Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Bernicchi Francesco Maria - 2014-07-08

AGGRAVANTE DEL METODO MAFIOSO E VIOLENZA NELL'ESTORSIONE - Cass. Pen. 29010/14 - F.M BERNICCHI

Si prende in esame una recentissima sentenza della Corte di Cassazione (sez. I Penale, sentenza 29 aprile - 4 luglio 2014, n. 29010) in tema di aggravante del c.d. metodo mafioso e suoi requisiti necessari anche in rapporto al reato di estorsione che richiede, già di per sé, una condotta violenta per il perfezionamento.

Il fatto, in breve: la Corte di Appello di Messina, con provvedimento del settembre 2012, parzialmente riformando la condanna pronunciata il 15 luglio 2010 dal G.U.P. del Tribunale di Messina nei confronti di P.G. e B.G. , confermava la colpevolezza dei due, in concorso tra loro e con altri imputati minorenni, del delitto di tentata estorsione aggravata ex art. 7 legge n. 203 del 1991 (c.d. aggravante del metodo mafioso).

I legali dei due imputati, nel ricorso in Cassazione, deducono due motivi simili e specifici di doglianza:

1) erronea applicazione della legge penale e motivazione apparente con riferimento all'aggravante ex art. 7 d.l. n. 152 del 1991. Il ricorrente afferma che il metodo mafioso si caratterizza soltanto per una condotta idonea a determinare assoggettamento ed omertà, evocando forze intimidatrici derivanti dal vincolo associativo, mentre la Corte di Appello confonderebbe le modalità gravi dell'azione con quelle mafiose, che, nel caso di specie, non sussisterebbero.

1) mancanza ovvero manifesta illogicità della motivazione con riferimento all'art. 7 D.L. n. 152 del 1991, in quanto la motivazione sulla sussistenza della suddetta aggravante sarebbe basata su congetture, non essendovi alcun elemento in atti che dimostri l'esistenza del sodalizio riferito a titolo di minaccia.

Tuttavia i giudici di Piazza Cavour considerano i motivi dei ricorsi infondati e da rigettare.
I motivi con i quali entrambi i ricorrenti censurano l'applicazione dell'aggravante di cui all'art. 7 d.l. n. 152 del 1991 sono infondati, tenuto presente che, i giudici di merito hanno ritenuto sussistente l'aggravante medesima sotto il profilo dell'uso del c.d. metodo mafioso. La giurisprudenza di questa Corte ha chiarito che per configurabilità dell'aggravante dell'utilizzazione del "metodo mafioso", non è necessario che sia stata dimostrata o contestata l'esistenza di un'associazione per delinquere, essendo sufficiente che la violenza o la minaccia assumano veste tipicamente mafiosa (Sez. 2, n. 322 del 02/10/2013 - 08/01/2014, Ferrise, Rv. 258103).

Ebbene, i giudici di merito, le cui sentenze sul punto, essendo conformi, si integrano nella motivazione, hanno evidenziato che il comportamento degli imputati avevano "tutte le caratteristiche della più classica azione di tipo mafioso" (così la sentenza di appello); in particolare, uno dei due imputati "qualificandosi come soggetto proveniente dal gruppo di C. , con ciò riferendosi al quartiere di Catania dove la summenzionata consorteria mafiosa esercita la sua influenza, ha ingenerato nella vittima il convincimento che la minaccia provenisse da un soggetto appartenente ad un sodalizio mafioso o comunque da parte di chi si avvaleva di modalità mafiose", modalità riscontrabili ancor più nel fatto che lo stesso P. si è presentato alla vittima "in pieno giorno a volto scoperto, incurante delle telecamere e non ha esitato ad avvalersi di metodi, quali quello di posizionare bottiglie contenenti liquidi infiammabili negli esercizi commerciali o di commissionare un avvertimento come quello di cospargere di benzina i dipendenti di chiara matrice mafiosa".

Si tratta di valutazioni di fatto, che, in quanto corrette dal punto di vista logico e giuridico, non sono in alcun modo censurabili in questa sede di legittimità.

Per questi ed altri motivi, pertanto, la Suprema Corte rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.



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