Articoli, saggi, Generalità, varie -  Ricciuti Daniela - 2015-05-17

AMMINISTRAZIONE DI SOSTEGNO: LA SCOPERTA DI UN NUOVO MONDO DI GIUSTIZIA - Daniela RICCIUTI

- L. n. 6/2004 istitutiva dell'A.d.S.: novità - innovatività e valori costituzionali

- Stato dell'arte ad oltre dieci anni dall'introduzione: attuazione, mancata attuazione, prospettive

- Abrogazione dell'interdizione come necessario compimento del percorso normativo riformatore

Si segnala l"interessante lavoro di Enrico Manzon - "L"altra giustizia. Considerazioni di politica giudiziaria sulla tutela dei diritti delle persone fragili", pubblicato nella rivista on-line "Questione giustizia" (che si allega), - il quale "non propone l"ennesima analisi tecnico-giuridica della L. n. 6/2004, istitutiva dell"amministrazione di sostegno", quanto piuttosto "essenzialmente vuole prospettare una re-interpretazione, costituzionalmente orientata, del ruolo della magistratura nell"attuazione di questa legge fondamentale per la tutela concreta dei diritti delle persone fragili".

Alla luce di un"esperienza pratica pluriennale nell"esercizio della funzione giudiziaria a tutela dei diritti dei deboli, ad oltre un decennio dall"entrata in vigore dell"Amministrazione di sostegno, l"Autore racconta che sin dal principio, quando fu creato ex novo dopo quasi vent"anni di iter parlamentare, apparve subito chiaro il valore fortemente innovativo del nuovo istituto: fu come  "la scoperta di un Nuovo Mondo (di giustizia)" - dice suggestivamente.

E ciò già a partire dal lessico normativo più moderno e "civile", che non si riferisce a soggetti incapaci, bensì a "persone prive in tutto o in parte di autonomia nell'espletamento delle funzioni della vita quotidiana, mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente", le quali persone espressamente si propone "di tutelare con la minore limitazione possibile della capacità di agire" (la finalità evidenziata dall'art. 1).

Non solo.

Fu anche subito chiara la necessità di una reinterpretazione del ruolo del giudice tutelare nel senso di "meno Potere e più Servizio". Ciò in quanto questo tipo di intervento giudiziario riguarda, con i minori, la fascia più debole di utenza, e quindi quella che va "servita per prima, quella i cui diritti, se non sono garantiti dal giudice, non sono garantiti da nessuno. Quindi semplicemente non ci sono, vengono negati".

Nel saggio viene evidenziato, poi, come la disciplina dell"Amministrazione di sostegno miri ad attuare, direttamente e modernamente, sul piano della legislazione, i principi costituzionali che sanciscono i valori fondamentali dei diritti inviolabili dell'uomo, dell'uguaglianza, della salute (artt. 2, 3 e 32 Cost.), e ciò secondo precise  direttrici, ed in particolare:

- la funzione "promozionale" del nuovo istituto di protezione delle fragilità umane (in luogo della concezione meramente difensiva dei vecchi istituti, ma anche - nel caso dell"interdizione - fortemente coercitiva);

- l'attenzione alla persona, sulla quale si sposta il baricentro, finora incentrato invece soltanto sulla cura del patrimonio: il beneficiario diviene il vero "protagonista" della procedura;

- l'eliminazione dello stigma: "parola chiave" - nella nomenclatura scientemente e ricercatamente burocratica - diviene non amministrazione (mezzo), bensì sostegno (fine);

- la flessibilità dello strumento di protezione, che può e deve adattarsi e modularsi alle mutevoli necessità del beneficiario, ai suoi "bisogni", alle sue "aspirazioni", che ora devono essere oggetto di considerazione, ed anzi viene loro riconosciuto valore prioritario (l'A.d.S. come "un abito su misura").

Questo "disegno riformatore illuminato e tecnicamente ben congegnato, che parla al futuro e, cosa rara, in questa materia ci fa 'stare davanti' nel gruppo dei Paesi dell" Unione europea", a distanza di oltre 11 anni, però, non ha trovato attuazione - si rammarica l'Autore.

Questi, difatti, lamenta che sono state inadeguate e, quel che è peggio, diverse, le risposte date dalle Istituzioni giudiziarie al "programma egualitario/emancipatorio costituzionale" ed alle prescrizioni del legislatore ordinario attuativo.

E - rileva - questa volta la "colpa" non va ascritta al Parlamento: i "torti" sono di altri.

In primis della magistratura: di quella magistratura meno illuminata che continua ad interdire, nonostante la Cassazione abbia praticamente ridotto al nulla questa vieta misura; di quei giudici che continuano ad imporre l"obbligo dell"assistenza tecnica per la presentazione dei ricorsi per A.d.S., pur contro il consolidato orientamento contrario della Suprema Corte.

Dunque, colpa, molto, della c.d. "giurisprudenza difensiva", peraltro determinata, oggettivamente ed ampiamente, dallo stato di difficoltà degli uffici giudiziari italiani.

E qui le "colpe degli altri": dal Ministero in giù, per le "solite" questioni dei deficit organizzativi, della mancanza di risorse umane e materiali, dell'irrazionalità della geografia giudiziaria e della distribuzione degli organici; nonchè del C.S.M., accusato di disattenzione nei confronti della funzione del Giudice tutelare.

Ma, oltre alle "colpe" ed ai "torti", c'è anche altro:  ci sono le prassi c.d. "virtuose"; c'è la passione e l"impegno di magistrati, cancellieri, avvocati, amministratori locali, assistenti sociali, medici, psichiatri e soprattutto tanti volontari e persone comuni, che dimostrano che, nonostante disfunzioni difficoltà ed ostruzioni del sistema, si può "rendere possibile il possibile" (dice l'Autore, parafrasando, più modestamente, la nota frase di Franco Basaglia: "rendere l"impossibile, possibile", riferita alla sua battaglia per la chiusura dei manicomi); c'è, inoltre, "la consapevolezza che i diritti hanno una gerarchia, non sono tutti uguali, perché così, da sempre, è correttamente interpretato il principio di uguaglianza. Ed allora bisogna pensare che i diritti delle persone deboli vengono per primi".

Le vie dell'attuazione del programma costituzionale e della normativa codicistica in materia di A.d.S., indicate nel saggio, passano per due ulteriori principi costituzionali e comunitari: ossia il principio di leale cooperazione e quello di sussidiarietà.

Applicando questi principi, si possono stipulare patti inter-istituzionali tra Tribunali ed Enti locali socio assistenziali e sanitari, nonchè stringere alleanze ed investire nella preziosa risorsa del volontariato, nel "privato sociale", nell' "ampio bacino solidaristico, che poi è la fortuna vera di questo Paese". Pur se con le debite differenziazioni, che tengano conto delle peculiarità delle diverse realtà sociali ed istituzionali del nostro Paese, le quali sono molto eterogenee tra Nord e Sud, tra regione e regione, tra grandi città e città piccole.

La "ricetta" può, dunque, essere diversa a seconda delle precipue connotazioni della realtà locale di riferimento: "più o meno pubblico, più o meno volontariato, più o meno professionisti".

Il fine, peraltro, è il medesimo: puntare verso sempre nuovi approdi esperienziali, di giurisprudenza e di organizzazione, in modo tale da "aprire le porte dei Tribunali" ed "accogliere questa marea di gente variamente dolente (anziani, disabili, tossicodipendenti, ludopatici, malati di mente ed altre fragilità personali), che necessita di tutela giudiziaria e la chiede, rebus sic stantibus".

E per far ciò "bisogna per forza fare delle alleanze". Occorre costruire una vera e propria "rete infrastrutturale di servizio" tra Istituzioni pubbliche; occorre creare percorsi di "collegamento certificato" tra associazioni del volontariato e Tribunali.

E" un grosso investimento comune che sono chiamate a fare l"Istituzione giudiziaria e le altre Istituzioni pubbliche locali coinvolte: in convenzioni, formazione e legislazione regionale (già varata in Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Liguria e Provincia autonoma di Trento); in Sportelli per gli A.d.S., ossia punti di assistenza nello svolgimento dell'intera procedura (ricorsi, rendiconti, istanze per la straordinaria amministrazione e per i trattamenti sanitari, etc.), ramificati sul territorio, in grado di moltiplicare le risorse ausiliarie di assistenza del giudice e semplificarne il lavoro.

L'Autore, infine, conclude sottolineando la necessità che il percorso normativo riformatore, incominciato nel 1978 con la "legge Basaglia" e proseguito con la L. n. 6/2004, al fine di dare effettività ai valori costituzionali che impongono la piena tutela dei diritti dei soggetti deboli, giunga a compimento.

E per completare tale disegno normativo, occorre uno sforzo ulteriore da parte del legislatore statale, ossia un atto dal forte significato simbolico e di politica del diritto: portare a conclusione la procedura di approvazione di un"iniziativa legislativa che purtroppo langue da ormai più di un anno alla Camera dei Deputati e che invece meriterebbe una corsia preferenziale: la proposta di legge, Atti Camera, XVII legislatura, n. 1985, in tema di "Modifiche al codice civile e alle disposizioni per la sua attuazione, concernenti il rafforzamento dell"amministrazione di sostegno e la soppressione degli istituti dell"interdizione e dell"inabilitazione".

L"ispiratore teorico di questa proposta di legge, come 11 anni fa di quella poi divenuta la L. n. 6/2004, è  il "nostro" Paolo Cendon, da sempre "paladino dei deboli", che da anni si batte per l'abrogazione dell'interdizione (http://www.personaedanno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=47495&catid=139).

E' necessario ed urgente abolire il medioevale istituto dell'interdizione (ancora attribuita in diversi tribunali), che nega di fatto i diritti civili e mortifica la dignità umana di persone già di per sé sfortunate ed in difficoltà, in quanto fondato sulla negazione delle capacità e sulla esclusione della persona dichiarata incapace e malata abituale di mente, solo perché bisognosa di sostegno e protezione.

Sostegno e protezione che invece - in conformità alle convenzioni internazionali sui diritti umani e ad una nuova cultura di rispetto e riconoscimento di capacità e potenzialità di ogni essere umano al di là della sua condizione - sono e possono essere garantite dalla misura dell'Amministrazione di sostegno.

L'interdizione è il simbolo di un vecchio diritto che va abolito, e ci disonora rispetto all'Europa che in larga misura l'ha eliminata. Abrogarla ha, difatti, anche un valore simbolico forte: significa dare un segnale di fronte alle impostazioni di tipo autoritario ed oppressivo, che ancora ci sono nel codice civile.

La questione è urgente: ogni giorno che si perde (colpevolmente!) a causa del disinteresse e/o della burocrazia, vi sono persone che rischiano di essere interdette, quando - anzichè esser avvilite, umiliate e private, con la capacità d'agire, pure della loro dignità - potrebbero essere, invece, aiutate e sostenute.



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