Articoli, saggi, Generalità, varie -  Masoni Roberto - 2016-01-14

AMMINISTRAZIONE DI SOSTEGNO E RETE PROTETTIVA TUTELANTE - Roberto MASONI

Trib. Vercelli 16 ottobre 2015, decreto, est. Bianconi

Non va nominato l'amministratore di sostegno a beneficio di persona disabile che sia in grado di esercitare con pienezza i propri diritti laddove la stessa fruisca del proficuo aiuto da parte di terze persone.

In presenza di condizione personale astrattamente suscettibile di intervento di protezione (menomazione fisica o psichica della persona ed impossibilità di gestione diretta degli interessi da parte dell'interessato), ci si chiede se vada nominato un a.d.s. Al riguardo è indispensabile il riscontro dell'inferenza causale della patologia sulla quotidianità della persona e sulla capacità di espletamento delle funzioni della vita quotidiana (Cass. 4 febbraio 2014, n. 2364, in DG).

In un recente decreto del Tribunale di Vercelli (Trib. Vercelli 16 ottobre 2015, già pubblicato in personaedanno) è stata motivatamente esclusa tale inferenza causale in presenza dell'intervento di "ausilio altrui".

In concreto, l'aiuto esplicato a favore della persona si concretava nell'intervento protettivo di terzi per sopperire alle carenze gestionali della persona; e, in particolare, da parte dei servizio sociali di assistenza domiciliare quotidiana (di "aiuto della paziente nel disbrigo delle pratiche personali, nella cura della casa, quali lavori domestici"), nell'aiuto delle vicine di casa; nel meritorio interessamento della ricorrente ("delegata ad operazioni bancarie e postali"), come pure del suo legale ("con la cui assistenza è stata compiuta l'accettazione beneficiata della eredità del marito"). In questa situazione, la beneficiaria si era mostrata incline e ben disposta ad avvalersi dell'altrui ausilio.

La pronunzia ritiene che, in presenza di rete familiare attenta alle esigenze della disabile e priva di conflittualità familiare e di sospetti di approfittamento economico-patrimoniale, l'intervento di soggetti istituzionali e la piena accettazione dell'intervento ad opera della persona bisognosa, come pure la limitata difficoltà di compimento delle attività di protezione, renda "superflua ed inutilmente gravatoria" la protezione istituzionale ex art. 405 c.c.

La conclusione cui perviene la pronunzia evidenza come la misura protettiva vada applicata nei limiti della stretta necessità, posto che la stessa determina quale effetto la limitazione, seppur parziale, della capacità di agire della persona; una limitazione giustificabile unicamente nei casi previsti dalla legge. Cosicchè, in presenza di rete protettiva tutelante il disabile, la protezione istituzionale ex art. 405 c.c. non va attivata ed il ricorso respinto.

La più autorevole dottrina in materia concorda con la linea di "non intervento", riferendosi in tali casi al requisito inespresso della sussidiarietà (o altrimenti detta della c.d. sussidiarietà rimediale), requisito peraltro evincibile dalla stessa ratio legis (CENDON, Amministrazione di sostegno, a) profili generali, in Enc. Dir. Annali, VII, Milano, 2014, 23-24; R. ROSSI, Amministrazione di sostegno: b) disciplina normativa, in Enc. Dir., Annali, Milano, 2014, VII, 32-33).

Scrive CENDON (CENDON, in CENDON, R.ROSSI, Amministrazione di sostegno, Torino, 2009, 397-398, ed ivi ampi riferimenti giurisprudenziali sulla c.d. linea Carlesso): "qualora la rete familiare fosse hic et nunc ben tesa, all'erta, senza smagliature, con tutti gli allarmi accesi, attiva ventiquattrore al giorno, e qualora non fosse d'altronde il pericolo dell'innescarsi di conflitti significativi e di ribellioni imbarazzanti tra il disabile ed il suoi congiunti, orbene, la linea del "non facciamo niente", il diritto lasciamolo da parte, andiamo avanti con come prima del code Napoleon, potrebbe ancora aver il suo senso" (critico, sul punto, invece, FAROLFI, Amministrazione di sostegno, Milano, 2014, 56).

Si può concludere con una domanda retorica.

Laddove sia in concreto ravvisabile una rete protettiva vicariante, familiare e/o istituzionale, in grado di surrogare, aiutare ed assistere e/o sostituire la persona nell'espletamento delle funzioni quotidiane, perchè attivare la misura di protezione, legittimando l'intervento tribunalizio d'autorità ?

Nella specie, difetterebbe, piuttosto, il presupposto normativo ex art. 404 c.c. costituito dall'incapacità gestionale della persona e perciò, in diritto, la misura non andrebbe disposta.

In altre parole, in situazioni consimili, si constata l'intervento di parenti e familiari che gestiscono gli "affari altrui", che nella specie sono poi gli interessi (personali e/o patrimoniali) del disabile (artt. 2028-2031 c.c.).

D'altro canto, l'intervento d'autorità a tutela della persona appare doveroso unicamente laddove lo stesso costituisca l'extrema ratio; ossia, laddove difettino ulteriori strumenti di protezione civilistici, meno invasivi e maggiormente performanti, quali sono, appunto, l'ausilio e l'intervento di terzi o familiari, come pure il conferimento a terzi di una procura sostanziale ad operare nell'interesse altrui (art. 1392 c.c.).

In definitiva, riemerge, assai condivisibile, la linea del "non intervento" di a.d.s., tutte le volte in cui le smagliature gestionali che affliggano la persona vengano rammendate, ricucite e così rimarginate per effetto dell'intervento di terze persone o di enti.



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