Legislazione e Giurisprudenza, Risarcimento, reintegrazione -  Rossi Stefano - 2015-04-23

ANCHE LA FIDANZATA NON CONVIVENTE DEL DEFUNTO HA DIRITTO AL RISARCIMENTO DEL DANNO - Trib. Firenze, 26.3.2015, n. 1011 - S. ROSSI

Nella sentenza in commento, il Giudice - ponendo in essere un interpretazione evolutiva del dato normativo in sintonia con il diffuso sentire sociale - ha riconosciuto la risarcibilità del danno, sotto specie di danno morale ed esistenziale, a favore della fidanzata del de cuius.

Il Tribunale ha principiato dall"interpretazione del concetto di prossimi congiunti e, riprendendo quanto elaborato dalla recente giurisprudenza penale (Cass. pen., 10 novembre 2014, n. 46351), ha riconosciuto la risarcibilità in astratto dei danni iure proprio patiti dalla fidanzata non convivente della vittima, evidenziando come a rilevare sul piano dell"an debeatur non sia tanto la sussistenza di rapporti di parentela o di affinità così come civilisticamente definiti, quanto piuttosto la sussistenza di un rapporto tra due soggetti, il quale risulti caratterizzato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti; con la conseguenza che, in tale prospettiva, i parametri costituzionali dovranno individuarsi non già negli artt. 29 e 30 Cost., quanto piuttosto nell"art. 2 Cost. il quale accorda rilievo alla sfera relazionale personale in quanto tale e non richiede necessariamente la ravvisabilità di un rapporto di coniugio tra due soggetti legati sul piano affettivo.

Si è consolidato in giurisprudenza (specie Cass. civ., sez. un., n. 26972/2008) l"indirizzo che vede nel danno patrimoniale una categoria risarcitoria ampia comprendente, altresì, il danno morale, il quale può essere permanente o temporaneo e può sussistere da solo così come unitamente ad altre tipologie di poste risarcitorie non patrimoniali, quali, ad esempio, i danni derivanti da lesioni personali o dalla morte del congiunto. In tale orizzonte giuridico è stato chiarito che il riferimento ai prossimi congiunti della vittima, quali soggetti danneggiati iure proprio cagione del carattere plurioffensivo dell"illecito penale deve intendersi nel senso che in  presenza di un saldo e duraturo legame affettivo tra questi ultimi e la vittima è proprio la lesione che colpisce tale situazione affettiva a connotare il danno come non iure e a rendere, per tal guisa, risarcibili le conseguenze pregiudizievoli che ne siano derivate, sempre che le stesse risultino non già meramente allegate, ma altresì confortate, sul piano probatorio, quale danno-conseguenza della fenomenologia illecita; e ciò a prescindere dall"esistenza di rapporti di parentela o affinità giuridicamente rilevanti come tali.

In questi termini, pur sempre a livello di prassi applicativa, si è chiarito che per "convivenza" non deve intendersi la sola situazione di coabitazione tra prossimo congiunto e vittima primaria di un illecito, quanto piuttosto lo stabile legame tra due persone connotato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti, riconoscibile ai sensi dell"art. 2 Cost. il quale accorda rilievo alla persona umana intesa sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e, prime tra tutte, quelle primigenie, vale a dire quelle illuminate da un intenso e duraturo legame affettivo, anche ove lo stesso non risulti genetico (id est parentale) o giuridico (id est il legame di affinità).

Così, ad esempio, la Suprema Corte (Cass. pen., 11 luglio 2013, n. 29735) è giunta alla conclusione che non possa ritenersi determinante il requisito della convivenza, poiché attribuire a tale situazione un rilievo decisivo porrebbe ingiustamente in secondo piano l'importanza di un legame affettivo e parentale la cui solidità e permanenza non possono ritenersi minori in presenza di circostanze diverse, che comunque consentano, nella specie, una concreta effettività del naturale vincolo nonno-nipote: ad esempio, una frequentazione agevole e regolare per prossimità della residenza o anche la sussistenza - del tutto conforme all'attuale società improntata alla continua telecomunicazione - di molteplici contatti telefonici o telematici (oggi ormai estremamente agevoli).

Dunque, alla luce degli approdi giurisprudenziali sopra considerati, si è venuta consolidando la riconoscibilità della configurabilità di un danno a carico della fidanzata non convivente della vittima primaria di un reato, non rilevando, come detto, la sussistenza in termini di necessarietà di un rapporto di coniugio, quanto piuttosto la ravvisabilità e la prova di uno stabile legame tra due persone, connotato da stabilità e significativa comunanza di vita e di affetti.

Nel caso trattato dal Giudice fiorentino, peraltro la vittima e la sua fidanzata, pur non conviventi, avevano avuto uno stabile e duraturo rapporto sentimentale, che qualche giorno dopo il tragico incidente li avrebbe portati a coronare il loro impegno attraverso l"unione in matrimonio.

Anche in forza di tali circostanze, provate in corso di causa, il Tribunale richiama la recente giurisprudenza di legittimità (Cass. civ., sez. III, 21 marzo 2013, n. 7128) che ha sancito che, in caso di relazione prematrimoniale o di fidanzamento che, a prescindere da un rapporto di convivenza attuale al momento dell'illecito, sia destinato ad evolversi, e di fatto si evolva, in epoca successiva all'illecito, in matrimonio, torna ad assumere rilevanza anche il menzionato art. 29 Cost., inteso come norma di tutela costituzionale non solo della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, ma anche del diritto del singolo a contrarre matrimonio ed a usufruire appieno dei diritti-doveri reciproci, inerenti le persone dei coniugi, nonchè a formare una famiglia quale modalità di piena realizzazione della vita dell'individuo. Allorchè il fatto lesivo limiti anche tale diritto, i danni che ne derivano ben possono essere ristorati ai sensi dell"art. 2059 c.c..

Comunque il dato comune che emerge dalla legislazione vigente e dalle pronunce giurisprudenziali, è che il rapporto d"amore, caratterizzato da convivenza o meno, assume rilevanza sociale, etica e giuridica in quanto somiglia al rapporto di coniugio, anche nella continuità nel tempo (Corte cost., 14 ottobre 2010, n. 138; su cui L. Conte, Le unioni non matrimoniali, in I. Nicotra, G. Giuffrè (a cura di), La famiglia davanti ai suoi giudici, Atti del Convegno annuale dell"Associazione "Gruppo di Pisa", Catania 7-8 giugno 2013, Esi, Napoli, 2014, 40 ss.).

Costituisce, infatti, acquisizione da tempo condivisa dalla giurisprudenza e dalla dottrina che nel sistema delineato dal legislatore del 1975 il modello di famiglia-istituzione, al quale il codice civile del 1942 era rimasto ancorato, è stato superato da quello di famiglia-comunità, i cui interessi non si pongono su un piano sovraordinato, ma si identificano con quelli solidali dei suoi componenti. La famiglia si configura ora come il luogo di incontro e di vita comune dei suoi membri, tra i quali si stabiliscono relazioni di affetto e di solidarietà riferibili a ciascuno di essi.

In tal senso la giurisprudenza citata ha riconosciuto un danno conseguente non ad uno status o ad un particolare sesso, ma derivante dalla privazione della persona con cui si conviveva la vita e la comunanza di intenti e di progetti in una stabile relazione sentimentale e di coabitazione.

La violazione dei diritti fondamentali della persona è configurabile anche all"interno di una unione di fatto, che abbia, beninteso, caratteristiche di serietà e stabilità, avuto riguardo alla irrinunciabilità del nucleo essenziale di tali diritti, riconosciuti, ai sensi dell"art. 2 Cost. in tutte le formazioni sociali in cui si svolge la personalità dell"individuo (v., in tal senso, Cass., sent. n. 4184 del 2012). Del resto, ferma restando la ovvia diversità dei rapporti personali e patrimoniali nascenti dalla convivenza di fatto rispetto a quelli originati dal matrimonio, è noto che la legislazione si è andata progressivamente evolvendo verso un sempre più ampio riconoscimento, in specifici settori, della rilevanza della famiglia di fatto. Siffatto percorso è stato in qualche misura indicato, e sollecitato, dalla giurisprudenza costituzionale, la quale, già nella sentenza n. 237 del 1986, ebbe ad affermare che "un consolidato rapporto, ancorché di fatto, non appare - anche a sommaria indagine - costituzionalmente irrilevante quando si abbia riguardo al rilievo offerto al riconoscimento delle formazioni sociali e alle conseguenti intrinseche manifestazioni solidaristiche". L"affermazione secondo la quale per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico, si trova poi ribadita nella sentenza n. 138 del 2010. Analoghe considerazioni sono alla base delle pronunce della Cassazione che hanno, tra l'altro, riconosciuto il diritto del convivente di soggetto deceduto a causa di un terzo al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale (v. sent. n. 12278 del 2011, n. 23725 del 2008), e attribuito rilievo, ai fini della cessazione (rectius: quiescenza) del diritto all"assegno di mantenimento o divorzile, ovvero ai fini della determinazione del relativo importo, alla instaurazione, da parte del coniuge (o ex coniuge) beneficiario dello stesso, di una famiglia, ancorché di fatto (v. sentt. n. 3923 del 2012, n. 17195 del 2011). Né può, infine, sottacersi l"interpretazione dell"art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell"uomo, il quale tutela il diritto alla vita familiare, fornita dalla Corte EDU, che ha chiarito che la nozione di famiglia cui fa riferimento tale disposizione non è limitata alle relazioni basate sul matrimonio, e può comprendere altri legami familiari di fatto, se le parti convivono fuori dal vincolo di coniugio (v., per tutte, sentenza 24 giugno 2010, Prima Sezione, caso Schalk e Kopft contro Austria).

(Cass. civ., sez. I, 20 giugno 2013, n. 15481).


Ne consegue che colui che chiede il risarcimento dei danni derivatigli, quale vittima secondaria, dalla lesione materiale, cagionata alla persona a cui è legata, dalla condotta illecita del terzo, deve dimostrare l"esistenza e la portata dell"equilibrio affettivo instaurato con la medesima, e perciò, per poter esser ravvisato il vulnus ingiusto a tale stato di fatto, deve esser dimostrata l"esistenza e la durata di una comunanza di vita e di affetti, con vicendevole assistenza materiale e morale, ma anche la sua stabilità, intesa come non occasionalità e continuità nel tempo, che assuma rilevanza in ragione del momento di verificazione dell"illecito.

Così, se è da escludere il riconoscimento del diritto al risarcimento in capo a colui che, non legato da rapporto alcuno al danneggiato primario quando l"illecito venne commesso, abbia, soltanto in epoca successiva, instaurato una relazione affettiva, non altrettanto può affermarsi, in linea di principio, quando si assuma che tale relazione esistesse già all"epoca del fatto illecito e che essa si sia mantenuta, ed anzi rafforzata, dopo la sua commissione, tanto da avere condotto al matrimonio ed alla formazione di una famiglia.

Si ringrazia il dott. Massimo Donnarumma per la segnalazione della sentenza



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