Legislazione e Giurisprudenza, Animali -  Gasparre Annalisa - 2015-03-23

ALLEVAMENTI E IMPORTAZIONE DI CANI: UN CASO PAVESE - Trib. Pavia, 744/2014 - Annalisa GASPARRE

- commercio di cuccioli

- detenzioni incompatibili

- basta la colpa per la condanna penale

La storia è sempre la stessa. Arrivano le feste e l'idea di un cucciolo in regalo per Natale è tenera, graziosa.

Così si diffondono gli acquisti di animali a buon mercato nel periodo che precede le feste.

Così, in periodi in cui si vuole risparmiare, ci si rivolge a chi riesce a fare il miglior prezzo.

Così, gli allevatori, talvolta, importano cani dall'Est Europa e li spacciano per nati in Italia, riuscendo a risparmiare e far risparmiare gli acquirenti.

L'importante è presentare il cucciolo in buone condizioni, apparentemente in buone condizioni. Non importa se è stato sottratto alla madre prematuramente, non importa se ha compiuto un viaggio in condizioni inadeguate, se qualcuno tra i suoi fratelli di viaggio è morto, se non ha fatto le vaccinazioni o se le ha fatte troppo presto. Non importa se, medio tempore, prima di essere portato in negozio o messo in vendita è detenuto in condizioni inadeguate per la sua salute fisica e non.

Il caso affrontato dal Tribunale di Pavia riguarda un allevamento della zona, curiosamente sempre risultato immune a censure da parte degli organi preposti al controllo, fino a che, il Corpo Forestale dello Stato, con un sopralluogo a sorpresa, accertava una situazione illecita e sequestrava i cuccioli.

Il processo durava un'infinità di tempo. Era contestata la contravvenzione di cui all'art. 727 c.p. ed, emesso il decreto penale di condanna, l'imputata - titolare anche di un prestigioso negozio, un vero supermercato del cucciolo - si opponeva al decreto dando avvio al procedimento ordinario nell'ambito del quale cambiava... 5 difensori.

L'epilogo è stato quello di una conferma delle statuizioni di responsabilità penale già ravvisate dal GIP con l'emissione del decreto opposto.

In verità, il Giudice "ritaglia" una parte del capo di imputazione, che si esprimeva nel senso della detenzione di " cuccioli di cane in quarantena all'interno di vasche in plastica nera prive di acqua, poste in un locale privo di adeguate aerazioni, illuminazione e riscaldamento, così sottoponendoli a condizioni incompatibili con la loro natura e produttivi di gravi sofferenze", estromettendo, dalle modalità ritenute illecite e ritenute provate, quella della detenzione all'interno delle vasche in plastica nera e ravvisando la condotta penalmente condannabile per la residua parte, cioè per le "accertate condizioni di assenza di riscaldamento, di luce e di aerazione in cui si trovavano i cuccioli all'interno dell'inadatto, non finito e non servito locale dell'allevamento definito infermeria. In tale stanza i cagnolini si trovavano privi di luce e di riscaldamento al momento dell'accesso degli operanti. Tale situazione di assenza dello standard minimo di benessere aveva immediate e concrete conseguenze sulle condizioni degli animali causando agli stessi gli evidenti disagi dovuti al freddo e all'innaturale situazione di oscurità" con la conseguenza che "la privazione di riscaldamento, luce a aerazione alla quale sono stati sottoposti i cuccioli in esame integra la fattispecie di maltrattamenti di animali contemplata dall'art. 727 comma 2 c.p., essendo idonei a integrare il reato di abbandono di animali, non solo le sevizie, le torture o le crudeltà caratterizzate da dolo, ma anche comportamenti ... di colposa trascuratezza nei confronti degli undici cuccioli e causati da negligenza o da sottovalutazione delle esigenze di tali animali".

Quanto invece alla contestata detenzione all'interno delle vasche, la compiuta istruttoria, anche tecnico-scientifica, aveva permesso di stigmatizzare senz'altro la condotta ma, secondo il Giudice, non poteva dirsi raggiunta la prova della sussistenza di maltrattamenti in quanto "tale condotta certamente è incompatibile con la natura degli animali e potrebbe interferire, anche gravemente, con il loro equilibrato sviluppo e generare in loro gravi sindromi comportamentali", tuttavia, "tale situazione d'incompatibilità non si genera istantaneamente e non è collegata al grado di confort della vasca o del cassone ma si collega direttamente al prolungarsi di una situazione di deprivazione di contatti con l'esterno che, facendo mancare le necessarie esperienze all'animale in crescita, può facilmente creare una situazione di carenza comportamentale poi sfociante in atteggiamenti di aggressività, autoaggressività o depressione".

All'associazione costituita parte civile è stato riconosciuto il risarcimento del danno, in quanto la stessa è "titolare di un diritto della personalità connesso al perseguimento della finalità statutaria della protezione degli animali".

Approfondimento.

o    PREMESSA. PER UN COMPLETO INQUADRAMENTO NORMATIVO

o    LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI

o    LA COSCIENTE E VOLONTARIA OFFESA AI BENI GIURIDICI TUTELATI

PER UN COMPLETO INQUADRAMENTO NORMATIVO. La fattispecie che ha occupato il procedimento si connota per la sua appartenenza alla normativa penale introdotta dalla Legge 189/2004, nell'ottica di un riconoscimento più incisivo ai diritti degli animali ed al sentimento di pietà nei confronti di essi, di talché sono stati previsti come delitti il maltrattamento e l'uccisione degli animali tutti, quando ciò avvenga con crudeltà oppure senza necessità, così come sono oggi puniti l'abbandono (in senso ampio) e la detenzione di animali in condizioni incompatibili con la propria natura.

In linea temporale, si segnala la novità introdotta da fonte di rango primario che ha affermato che l'animale è "essere senziente" (si tratta del TRATTATO DI LISBONA che modifica il Trattato UE, firmato a Lisbona il 13 dicembre 2007), punto di lancio di una giurisprudenza di merito che ha affermato come, nell'attuale ordinamento, "il sentimento per gli animali ha protezione costituzionale e riconoscimento europeo" (Trib. Varese, Sez. I Civ., 7.12.2011, principio ribadito con Decreto del 13.03.2013 Trib. Milano, Sez. IV civ. Est. Buffone).

A ciò si aggiunga che un'altra fonte sovranazionale ha riconosciuto "che l'uomo ha l'obbligo morale di rispettare tutte le creature viventi". Si tratta della Legge 4 novembre 2010, n. 201 che ha ratificato e dato esecuzione alla ben più risalente Convenzione Europea per la protezione degli animali da compagnia (Strasburgo, 13 novembre 1987).

Tuttavia, la legislazione nazionale già con la Legge 189/2004 ha introdotto talune fattispecie di reato nel codice penale italiano (artt. 544 bis e seguenti) ed ha apportato nuove modifiche all'art. 727 c.p.

LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI. I fatti di cui al procedimento risultano acclarati.

La prova fotografica. Il solo esame delle immagini a rappresentative dello stato dei luoghi al momento del sopralluogo degli operanti consente di provare – oltre ogni ragionevole dubbio – quanto dedotto nel capo di imputazione, vale a dire le condizioni di detenzione in cui i cuccioli sono stati costretti a vivere. Il tutto mentre altri cuccioli – evidentemente più fortunati – vivevano in altre zone meglio equipaggiate e fornite dell'allevamento

Tali rilievi sono sufficientemente rappresentativi delle condizioni che si ritengono incompatibili con la natura degli animali e perciò, in re ipsa, produttive di sofferenze.

Soprattutto per l'accertamento dei reati in danno dell'ambiente e degli animali, è costante il principio che riconosce alle fotografie efficacia probatoria perché riproduttive della realtà riscontrata in loco. Infatti, nessun verbale di sopralluogo o di accertamento potrà, seppur preciso e accurato, rendere al Giudice la realtà dei luoghi, così come si sono presentati. La fotografia ha, infatti, lo scopo di tradurre in dibattimento, dopo diverso tempo, quanto rilevato in loco, soprattutto nei casi, come quello in questione, in cui lo stato dei luoghi subisce modifiche continue.

Sul punto la Suprema Corte ha statuito: "dal testo dell'art. 234 c.p.p. emerge che le fotografie o i rilievi fotografici, che rappresentano fatti, persone o cose, costituiscono prova documentale. Tale carattere hanno anche quando rappresentano lo stato dei luoghi, annoverabile nell'ambito della categoria delle cose, che ha contenuto amplissimo. Ne deriva che i rilievi fotografici ... integrano piena prova, che può essere sempre acquisita, e sulla medesima il giudice può validamente fondare il proprio convincimento" (Cass. pen., Sez. III, sent. 11116 del 15 giugno 1999).

E ancora, nel 2006, proprio in riferimento ad un'ipotesi di applicazione dell'art. 727 c.p. ai danni di un elefante legato ad una catena, la stessa III Sezione della Suprema Corte (con sent. n. 33975/06 – imp. Rossi), confermando la sentenza di condanna del Tribunale di Novara- sez. dist. di Borgomanero, statuiva che vi era prova del maltrattamento in quanto le fotografie – che mostravano le condizioni dell'animale – erano "prove insuperabili del reato compiuto".

Sul piano sostanziale

IL MALTRATTAMENTO. Taluni considerano il "maltrattamento", in senso lato, solo come prodotto di sofferenze fisiche provocate all'animale e riconducibili a lesioni constatabili obiettivamente. Quest'ultime sono diagnosticabili clinicamente in quanto produttive di disfunzioni. Spesso, quindi, i maltrattamenti di tipo fisico sono documentabili mediante un iter diagnostico, ma ciò non può avvenire di fronte a maltrattamenti di tipo etologico.

Nel concetto di maltrattamento però non rientrano solo le lesioni, ma anche le condizioni climatiche e ambientali che sono sufficienti ad integrare (almeno) la violazione dell'art. 727 c.p. in quanto la norma mira a proteggere il benessere degli animali (non solo) da condotte suscettibili di provocare stati patologici, ma anche dolori o patimenti che la diagnostica veterinaria non è in grado di accertare né misurare e che, tuttavia, sono dimostrati e dimostrabili sulla base della letteratura scientifica. In definitiva, il verificarsi di uno stato morboso costituisce un'evenienza del tutto estranea ed ulteriore, rispetto alla consumazione del reato.

Secondo la giurisprudenza di legittimità "Dalla precisazione, secondo la quale l'incrudelimento può consistere anche nel solo fatto di cagionare, senza necessità, sofferenza all'animale, scaturisce che determinare sofferenza non comporta necessariamente che si cagioni una lesione all'integrità fisica e, cioè, una malattia dell'animale, potendo invece, la sofferenza consistere in soli patimenti, che per quel che concerne l'animale, possono derivare anche da abbandono, da paura, da privazioni smodate ecc." (Cass. pen., III Sez., sent. n. 3914/1998).

In merito al reato di maltrattamento di animali in senso stretto (art. 544 ter c.p.), vale la pena di precisare che per il perfezionarsi del reato è sufficiente un'unica condotta, a differenza dei maltrattamenti in famiglia in cui sono richieste più condotte reiterate. Sul fronte oggettivo, "cagionare" una lesione ai danni dell'animale, sulla falsariga del reato di cui all'art. 582 c.p. 'lesione personale', deve essere individuato, in conformità al consolidato indirizzo della Suprema Corte (cfr. Cass. pen., sent. n. 1215/99, n. 46291/03) non confinata alle sole lesioni dell'integrità fisica, ma riconducibile anche a sofferenze di carattere ambientale, comportamentale, etologico o logistico, comunque capaci di produrre nocumento agli animali in quanto esseri senzienti. È infatti ormai consolidato che il concetto di lesione utilizzato dal legislatore possa essere individuato attraverso gli stessi criteri che qualificano le lesione in altre disposizioni del codice penale, come ogni apprezzabile diminuzione dell'integrità psicofisica dell'animale (Trib. Torino 25.10.06 – imp. Palermo). Nella sentenza citata i giudici confermano che le lesioni non sono necessariamente fisiche bastando la mera sofferenza dell'animale, in quanto la norma mira a tutelare gli animali quali esseri viventi in grado di percepire. A tale tesi accedeva anche la giurisprudenza di legittimità più consolidata fin dal 1998, che riferendo in ordine al reato in esame, rilevava che per la configurabilità dello stesso "non è necessaria la lesione fisica dell'animale essendo sufficiente una sofferenza in quanto la norma mira a tutelare gli animali quali esseri viventi capaci di percepire con dolore comportamenti non ispirati a simpatia, compassione ed umanità" (cfr. ex multis, Cass. pen. n. 46291/2003).

Recentissima è la sent. n. 32837/2013 Cass. pen. con cui è stato affermato che il concetto di lesione non è sovrapponibile a quello di "malattia nel corpo o nella mente" e,  quindi, non si risolve necessariamente in un processo patologico o in una menomazione funzionale, ma implica comunque la sussistenza di un'apprezzabile diminuzione della originaria integrità dell'animale determinata da una condotta volontaria commissiva od omissiva (La buona fede non basta ad escludere il maltrattamento di animali se le cattive condizioni di vita sono frutto di consapevolezza, Diritto&Giustizia, 30.07.2013).

LE CONDIZIONI INCOMPATIBILI. Da quanto sopra consegue che le lesioni verso gli animali possono costituire solo una delle ipotesi di maltrattamento. Con la riformulazione operata dalla legge 189/04, abbiamo una forma 'nuova' di maltrattamento ravvisabile anche nel maltrattamento di tipo ambientale e biologico-comportamentale. Tale forma di maltrattamento può non avere alcuna conseguenza a livello di lesione fisica sull'animale, ma si concretizza in una sofferenza di tipo diverso.

Appare infatti del tutto evidente che, a fronte di una detenzione incompatibile con le caratteristiche etologiche dell'animale, la sofferenza grave è del tutto implicita. Si noti, peraltro, che nel caso in oggetto, agli atti sono depositati due certificati di decesso dei cuccioli pochi giorni dopo il sequestro.

Di recente la Cassazione, con sentenza n. 3937/2013, ha affermato che, "ai fini della sussistenza dell'ipotesi contravvenzionale di cui all'art. 727 c.p., (detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze) è sufficiente l'accertamento di un'obiettiva condizione di sofferenza degli animali connessa alle complessive modalità della detenzione. Tale sofferenza non può trovare giustificazione nel trasporto degli animali a bordo di un veicolo in quanto questa stessa attività costituisce di per sé una condizione contraria alla natura dell'animale. Pertanto, onde evitare che tale situazione si riveli del tutto incompatibile, si impone una maggiore attenzione al fine di ridurre al minimo i disagi per l'animale" (Diritto&Giustizia, 30.01.2014).

Per giudicare la sofferenza non si deve solo valutare la presenza o l'assenza di eventuali fatti nocivi fisici e traumatici visibili ma anche le condizioni che possono indurre una sofferenza psicologica.

Tra i parametri utilizzati a questo scopo vi sono senza dubbio quei cinque termini di valutazione conosciuti come le 'cinque libertà' che rappresentano i bisogni minimi che occorre garantire agli animali, in qualsiasi momento, per assicurare loro condizioni il più possibile vicino alla loro natura e quindi un certo livello di benessere, e la cui mancanza genera, di conseguenza, malessere e sofferenza. Le cinque libertà sono: libertà dalla fame, dalla sete e dalla cattiva nutrizione, che significa la necessità di garantire un facile accesso all'acqua e una dieta che mantenga piena salute e vigore; libertà dal disagio, che comporta un ambiente appropriato incluso un riparo e una confortevole area di riposo; libertà dalle ingiurie, ovvero libertà dal dolore, dalle ferite e dalle malattie attraverso la prevenzione, rapide diagnosi e trattamenti; libertà di esprimere un comportamento specie-specifico naturale, ovvero la necessità di disporre di spazio sufficiente, attrezzature appropriate e la compagnia di animali della stessa specie; libertà dalla paura e dall'angoscia, assicurando condizioni e trattamenti che evitino la sofferenza mentale.

In proposito, i medici veterinari hanno ben chiarito quali siano le conseguenze e i pericoli corsi dai cuccioli nella situazione oggetto di accertamento, nonché ha dato chiara evidenza dei disagi patiti dai cuccioli, soprattutto dal punto di vista etologico-comportamentale. Sul punto, è doveroso tornare a chiarire che il reato di detenzione incompatibile, perché sia consumato, non richiede la verificazione di un evento.

LA COSCIENTE E VOLONTARIA OFFESA AI BENI GIURIDICI TUTELATI. Pacifico è l'elemento soggettivo in capo all'imputata. Nel confermare l'infondatezza della tesi difensiva fondata sulla buona fede, sul punto sembra calzante la conclusione cui è giunta la Cassazione (sez. III penale, sentenza n. 32837/13; depositata il 29 luglio) con una recente sentenza, nella quale è stato affermato che "Il concetto di lesione utilizzato nell'incriminazione del maltrattamento di animali non è sovrapponibile a quello di "malattia nel corpo o nella mente" e quindi non si risolve necessariamente in un processo patologico o in una menomazione funzionale, ma implica comunque la sussistenza di un'apprezzabile diminuzione della originaria integrità dell'animale determinata da una condotta volontaria commissiva od omissiva. Finalità dell'incriminazione è la tutela dell'integrità dell'animale" (massima, Diritto&Giustizia, 30 luglio 2013, con nota di Gasparre).

Il discrimine con la contravvenzione dell'art. 727 c.p. si coglie non solo nell'evidente (e superficiale) differente elemento soggettivo richiesto, ma anche nell' (più profondo) aspetto della finalità perseguita: 1. modalità compatibili con la natura dell'animale per la contravvenzione di "abbandono e detenzione incompatibile con la natura dell'animale" e 2. tutela dell'integrità fisica rispetto a comportamenti volontari produttivi di sofferenza, lesione o morte, nell'ipotesi delittuosa ex art. 544 ter c.p.

In punto ricostruzione dei fatti, non sono emersi elementi tali da incrinare l'attendibilità dei verbalizzanti intervenuti e sentiti in aula né quanto accertato è stato espressamente negato dall'indagata che si è limitata ad affermare la propria buona fede, pur essendo consapevole delle condizioni di vita effettive in cui gli animali vivevano.

Vi è peraltro da sottolineare che ipotizzare la buona fede è ipotesi priva di fondamento anche sostanziale, oltre che giuridico (nel senso di non escludere la configurazione del reato, in quanto non costituisce scriminante).

Peraltro, come noto, quand'anche vi sia stato errore sul precetto, tesi che la difesa dell'imputata ha cercato di ipotizzare in uno con la buona fede della prevenuta, non si entra nella sfera della percezione-rappresentazione, perché il soggetto "sa quello che fa ma lo valuta erroneamente", con la conseguenza che non può essere escluso il dolo. Il dolo, insomma, non deve abbracciare la consapevolezza dell'illiceità del fatto, ma semplicemente le azioni o le omissioni, per cui è inammissibile tentare di scriminare la condotta dell'imputata in base a quanto asseritamente autorizzato dalla Asl (riferimento ai cestoni di plastica che, peraltro, rappresentano solo una componente della più ampia situazione di incompatibilità dei luoghi e delle condizioni).

Ha ripetutamente affermato la giurisprudenza di Cassazione che la coscienza dell'antigiuridicità o dell'antisocialità della condotta non è una componente del dolo, per la cui sussistenza è necessario soltanto che l'agente abbia la coscienza e volontà di commettere una determinata azione, il che è a dire che non importa che la prevenuta fosse a conoscenza dell'illiceità della detenzione con le caratteristiche accertate ma solo che ne fosse consapevole, anche con una mera condotta di tipo omissivo. D'altra parte, essendo la conoscenza della legge penale presunta dall'art. 5 c.p., quando l'agente abbia posto in essere coscientemente e con volontà libera un fatto vietato dalla legge penale, il dolo deve essere ritenuto sussistente, senza che sia necessaria la consapevolezza dell'agente di compiere un'azione illegittima o antisociale sia nel senso di consapevolezza della contrarietà alla legge penale sia nel senso di contrarietà con i fini della comunità organizzata.

Per scrupolo, anche a ritenere che un'indagine in tal senso vada compiuta, seppure in via ipotetica, si richiamano i risalenti arresti giurisprudenziali con cui la Cassazione ha chiarito che il giudice penale non può escludere de plano la sussistenza dell'elemento soggettivo del reato, né scriminare i fatti tout court, invocando convinzioni religiose e retaggi culturali propri dell'imputato che, al più, potrebbero offrire elementi idonei ad una personalizzazione della condanna ex art. 133 c.p.

Ad colorandum va detto che la condotta caratterizzata da assenza di necessità può assumere anche le vesti del dolo eventuale qualora l'agente accetti consapevolmente il rischio che attraverso la propria prolungata omissione si verifichi l'evento.

Dalle documentate condizioni degli animali risultavano lesioni agli stessi (due cuccioli decedevano pochi giorni dopo il sequestro); inoltre, la detenzione era, in ogni caso, esplicata con modalità che imponevano agli animali un comportamento incompatibile con le loro caratteristiche etologiche, dovendosi adeguare alle condizioni di vita imposte e che esponevano gli animali al rischio del verificarsi di più gravi eventi.

Seppure alcuni profili della vicenda deporrebbero per la sussistenza del dolo eventuale, fuori di dubbio è (quantomeno) l'esistenza della colpa. L'imputata era tenuta ad impedire il verificarsi degli eventi dannosi. Il suo comportamento – e, a tratti, la sua inerzia – invece la ponevano nell'alveo della mancanza di diligenza, del difetto di attenzione, della violazione delle regole cautelari: in una parola, nella "colpa" penale. Come noto, con sentenza n. 21805/2007 la Cassazione ha affermato l'importante principio secondo cui nei confronti del cane occorre comportarsi con la diligenza che si usa verso un minore.

Nel caso di specie, in altre parole, non può non rilevarsi che il grado di colpevolezza richiesto dalla norma di cui all'imputazione è già solo la colpa, anche generica. In proposito, può leggersi la sentenza 18.10.2012 del Tribunale di Firenze (Est. Gatto – Imp. M.A.) con cui si è affermato che l'abbandono e l'incuria, comportamenti caratterizzati da un non facere, sono idonei ad offendere la sensibilità psicofisica degli animali – caratterizzandosi per essere un sostanziale abbandono – sono idonei ad integrare la contravvenzione dell'art. 727 c.p.

Alla luce di quanto esposto, pertanto, ad avviso di questo difensore, risultano pienamente provate sia la condotta materiale sia l'elemento soggettivo (almeno nella forma della colpa).

(La riproduzione - anche parziale o in atti giudiziari - del presente articolo è vietata. Per autorizzazioni o consulenze contattare direttamente l'autrice [email protected]).



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