Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Andrea Castiglioni - 2016-07-17

Amministratore condominiale e appropriazione indebita - Cass. pen. 27363/2016 - Andrea Castiglioni

L"amministratore di condominio che, alla scadenza del mandato, non restituisce il denaro della comunione condominiale consegnandolo al nuovo amministratore, commette reato di appropriazione indebita (art. 646 c.p.).


Fintanto che è efficace il rapporto di mandato, la detenzione del denaro è senz"altro titolata, poiché il suo utilizzo è uno dei compiti dell'amministratore di condominio (art. 1130 c.c.). Il termine dell"incarico professionale fa venire meno il titolo che legittima la disponibilità del denaro altrui; ne consegue che il fatto di mantenerne la disponibilità, non mettendolo a disposizione del nuovo amministratore, integra il reato di appropriazione indebita (art. 646 c.p.).

La sentenza in commento pone l"accento sul momento consumativo del reato, che si identifica con il fenomeno di interversione del possesso.

L"interversione del possesso (art. 1141 c.c.) consiste nel mutamento del titolo di disponibilità del bene, con il passaggio dalla detenzione, ossia la condizione in cui il detentore riconosce l"altruità del bene, al possesso vero e proprio. Fenomeno che, nel caso di specie, si verifica appunto nel momento in cui l"amministratore non restituisce il denaro.

Il reato è istantaneo e si estrinseca nell"ambito di due rapporti giuridici, che la dottrina descrive in «diritto di grado superiore» (il proprietario) e «di grado inferiore» (il detentore). Applicando questa logica al caso di specie, il titolare di grado inferiore muta il proprio titolo per «causa proveniente da un terzo» (art. 1141, co. 2, c.c.), in forza della cessazione del rapporto di mandato con incarico conferito a un nuovo mandatario; è anche possibile l"interversione per «opposizione», ma la circostanza appare inverosimile poiché è difficile pensare che il titolare di grado inferiore informi il titolare di grado superiore di volere tenere per sé il bene.

Appare chiaro che il termine «possesso» utilizzato dalla norma penale è da intendersi in senso ampio e non in senso tecnico-civilistico.

È noto che nel diritto privato, la detenzione e il possesso sono due istituti distinti: la detenzione è la condizione di chi, come detto, riconosce l"altruità del bene (in nomine alieno), ed è propria del rapporto di locazione, comodato e deposito. Il possesso può anche non essere titolato, si manifesta esattamente in quel potere di fatto corrispondente al diritto di proprietà o altro diritto reale minore, ed è proprio dell"usufrutto, ma anche di colui che sottrae il bene con contro la volontà di colui che ne è proprietario (furto, art. 624 c.p.; truffa, art. 640 c.p.; rapina, art. 628 c.p.; peculato, art. 314 c.p.; appropriazione indebita, art 646 c.p.).

È ovvio che non è possibile interpretare in quest"ottica il reato di appropriazione indebita (art. 646 c.p.), poiché non è ammissibile considerare solo le condizioni di possesso e non quelle di detenzione. Tanto è vero che la dottrina focalizza l"analisi non su detto problema terminologico, quanto sulla reale condotta di sottrazione posta in essere dal soggetto attivo, poiché è questo il fatto che concretamente integra la condotta di appropriazione.



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