Legislazione e Giurisprudenza, Animali -  Gasparre Annalisa - 2015-04-12

ALLEVAMENTO POINTER: LA PAROLA FINE AGLI ABUSI DEL VETERINARIO - Cass. pen. 47661/14 - Annalisa GASPARRE

- allevamento di cani da caccia

- selezione naturale come metodo

- è reato

Questa è la storia di un allevatore di cani da caccia (razza pointer) di cui all'epoca dei fatti si è parlato molto, anche perchè l'allevatore era medico veterinario e aveva un teorema tutto suo sulle condizioni di allevamento in cui la selezione naturale era la regola.

La vicenda giudiziaria ha avuto la prima sentenza del Tribunale di Ravenna nel 2011, poi confermata dalla Corte d'appello di Bologna nel 2013 ma i fatti risalgono almeno al 2008. La sentenza di primo grado è stata descritta come "illuminata" (PM, dott. Barberini, Giud. Schiaretti).

E' una storia di abusi e maltrattamenti ai danni degli animali. L'imputato era accusato di maltrattamento di animali per aver inflitto sevizie etologicamente incompatibili ai cani, costringendoli per selezione naturale a lottare tra loro per nutrirsi del cibo che era insufficiente per tutti, nonchè per aver detenuto i cani in condizione di sofferenza e contro natura e per aver detenuto gatti selvatici o incrociati con domestici in condizioni incompatibili e  produttive di sofferenza. Infine, all'imputato era contestata la violazione in materia ambientale per aver effettuato scarichi senza le necessarie autorizzazioni.

Condannato, gli animali sono stati confiscati e affidati ad associazioni di volontariato.

Davanti alla Cassazione ha articolato varie censure, tutte inammissibili. Di qui, l'ulteriore condanna alle spese processuali, al pagamento di una somma in favore della Cassa delle Ammende e alla rifusione delle spese sostenute dalle parti civili.

Questa dovrebbe essere la parola fine a una storia di mentalità arcaica e anacronistica.

Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 08-10-2014) 19-11-2014, n. 47661

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TERESI Alfredo - Presidente -

Dott. SAVINO Maria Pia - Consigliere -

Dott. GRAZIOSI Chiara - rel. Consigliere -

Dott. PEZZELLA Vincenzo - Consigliere -

Dott. ANDRONIO Alessandro M. - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

G.G.G. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 3945/2011 CORTE APPELLO di BOLOGNA, del 28/01/2013;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 08/10/2014 la relazione fatta dal Consigliere Dott. CHIARA GRAZIOSI;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. MAZZOTTA Gabriele che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito, per la parte civile, l'avv. Vio Anna di Bologna anche sost. proc. di Donati - Monadi - Romeo;

udito il difensore avv. Scudellari Giovanni di Ravenna.

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 28 gennaio 2013 la Corte d'appello di Bologna ha respinto l'appello proposto da G.G.G. avverso sentenza del 24 febbraio 2011 con cui il Tribunale di Ravenna lo aveva condannato alla pena di un anno e sei mesi di reclusione per i reati di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 137 e art. 256, commi 1 e 2, (perchè, quale gestore di canili, effettuava senza le necessarie autorizzazioni la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti e lo scarico di acque reflue industriali: capo A), art. 544 ter c.p. (per avere inflitto sevizie etologicamente incompatibili ai cani, costringendoli per selezione naturale a lottare tra loro per nutrirsi di un cibo insufficiente per tutti: capo B),art. 727 c.p., comma 2, (per avere detenuto i cani nel canile in condizioni di sofferenza e contro natura: capo C) e art. 727 c.p., comma 2, (per avere detenuto gatti selvatici o incrociati con domestici in condizioni incompatibili e produttive di sofferenza: capo D).

2. Ha presentato ricorso il difensore sulla base di tre motivi.

Il primo motivo denuncia violazione delle norme sulla utilizzabilità degli elementi probatori, perchè sarebbero state utilizzate le valutazioni effettuate dagli ausiliari della polizia giudiziaria nelle operazioni di sequestro nonchè gli accertamenti e le consulenze eseguiti illegittimamente sui beni sequestrati da chi non era nè custode nè autorizzato a ciò dal pubblico ministero.

Il secondo motivo denuncia la mancata assunzione di prova decisiva:

essendo inutilizzabile quanto appena esposto, resterebbero come compendio probatorio soltanto fotografie e filmati, per cui occorreva disporre una perizia sulla salute dei cani, come era stato chiesto dalla difesa.

Il terzo motivo denuncia violazione dell'art. 649 c.p.p.. I disturbi comportamentali dei cani insorgerebbero quando sono ancora cuccioli, per cui la lesione si sarebbe originata antecedentemente al sequestro, in un periodo coperto dal giudicato di precedenti processi nei confronti del G. e in particolare da un procedimento sfociato in un'archiviazione nell'anno 2008.

Hanno depositato in data 22 settembre 2014 memoria per la conferma della sentenza le parti civili Lega Antivivisezionista, La zampa e la mano e Vita da cani. Si sono poi costituite in udienza chiedendo il rigetto del ricorso le ulteriori parti civili Lega per l'abolizione della caccia, Animal Liberation, Lega nazionale per la difesa del cane, sezione di Forlì e Associazione Occhio Verde.

Motivi della decisione

3. Il ricorso è manifestamente infondato.

3.1.1 Il primo motivo adduce l'inutilizzabilità delle valutazioni e degli apprezzamenti espressi dagli ausiliari di polizia giudiziaria intervenuti nelle operazioni di sequestro, nonchè degli accertamenti, delle valutazioni e delle consulenze eseguiti illegittimamente sui beni sequestrati da chi non aveva neppure la qualifica di custode e, in ogni caso, senza alcuna autorizzazione da parte del pubblico ministero.

Si tratta della riproposizione di un motivo d'appello, che appunto denunciava l'inutilizzabilità delle valutazioni e degli apprezzamenti espressi dagli ausiliari di polizia giudiziaria e dagli operatori di polizia giudiziaria intervenuti nell'operato sequestro, nonchè degli accertamenti, delle valutazioni e delle consulenze eseguite sui beni sequestrati da soggetti non aventi la qualifica di custode e senza autorizzazione del pubblico ministero. La corte territoriale ha fornito un'adeguata confutazione di tale doglianza.

In primo luogo ha richiamato quella giurisprudenza di questa Suprema Corte che rileva come il divieto di apprezzamenti personali, ex art. 194 c.p.p., non è riferibile ai fatti che siano stati direttamente percepiti dal teste, al quale nella condizione di soggetto qualificato non può essere precluso di esprimere apprezzamenti qualora questi siano inscindibili dalla deposizione sui fatti stessi (il giudice d'appello richiama Cass. sez. 2, 11 novembre 2010 n. 44326; sulla inscindibilità rispetto ai fatti quale presupposto per l'utilizzazione degli apprezzamenti dei testi qualificati la giurisprudenza nomofilattica, in effetti, è consolidata: Cass. sez. 5, 12 giugno 2008 n. 38221; Cass. sez. 5, 29 settembre 2004 n. 42634; Cass. sez. 3, 1 ottobre 1998 n. 11939). Il ricorrente nulla confuta di quanto così evidenziato dalla corte territoriale, ribadendo semplicemente che la natura delle attività e delle funzioni della polizia giudiziaria e dei relativi ausiliari "si riflette anche e soprattutto sui contenuti ed i limiti della testimonianza imposte agli stessi: tali soggetti possono essere sentiti solo ed esclusivamente in relazione alla descrizione "storica" e materiale delle attività compiute in sede di indagini, senza poter operare alcuna valutazione di "merito" in ordine alle stesse" (ricorso, pagina 4), e altresì negando che l'ausiliario della polizia giudiziaria possa essere un testimone qualificato. Quest'ultimo diniego è apodittico, poichè, ancora una volta, il motivo del ricorso non si correla al contenuto specifico della sentenza impugnata, che, analizzando la censura d'appello corrispondente, aveva anche rilevato (motivazione, pagine 6-7) come, "nella fattispecie in esame, i numerosi ufficiali di p.g. ed i loro ausiliari, che hanno redatto i verbali di perquisizione e sequestro e che sono stati sentiti come testimoni, sono certamente testi da considerarsi "qualificati" per le conoscenze derivanti dalla loro abituale e specifica attività professionale, e dunque non poteva essere loro precluso di esprimere anche apprezzamenti", puntualizzando che ciò vale anche per l'ausiliario della polizia giudiziaria in veste di testimone, e al riguardo richiamando la giurisprudenza di questa Suprema Corte. Pertinente in particolare è il rinvio a Cass. sez. 3, 5 marzo 2009 n. 16683 - per cui non occorre che gli ausiliari della polizia giudiziaria durante le indagini siano individuati con le stesse modalità previste per la nomina di consulente tecnico del pubblico ministero -, tenuto conto del fatto che la sussistenza o meno di speciali conoscenze tali da poter sussumere le dichiarazioni nella testimonianza "qualificata" (sul testimone "tecnico", che gode di una percezione "qualificata" dovuta a speciali conoscenze in un dato settore e sulla utilizzabilità delle sue dichiarazioni cfr. pure Cass. sez. 2, 19 settembre 2007 n. 40840) è accertamento di fatto, e in quanto tale riservato al giudice di merito.

Su questo aspetto della doglianza, dunque, il ricorrente non apporta nulla di nuovo e specifico che confuti quanto affermato dal giudice d'appello per disattendere la stessa censura presentata nel gravame di merito. Una siffatta riproposizione che non si correla alla risposta fornita nella motivazione del provvedimento impugnato dal giudice del precedente grado conduce alla inammissibilità della censura (cfr. per quanto riguarda il ricorso per cassazione - per cui tale principio vige alla luce di parametri più stringenti rispetto al gravame di merito - Cass. sez. 6, 12 febbraio 2014 n. 13449; Cass. sez. 2, 21 settembre 2012 n. 36406; Cass. sez. 4, 9 febbraio 2012 n. 18826; Cass. sez. 4, 4 febbraio 2010 n. 9188, in motivazione; Cass. sez. 1, ord. 20 gennaio 2005 n. 4521; Cass. sez. 1, 30 settembre 2004 n. 39598; Cass. sez. 4, 29 marzo 2000 n. 5191; Cass. sez. 4, 18 settembre 1997-13 gennaio 1998 n 256).

3.1.2 Ulteriore doglianza il ricorrente adduce come seconda parte del primo motivo, denunciando l'inutilizzabilità degli accertamenti, delle valutazioni e delle consulenze eseguite illegittimamente e senza alcun titolo sui beni sequestrati. Afferma il ricorrente che all'atto del sequestro la polizia giudiziaria nominò due custodi - M.T. e M. -, i quali, a suo dire, all'insaputa del PM, delegarono ad altri l'incarico. Questi indeterminati "altri", che il ricorrente qualifica nuovi custodi, avrebbero, sempre secondo il ricorrente, sottoposto i cani senza autorizzazione del PM "a tutta una serie di accertamenti, verifiche e consulenze, i cui esiti sono stati poi dirottati (e ritenuti utilizzabili) nel dibattimento".

Sussisterebbe quindi non solo la inutilizzabilità degli accertamenti eseguiti, ma addirittura l'illiceità della prova.

Tale esposizione, anzitutto, è affetta da una evidente genericità che la rende inammissibile, non risultando nè chi sarebbero i "nuovi" custodi, nè risultando specificamente quali elementi probatori da essi siano sortiti e siano stati utilizzati poi nel dibattimento. Peraltro, la stessa tematica era già stata proposta alla corte territoriale, la quale aveva constatato la mancanza di correlazione della doglianza con le precise ed ampie argomentazioni della sentenza di primo grado, completamente ignorate nel gravame, pervenendo così anche il giudice d'appello a ritenere il motivo affetto da radicale genericità, oltre a esaminarlo, ad abundantiam, nel merito per pervenire comunque alla sua infondatezza (motivazione, pagina 11s.) In conclusione, tutto il primo motivo è incorso in inammissibilità.

3.2 Il secondo motivo denuncia la mancata assunzione di prova decisiva sulla base della "inutilizzabilità di tutte le fonti di prova confluite nel fascicolo processuale" come avrebbe dimostrato il precedente motivo, onde residuerebbero soltanto fotografie e filmati, cioè le restanti prove documentali. La prova decisiva che il giudice avrebbe dovuto disporre sarebbe una perizia sullo stato di salute dei cani presenti negli allevamenti.

Ora, si è appena rilevato che il primo motivo è inammissibile, per cui la decisività della perizia non può derivare dalla pretesa inutilizzabilità che detto motivo asserisce. Anche a prescindere da ciò, poi, deve osservarsi che quel che il ricorrente chiede è una prova disposta dal giudice ex art. 507 c.p.p. e al riguardo non si può non ricordare che la doglianza fondata sull'art. 507 c.p.p. deve concernere una prova decisiva, che giammai può essere la perizia: consolidata giurisprudenza di questa Suprema Corte insegna invero che "la perizia non rientra nella categoria della "prova decisiva" ed il relativo provvedimento di diniego non è sanzionatile ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d), in quanto costituisce il risultato di un giudizio di fatto che, se sorretto da adeguata motivazione, è insindacabile in cassazione" (così Cass. sez. 6, 3 ottobre 2010 n. 43526; conformi Cass. sez. 3, 19 marzo 2013 n. 19498, Cass. sez. 4, 17 gennaio 2013 n. 7444 e Cass. sez. 6, 3 ottobre 2012 n. 43526; cfr. altresì sui presupposti della disposizione di perizia in secondo grado, da ultimo, Cass. sez. 2, 15 maggio 2013 n. 36630).

La doglianza rimane dunque manifestamente infondata; e ancora meramente ad abundantiam si da atto che trattasi di una ulteriore riproposizione di un motivo d'appello in ordine al quale il giudice di secondo grado si ha dato una risposta di confutazione (motivazione, pagina 16) cui il ricorrente non si è correlato in alcun modo, pure sotto questo aspetto pervenendo alla inammissibilità.

3.3 Il terzo motivo, infine, adduce la violazione del principio del ne bis in idem, sostenendo che i "lamentati disturbi comportamentali e di relazione dei cani" sarebbero quelli già valutati in processi precedenti e in particolare in un procedimento sfociato in una archiviazione nel settembre 2008, perchè "i disturbi comportamentali sorgono e si sviluppano quando il cane è ancora cucciolo".

Anzitutto, l'accertamento dell'esistenza di una violazione del principio ne bis in idem riveste un contenuto fattuale, per cui non può essere richiesto al giudice di legittimità ma compete esclusivamente al giudice di merito (v. p. es. Cass. sez. 4, 27 giugno 2013 n. 35831, per cui "non è deducibile dinanzi alla Corte di Cassazione la violazione del divieto del "ne bis in idem", atteso che è escluso in sede di legittimità l'accertamento del fatto necessario per verificare la preclusione derivante dalla coesistenza di procedimento iniziati per lo stesso fatto e nei confronti della stessa persona, e non potendo la parte produrre documenti concernenti elementi fattuali, la cui valutazione è rimessa esclusivamente al giudice di merito"; conformi a tale orientamento, nettamente prevalente, Cass. sez. 4, 8 ottobre 2013-31 gennaio 2014 n. 4958; Cass. sez. 2, 15 ottobre 2013-21 gennaio 2014 n. 2662; Cass. sez. 5, 10 gennaio 2013 n. 9825; Cass. sez. 5, 11 dicembre 2012-31 gennaio 2013 n. 5099; Cass. sez. 5, 6 maggio 2011 n. 24954), nel caso, poi, che si sia raggiunto il giudicato - si rileva meramente ad abundantiam non essendo l'ipotesi in esame, che in effetti fa riferimento a una archiviazione -potendosi comunque trovare tutela dinanzi al giudice dell'esecuzione (ex multis Cass. sez. 4, 3 dicembre 2009 n. 48575).

La questione del preteso bis in idem era stata oggetto, peraltro, di un motivo d'appello, e la corte territoriale l'aveva analiticamente considerata, pervenendo a ritenere mancante la necessaria "piena corrispondenza storico-naturalistica tra i fatti esaminati nei procedimenti in questione (motivazione, pagine 16-19). Ancora una volta, il ricorrente non si correla specificamente a quanto osservato dal giudice d'appello, attuando così una riproposizione inammissibile della stessa doglianza.

Sulla base delle considerazioni fin qui svolte il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con conseguente condanna del ricorrente, ai sensi dell'art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese del presente grado di giudizio. Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale emessa in data 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza "versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità", si dispone che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di Euro 1000,00 in favore della Cassa delle ammende. Il ricorrente altresì deve essere condannato alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalle parti civili, come da dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1000,00 in favore della Cassa delle Ammende, nonchè alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalle parti civili liquidando, in favore dello Stato, complessivamente Euro 3000,00 in favore di "La zampa e la mano", "Lega Antivivisezionista" e "Vita da cani", Euro 700,00 in favore dello Stato alla parte civile "Lega per l'abolizione della caccia", Euro 700,00 per ciascuna delle altre parti civili: Animal Liberation, Lega nazionale per la difesa del cane, sez. Forlì, Associazione Occhio Verde, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 8 ottobre 2014.

Depositato in Cancelleria il 19 novembre 2014



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