Legislazione e Giurisprudenza, Beni, diritti reali -  Bernicchi Francesco Maria - 2014-06-14

AMMISSIBILITÀ DELL'USUCAPIONE D'AZIENDA -Cass. SS.UU. 5087/2014 - Francesco Maria BERNICCHI

Il ricorso è portato all'esame delle sezioni unite della corte essendo stata ravvisata nell'usucapibilità dell'azienda una questione di massima di particolare importanza. Nella fattispecie di causa, peraltro, tale questione è connessa con l'altra, derivante dalla speciale natura dell'azienda di cui si controverte, che è una farmacia, come tale sottoposta a regime di autorizzazione amministrativa: questione che forma l'oggetto del primo motivo di ricorso.

Con il terzo motivo, che qui maggiormente ci interessa, si censura per violazione di norme di diritto (art. 2555 e ss., e art. 1158 c.c. e ss.; L. n. 468 del 1913, art. 25, e R.D. n. 1265 del 1934, artt. 368 e 369) l'affermazione dell'intervenuta usucapione dell'azienda farmaceutica in favore dei convenuti. Si nega, nel ricorso in Cassazione, che l'azienda possa essere considerata alla stregua di un'universalità di beni, non essendo riconducibile in tale nozione la complessa varietà di rapporti giuridici inerenti al suo esercizio. Si sostiene inoltre che manca la prova dell'interversione del possesso da parte di Br.El., che aveva esercitato il possesso dell'azienda farmaceutica in qualità di direttore responsabile, in regime di società di fatto con B. F.. Si pone il quesito se i beni costituenti l'azienda farmaceutica fossero usucapibili ex art. 1160 c.c., e se in virtù del possesso da parte del ricorrente dell'autorizzazione all'esercizio della farmacia a questi spettino le quote di utili connessi all'attività farmaceutica.

La possibilità di acquistare l'azienda per usucapione è questione strettamente connessa a quella, più generale, della natura dell'azienda, oggetto in dottrina di un dibattito molto risalente nel tempo e mai sopito. Il codice civile del 1942 ha introdotto nell'ordinamento una disciplina dell'azienda, della quale ha dato per la prima volta anche una definizione, con l'intento di disciplinare alcuni - almeno - dei problemi dibattuti in relazione alla sua natura giuridica. E' noto che la scelta così operata non ha avuto l'effetto di porre termine al dibattito; e tuttavia, anche per la soluzione del problema oggi sottoposto all'esame delle Sezioni unite della corte, dal testo del codice l'interprete deve muovere, e, per cominciare, proprio da quella definizione.

L'art. 2555 c.c., definisce l'azienda come il complesso dei beni organizzato per l'esercizio dell'impresa. Il coordinamento di questa definizione, con la classificazione dei beni, contenuta negli artt. 810 - 817 c.c., è tradizionalmente ritenuto un banco di prova di qualsiasi concezione dell'azienda.

Si osserva infatti che la classificazione dei beni giuridici, nel codice civile, non consentirebbe di qualificare l'azienda - intesa come bene unitario, a composizione variabile nel tempo e qualitativamente mista - come bene mobile, o immobile o anche - se non con qualche importante adattamento ù come universalità di beni nella definizione dell'art. 816 c.c., (tesi, questa, prevalente invece nella giurisprudenza di legittimità, ma sul punto si dovrà tornare), che suppone non solo la natura mobiliare di tutti i beni ma altresì la loro appartenenza all'unico proprietario. Queste considerazioni, peraltro, potrebbero indurre anche soltanto alla conclusione che l'art. 2555 c.c., - quantunque avulso dalla disciplina generale dei beni del Libro terzo del codice - costituisce la fonte prima della qualificazione dell'azienda come bene oggetto di diritti, in quanto universalità di beni (in conformità della generica dizione dell'art. 670 c.p.c.), o che, almeno, proprio questa fosse la Voluntas legis.

Il riconoscimento che l'azienda, come oggetto di diritti, costituisce un bene giuridico non sarebbe sufficiente - si è anche osservato - per considerarla una cosa, che sola può essere oggetto di possesso (e quindi di usucapione) nella definizione dell'art. 1140 c.c.;

Ora, se non può escludersi la configurabilità di un bene costituito da una cosa immateriale, come nei casi comunemente citati di proprietà intellettuale, non sembra che vi sarebbero insormontabili ostacoli di diritto positivo al riconoscimento di una "cosa" (l'azienda) costituita da un "complesso organizzato di beni", conformemente all'indicazione dell'art. 2555 c.c..

Il fatto che l'art. 1140 c.c., restringa il possesso (e quindi l'usucapione) alla "cosa" non implica necessariamente neppure l'esclusione categorica della cosa immateriale, quale sarebbe, secondo un'opinione dottrinale, il "complesso organizzato di beni", distinto dagli stessi beni singolarmente considerati, e inteso come "organizzazione", e precisamente come frutto di attività dell'uomo. Del resto, la complessa storia della concezione del possesso, dalle fonti romanistiche agli ordinamenti moderni, e del suo oggetto o, più precisamente, del modo di intendere la "cosa" che ne può costituire oggetto non sembra autorizzare affermazioni dogmatiche troppo categoriche, fermo restando che il ritorno ad una dilatazione della nozione della cosa che può essere oggetto di possesso, sino ad includervi i diritti o i rapporti giuridici, sarebbe sicuramente incompatibile con la formula del codice civile. Che il "complesso dei beni organizzati" debba essere inteso come un'universalità di beni, o come cosa immateriale o altrimenti non sembra dunque un punto decisivo per affermare o negare la sua qualità di cosa, suscettibile di possesso.

E' più consistente il rilievo che, nella definizione dell'art. 2555 c.c., l'elemento unificatore della pluralità dei beni - indicato nell'organizzazione per l'esercizio dell'impresa - è ancorato a un'attività (l'organizzazione), a sua volta necessariamente qualificata in senso finalistico (l'impresa):

l'attività, come tale, è certamente un'espressione del soggetto, che trascende la categoria dei beni giuridici e non può essere oggetto di possesso. E' necessario allora, per chi debba misurarsi con la disciplina vigente dell'azienda, riconoscere che l'art. 2555 c.c., esprime una valutazione dell'azienda che, senza cancellare il suo collegamento genetico (organizzativo) e finalistico con l'attività d'impresa, ne sancisce una considerazione oggettivata (di "cosa", oltre che di strumento di attività), costituente la premessa alla possibilità che essa diventi oggetto di negozi giuridici e di diritti

Ciò che sembra decisivo, per il tema in discussione, è dunque proprio l'oggettività dell'azienda, considerata unitariamente quale oggetto di diritti: punto sul quale occorre riconoscere che il dibattito è sempre stato particolarmente vivace, e tal è rimasto anche dopo l'entrata in vigore del codice civile del 1942. Negli artt. 2555 - 2562 c.c., infatti, sono disciplinate in modo - solo parzialmente, del resto - unitario alcune fattispecie che non esauriscono la fenomenologia dell'azienda, lasciando aperta la discussione su tutte le fattispecie non regolate. Per queste, la considerazione unitaria dell'azienda sembra riproporre il tema della sussunzione del bene azienda in una delle categorie del Libro terzo del codice civile, che renderebbe per ciò stesso applicabile tutta la relativa disciplina civilistica, e che solleciti quindi una precisa opzione nell'annoso dibattito.

A questo riguardo si è già accennato al fatto che nella giurisprudenza della corte è ricorrente l'affermazione che l'azienda è equiparabile a un'universitas rerum regolata dall'art. 816 c.c., (si vedano, tra le molte, Cass. 13 luglio 1973 n. 2031, 7 ottobre 1975 n. 3178, 22 marzo 1980 n. 1939, 15 gennaio 2003 n. 502). Questi precedenti, peraltro, se depongono univocamente per un'impostazione unitaria dell'azienda nella giurisprudenza della corte, riguardano tutti fattispecie di acquisto a titolo derivativo (quando non questioni di natura esclusivamente tributaria), per le quali esiste già una disciplina di diritto positivo, sicché la qualificazione giuridica dell'azienda ha il valore di spiegazione teorica ma non di vera e propria ratio deciderteli, come avverrebbe invece se da questa definizione si volesse dedurre la diretta applicabilità dell'art. 1160 c.c., all'usucapione dell'azienda.

Il collegio è dell'avviso che un'opzione di tipo teorico su questo problema non sia indispensabile per la soluzione del problema della configurabilità del possesso e dell'usucapione dell'azienda, potendo a questo riguardo pervenirsi a una soluzione, coerente con l'ordinamento, che prescinda dall'alternativa tra le due contrapposte teorie. Si ritiene pienamente valida, a questo proposito, l'indicazione - offerta da un esponente molto autorevole della stessa teoria atomistica - che il riconoscimento legislativo dell'unità economica dell'azienda importa implicito accoglimento di tutte le soluzioni unitarie, che non siano escluse da disciplina espressa contraria; e che, in questa prospettiva, norme (2558, 2559, 2560, 2112), dettate per gli acquisti derivativi, diventano applicabili per analogia agli acquisti a titolo originario, qual è appunto l'usucapione.

E' importante, dunque, accertare se vi siano, nel codice civile, diposizioni incompatibili con l'affermazione che l'azienda è suscettibile di possesso, che per ciò stesso sia utile all'usucapione.

L'esito dell'accertamento dà, subito, risposta negativa dato che è sussistente un  riconoscimento che, al contrario, un tale possesso è supposto in diverse disposizioni.

Va innanzi tutto considerata la definizione del possesso, nell'art. 1140 c.c., come potere sulla cosa, che si manifesta in un'attività corrispondente all'esercizio della proprietà o di altro diritto reale. Il possesso è dunque configurabile sempre che, rispetto allo stesso bene, sia ipotizzabile la proprietà o un altro diritto reale, al cui esercizio corrisponda l'attività del possessore. Che l'azienda possa essere oggetto di proprietà o di usufrutto è peraltro espressamente sancito dall'art. 2556 c.c., comma 1, e art. 2561 c.c.. E' dunque pienamente giustificata l'affermazione che colui il quale esercita sull'azienda un'attività corrispondente a quella di un proprietario o di un usufruttuario la possiede, e, nel concorso degli altri requisiti di legge, la usucapisce. Il possesso è qui riferibile esclusivamente al "complesso dei beni" unitariamente considerato, e non già ai singoli beni, che come è noto non appartengono necessariamente al titolare dell'azienda, e seguono le regole di circolazione loro proprie.

Il possesso dell'azienda, inoltre, è specificamente ed espressamente considerato nell'art. 670 c.p.c., che ammette il sequestro delle aziende - o di "altre universalità di beni" - quando ne sia controversa (la proprietà o) il possesso. Ora, la previsione di una controversia sulla proprietà dell'azienda - sia essa o no un'universalità di beni - si ricollega evidentemente al dettato dell'art. 2556, comma 1; mentre l'ammissione di una controversia sul possesso dell'azienda discende dal collegamento di principio tra possesso ed esercizio di fatto di diritti reali stabilito dall'art. 1140 c.c..

Il complesso di questi disposizioni non consente di dubitare che, nell'intento del legislatore, l'azienda debba essere considerata unitariamente sia sotto il profilo della proprietà (o dell'usufrutto; e con l'ovvia precisazione, anche in questo caso, che la proprietà del "complesso organizzato" non è proprietà dei singoli beni), e sia sotto quello del possesso.

Il principio di diritto applicabile nella fattispecie è pertanto che, MASSIMA:"ai fini della disciplina del possesso e dell'usucapione, l'azienda, quale complesso dei beni organizzati per l'esercizio dell'impresa, deve essere considerata come un bene distinto dai singoli componenti, suscettibile di essere unitariamente posseduto e, nel concorso degli altri elementi indicati dalla legge, usucapito."

L'applicazione del principio appena enunciato alla fattispecie di causa dimostra la correttezza giuridica della soluzione impressa alla vertenza dal giudice di merito. Né ha consistenza la censura che sarebbe stato eluso il passaggio costituito dalla necessità dell'interversione di un possesso originariamente comune. La giurisprudenza di questa corte, infatti, esclude la necessità dell'interversione del titolo, ex art. 1164 c.c., nel caso di compossesso, essendo in tal caso sufficiente che la parte abbia posseduto per il tempo necessario a usucapire, animo domini, in modo esclusivo e incompatibile con la possibilità di fatto di un godimento comune (Cass. 28 settembre 1973 n. 2430 e succ. conf.; da ultimo 25 marzo 2009 n. 7221).



Autore

immagine A3M

Visite, contatti P&D

Nel mese di agosto 2020 Persona & Danno ha registrato oltre 241.000 visite.

Articoli correlati