientrare a casa propria con mamma, e magari anche con papà (che oggi vive lontano).



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