Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Redazione P&D - 2014-07-29

AMMESSA LA CITAZIONE, QUALE RESPONSABILE CIVILE, DELLA PERSONA GIURIDICA COIMPUTATA NEL PROCEDIMENTO VOLTO AD ACCERTARNE LA RESPONSABILITA' EX D.LGS 231/01 -C.Cost. 218/2014 - Simone Grisenti

Con la recente sentenza n. 218 depositata il 18 luglio 2014 la Corte Costituzionale ha contribuito, finalmente, a fare ulteriore chiarezza circa la posizione della persona offesa nel processo volto ad accertare la responsabilità giuridica dell'ente, ex D.Lgs 231/01, stabilendo che la persona giuridica può, pur se "coimputata", essere citata quale responsabile civile.

Per comprendere l'importanza di tale punto di arrivo sono necessari una breve premessa e qualche passo indietro.

Come noto Il Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231, intitolato "Disciplina della responsabilita' amministrativa delle persone giuridiche, delle societa' e delle associazioni anche prive di personalita' giuridica, a norma dell'articolo 11 della legge 29 settembre 2000, n. 300.", pubblicato in GU n.140 del 19-6-2001 ed entrato in vigore il 04/07/01, rappresenta l'attuazione della legge delega n. 300 del 29 settembre 2000, volta a dare esecuzione alla Convenzione sulla tutela degli interessi finanziari delle Comunita' europee e relativo Protocollo interpretativo, nonche' della Convenzione relativa alla lotta contro la corruzione nella quale sono coinvolti funzionari delle Comunita' europee o degli Stati membri dell'Unione europea e della Convenzione OCSE sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali, con delega al Governo per la disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche e degli enti privi di personalità giuridica.

Dopo un iniziale periodo di scarsa applicazione, probabilmente connesso alla natura estremamente peculiare delle ipotesi di reato in essa richiamate, la norma si è arricchita dal 2001 via via di sempre nuove ipotesi di reato poste a fondamento della responsabilità amministrativa.

Potrà essere utile richiamare sinteticamente tali ipotesi: falsità in monete (art. 6, D.L. 25.09.2001, n. 350), reati in materia societaria (art. 3,D.Lgs. 11.04.2002, n. 61), delitti con finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine democratico (art. 3, L. 14.01.2003, n. 7), delitti contro la personalità individuale (art. 5, L. 11.08.2003, n. 228), abusi di mercato (art. 9, L. 18.04.2005, n. 62), mutilazione degli organi genitali femminili (art. 8 L. 09.01.2006, n. 7), omicidio colposo o lesioni gravi o gravissime commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro (art. 9 L. 03.08.2007, n. 123 è stato, poi, così sostituito dall'art. 300, D.Lgs. 09.04.2008, n. 81), ricettazione e riciclaggio (art. 63 D.Lgs. 21.11.2007, n. 231), Delitti informatici e trattamento illecito di dati (art. 7, L. 18.03.2008, n. 48), delitti di criminalità organizzata (art. 2, c. 29, L. 15.07.2009, n. 94), delitti contro l'industria e il commercio (art. 15, L. 23.07.2009, n. 99), delitti in materia di violazione del diritto d'autore (art. 15, L. 23.07.2009, n. 99), induzione a non rendere dichiarazioni o rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria (art. 4, L. 03.08.2009, n. 116), reati ambientali (art. 2 D.Lgs. 07.07.2011, n. 121), impiego di cittadini terzi il cui soggiorno è irregolare (art. 2 D.Lgs. 16.07.2012, n. 109).

L'introduzione di queste nuove fattispecie di reato fra quelle presupposte dall'accertamento della responsabilità amministrativa, ha reso sempre più rilevante la posizione della persona offesa, che si trova spesso nella necessità di far valere le proprie ragioni risarcitorie nel processo penale, pendente sia contro le figure apicali responsabili materialmente del fatto, sia nei confronti della persona giuridica.

La prima questione ad essersi posta è stata quella della possibilità della costituzione di parte civile nei confronti della persona giuridica imputata.

A chiudere un lungo periodo di decisioni di merito di segno opposto, stante l'assenza di qualsiasi disposizione espressa sul punto nel D.Lgs 231/01, è stata la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2251 del 5 ottobre 2010, che ha escluso la possibilità, per le persone offese, di costituirsi parte civile nei confronti della persona giuridica imputata.

Secondo la Corte, il reato penale commesso dalla persona fisica è solo uno dei presupposti sulla cui base può essere accertata l'esistenza di una responsabilità amministrativa in capo alla persona giuridicante: "all"accertamento del reato commesso dalla persona fisica deve necessariamente seguire la verifica sul tipo di inserimento di questa nella compagine societaria e sulla sussistenza dell"interesse ovvero del vantaggio derivato all"ente: solo in presenza di tali elementi la responsabilità si estende dall"individuo all"ente collettivo, in presenza cioè di criteri di collegamento teleologico dell"azione del primo all"interesse o al vantaggio dell"altro che risponde autonomamente dell"illecito "amministrativo". Ne deriva che tale illecito non si identifica con il reato commesso dalla persona fisica, ma semplicemente lo presuppone.".

Pertanto "l"impossibilità di procedere all"applicazione delle due norme richiamate discende dal fatto che per entrambe il presupposto per la costituzione di parte civile è rappresentato dalla commissione di un reato, non dell"illecito amministrativo."

A fronte di tale decisum il Giudice delle indagini preliminari presso il Tribunale di Firenze, Dr. Monti, con ordinanza 09/02/11, decideva di sollevare innanzi alla Corte di Giustizia Europea una questione pregiudiziale di interpretazione, chiedendole di pronunciarsi in ordine alla corretta interpretazione di "tutte le decisioni europee che concernono la posizione della persona offesa", con particolare riguardo alla decisione quadro 2001/220/GAI del 15.3.2001, relativa alla posizione della vittima nel procedimento penale, e alla direttiva comunitaria 2004/80/CE del Consiglio del 29.4.2004, relativa all'indennizzo delle vittime di reato".

Solo la soluzione di tale questione preliminare, infatti, avrebbe consentito al giudice nazionale di valutare se la normativa italiana, laddove non prevede che la persona danneggiata dal reato si possa costituire contro l'ente imputato "ex 231", fosse o meno conforme al diritto dell'Unione europea.

La decisione della Corte di Giustizia UE, sez. II, sent. 12 luglio 2012, Giovanardi, C-79/11 (che non affrontiamo nel dettaglio per ragioni di brevità) dichiarava infine, in aperto contrasto con quanto sostenuto dall'Avvocato Generale  Eleonor Sharpston, che "l'articolo 9, paragrafo 1, della decisione quadro [2001/220/GAI] deve essere interpretato nel senso che non osta a che, nel contesto di un regime di responsabilità delle persone giuridiche come quello in discussione nel procedimento principale, la vittima di un reato non possa chiedere il risarcimento dei danni direttamente causati da tale reato, nell'ambito del processo penale, alla persona giuridica autrice di un illecito amministrativo da reato".

Dunque, nessun supporto alle ragioni delle persone offese nemmeno da parte della Corte di Giustizia.

Tornate, nuovamente, innanzi al Giudice delle Indagini preliminari di Firenze, le persone offese chiedevano di essere autorizzate a citare, quali responsabili civili, le persone giuridiche imputate nel procedimento, chiedendo che dell'art. 83 c.p.p. fosse data un'interpretazione costituzionalmente orientata e, in ogni caso, riportandosi alla citata decisione della Corte di Cassazione che aveva sì escluso la costituzione di parte civile, affermando tuttavia in modo chiaro che si sarebbe potuto citare quale responsabile civile la persona giuridica.

Il G.I.P. del Tribunale di Firenze riteneva di escludere la possibilità di autorizzare tale citazione, poiché la lettera dell'art. 83 comma 1 c.p.p. Recita: "L'imputato può essere citato come responsabile civile per il fatto dei coimputati per il caso in cui venga prosciolto o sia pronunciata nei suoi confronti sentenza di non luogo a procedere.".

La posizione di coimputato con i propri dipendenti rivestita dalla persona giuridica avrebbe escluso, infatti, tale possibilità.

Tuttavia, facendo proprie le ragioni della difesa delle persone offese, decideva di sollevare questione di legittimità costituzionale dell'art. 83 c.p.p. e del D.Lgs. 231/01 nel suo complesso.

Secondo il Giudice remittente tale combinato disposto risulterebbe in contrasto con l"art. 3 Cost., in quanto introdurrebbe «una ingiusta disparità di trattamento per persone offese nel processo penale», a seconda che gli enti, che devono rispondere dei comportamenti dei loro dipendenti, siano o meno chiamati a partecipare al processo per una loro responsabilità ai sensi del d.lgs. n. 231 del 2001, in quanto solamente nel secondo caso, in quello cioè in cui una siffatta responsabilità non sia stata loro addebitata, essi potrebbero essere citati come responsabili civili ex art. 83, comma 1, cod. proc. pen.

Inoltre, le norme censurate determinerebbero «una illogica disparità di situazioni esistenziali giuridiche in fasi diverse delle vicende processuali», in quanto gli enti, nei confronti dei quali sono state applicate misure di tipo interdittivo, possono ottenere la revoca delle misure loro applicate, nella fase cautelare del procedimento, solamente se hanno integralmente risarcito il danno nei confronti delle persone offese dai reati: «questa possibilità per le stesse vittime dei reati sarebbe preclusa nel processo penale avviato, se in precedenza non vi sia stata applicazione di misure cautelari e/o di tipo interdittivo nei confronti delle società e degli enti».

La Corte Costituzionale, con la propria sentenza, ha dichiarato inammissibile la questione, ma nella parte motiva ha fornito una serie di indicazioni che, almeno allo stato, sembrano risolvere in senso positivo per le persone offese la questione attinente alla possibilità di citare la persona giuridica imputata quale responsabile civile per il fatto dei coimputati.

Nel proprio decisum il Giudice delle leggi ritiene l'inammissibilità della questione, oltrechè per la generica formulazione del quesito (che non indica in modo preciso quale norma del D.Lgs 231/01 sia censurato né quale sia l'intervento additivo alla Corte), anche per un duplice ordine di motivi, da ricondursi alla corretta lettura da darsi all'art. 83 comma 1 c.p.p., anche e soprattutto alla struttura della responsabilità amministrativa prevista dal D.Lgs 231/01.

Secondo la Corte Costituzionale, in primo luogo l'art. 83 comma 1 c.p.p. non può trovare applicazione rispetto alla posizione della persona giuridica sottoposta, nel processo penale, ad accertamento della propria responsabilità amministrativa: "è fondatamente contestabile che l"ente possa essere considerato coimputato dell"autore del reato. Infatti si è ritenuto che, nel sistema delineato dal d.lgs. n. 231 del 2001, l"illecito ascrivibile all"ente costituisca una fattispecie complessa e non si identifichi con il reato commesso dalla persona fisica (Cassazione, sezione sesta penale, 5 ottobre 2010, n. 2251/2011), il quale è solo uno degli elementi che formano l"illecito da cui deriva la responsabilità amministrativa, unitamente alla qualifica soggettiva della persona fisica, alle condizioni perché della sua condotta debba essere ritenuto responsabile l"ente e alla sussistenza dell"interesse o del vantaggio di questo. Ma se l"illecito di cui l"ente è chiamato a rispondere ai sensi del d.lgs. n. 231 del 2001 non coincide con il reato, l"ente e l"autore di questo, non possono qualificarsi coimputati, essendo ad essi ascritti due illeciti strutturalmente diversi.

Sotto questo aspetto, quindi, la disposizione dell"art. 83, comma 1, cod. proc. pen., alla quale il giudice rimettente fa riferimento, non costituirebbe un impedimento alla citazione dell"ente come responsabile civile. ".

Sotto tale profilo, la conclusione della Corte si pone in linea con la ricostruzione già fatta propria dalla Corte di Cassazione, laddove ha ritenuto il reato solo uno dei presupposti della responsabilità amministrativa e, per tale ragione, ha escluso la possibilità di costituirsi parte civile contro l'Ente.

Ma vi è di più.

Secondo la Corte Costituzionale non sarebbe da condividersi nemmeno l'asserto del G.i.p. secondo cui l'art. 83 c.p.p. costituirebbe una tutela per l'imputato poiché, invece, tale articolo è da considerarsi espressione "del principio secondo cui una persona non può essere contestualmente chiamata a rispondere per lo stesso fatto, sia come autore, sia come responsabile civile per la condotta del coimputato.".

L'ulteriore motivo per il quale la Corte ha poi ritenuto inammissibile il quesito proposto dal GIP del Tribunale di Firenze riguarda, infine, la corretta lettura  ed interpretazione dell'art. 83 comma 1 c.p.p.

Secondo quanto rileva la Corte il Giudice avrebbe erroneamente inteso l'espressione "per il caso in cui venga prosciolto o sia pronunciata nei suoi confronti sentenza di non luogo a procedere" quale presupposto la cui sussistenza sia necessaria ex ante per autorizzarsi la citazione.

Ove, al momento in cui viene chiesta la citazione del responsabile civile coimputato costui non sia stato prosciolto o il suo processo sia terminato per non luogo a procedere, questa non potrà essere autorizzata dal giudice.

In realtà, secondo il Giudice delle Leggi, l'espressione è invece da leggersi nel senso che la citazione del coimputato responsabile civile sia comunque ammessa, salvo poter dispiegare i propri effetti nelle sole ipotesi di proscioglimento o non luogo a procedere per il coimputato citato: "La citazione dell"imputato come responsabile civile per il fatto dei coimputati non è esclusa prima del suo proscioglimento, ma è ammessa sotto condizione, nel senso che produce effetto solo nel caso in cui l"imputato venga prosciolto od ottenga una sentenza di non luogo a procedere. Questo è il significato delle parole «può essere citato come responsabile civile […] per il caso in cui». "

In altre parole, l'espressione "per il caso in cui" è da leggersi alla stregua di "in considerazione della possibilità che".

La Corte, con questa decisione, pare aver finalmente eliminato un gravissimo punto di incertezza gravante sulla possibilità, per le persone offese, di poter ottenere il riconoscimento del proprio diritto al risarcimento dei danni conseguenti al reato nel medesimo processo in cui si accerta la responsabilità amministrativa della persona giuridica.

Poichè, in concreto, il problema per la vittima di reati che possono avere conseguenze, in termini di danno, gravissime (si pensi al decesso di un congiunto, alla perdita di un arto, della libertà) è di poter ottenere ristoro attraverso il pagamento di somme anche molto consistenti, è ovvio che quasi sempre solo la società per cui lavora l'autore del reato  possa ragionevolmente farvi fronte.

L'aver chiarito che la limitazione dell'art. 83 comma 1 c.p.p. non trova applicazione alle persone giuridiche imputate ex D.Lgs 231/01 compensa l'impossibilità di costituirsi parte civile nei loro confronti e completa un quadro che, altrimenti, sarebbe stato inaccettabilmente squilibrato in danno della vittima.

Un ulteriore importantissimo passo è stato fatto verso una maggiore tutela dei diritti della persona e, di questo, a fronte di una sempre maggiore erosione del principio "societas delinquere non potest", non possiamo che rallegrarci..



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