Changing Society, Generalità, varie -  Tornesello Giulia - 2015-03-08

ANCORA 'SULLA MORTE DEI VECCHI' - Giulia TORNESELLO

Caro Paolo, quando D"Annunzio scrive la celebratissima "Settembre" manca da anni dall"Abruzzo, la poesia è bella e copre il rapporto inesistente con la realtà che lui mirabilmente descrive ma con i suoi occhi, pro domo sua.  E per tanti la transumanza deve essere questo, è questo. Niente Trans Humance.

Forse però è una Trance Humaine. Ma se così fosse, bisognerebbe dirlo a chi vorrebbe dare prassi al sogno. Ma forse no, perché svegliare un sonnambulo può essere pericoloso. È umana questa trance, ma senza avere il nietzschiano coraggio del troppo umano, in fondo in fondo una trance che ben sarebbe dipinta da Grosz…

Ma tu non vuoi un linguaggio "alto", lo so e allora …

È un passaggio difficile questo, lo so. È arrivato sino a te, nonostante l"ADS; dimostra che cambiare la cultura nell"approccio alle situazioni "deboli" è una lotta lunga e difficile, che coinvolge in prima persona anche i più sensibili e avvertiti su questi temi: non basta l"amministrazione di sostegno, non ci si può nascondere dietro le carenze del welfare (v. fallimento del riconoscimento del care giver) ma contano le relazioni umane, l"attenzione, il vincere l"indifferenza, la routine, le "ragioni redazionali" (peraltro mai spiegate all"interessata) che oggi scrive supportata da questa lettera. La mia voce è stata zittita ed ecco il grido reale di questi medici, prova a parlare a loro di autoreferenzialità.

E" chiaro l"enunciato:

"Pur essendo assolutamente contrario filosoficamente, umanamente ed eticamente alla pena di morte, ci sono altre morti che mi colpiscono e mi addolorano maggiormente. […] Penso alla morte delle persone anziane. Come muoiono oggi i vecchi? Muoiono in OSPEDALE. Perché quando la nonna di 92 anni è un po" pallida ed affaticata deve essere ricoverata. Una volta dentro poi, l"ospedale mette in atto ciecamente tutte le sue armi di tortura umanitaria. Iniziano i prelievi di sangue, le inevitabili fleboclisi, le radiografie […]

Ma perché? Perché i bambini possono vedere in tv ammazzamenti, stupri, "carrambe" e non possono vedere morire la nonna? Io penso che la nonna vorrebbe tanto starsene nel lettone di casa sua, senza aghi nelle vene, senza sedativi che le bombardano il cervello, e chiudere gli occhi portando con sé per l"ultimo viaggio una lacrima dei figli, un sorriso dei nipoti e non il fragore di una scorreggia della vicina di letto. Regaliamo ai nostri vecchi un atto di amore, non cacciamoli di casa quando devono morire".

Glodencharlie

Tratto da www.nottidiguardia.itl personaedano.it 03/03/15 "LA MORTE DEI VECCHI"

Partire dalla lettera dei medici ospedalieri, pubblicata su Persona e danno il 3 marzo 2015 come esempio del costante interesse della rivista per il sostegno ai soggetti deboli e per un reale rispetto della persona?

Andiamo avanti così?

Pensa ai gridi che non vengono resi pubblici, ai gridi zittiti (si sa, "l"eroe" è scomodo), ai grazie mai detti. Come mai accade questo? Tu non te lo chiedi perché si sa: Long ago, far away... Those things like that don't happen no more nowadays.

E invece, vedi, ogni tanto "parlano". Persino gli Over 30. E l"ho scritto qui su Persona e danno nel 2008. Un resoconto di viaggio, su e giù per lavoro, da una giovane adulta. Problemi di salute in famiglia. La fatica di vivere?

Non proprio. Non solo. Mi invia pure un CD. Il jazz, che amo molto; stempera le lacrime che si intuiscono sotto le palpebre in risate di gioia. Liquide. È questo il miracolo dell"età d"oro. Ricordo.

Poi un"altra lettera amichevole, affettuosa, è arrivata, sempre dopo la pubblicazione dei due articoli sui rapporti fra generazioni ("Non è un Paese per vecchi", "Onora il padre e la madre"). È entrata al momento e nel modo giusto nei miei dubbi. Non annullandoli, tutt"altro. Arricchendoli di una attenzione affettuosa anche se rimango consapevole di una assenza. Ma sono partecipe, attenta di nuovo anche ai giovani adulti.

Lo scritto della giovane lettrice sembra proprio un tentativo serio di fare i conti con l'insieme della propria condizione. Studio-lavoro, pendolarismo, coinvolgimento nella malattia in famiglia, il tutto alla vigilia di altre svolte di vita liete ma importanti, decisive; però ci sono vari altri motivi per sottoporre il lavoro all"attenzione critica del lettore di questa Rivista. Il titolo TRITTICO. Perché mai? Se ti fossi identificato nei precedenti due miei articoli (sulla malattia in famiglia ed il rapporto fra generazioni) potresti  "sentire" il racconto di vita della ragazza, caro Prof., molto lontano "da te" oppure no, chissà.  La giovane donna, difatti, non cerca di dare al mondo una forma che lo critichi, bensì accetta alcuni elementi dello "spettacolo" in cui viviamo costantemente immersi e cerca di far passare attraverso di essi il discorso sulla propria esperienza, anche nei suoi aspetti più intimi e sofferti.

Ma
[…] questo è ciò che fanno praticamente tutti i giovani, e anche la quasi totalità dei nostri coetanei "pentiti": il mondo non si può cambiare, lo "spettacolo" must go on, e noi possiamo solo cercare di farne nostri i linguaggi e le forme "consumabili", piegando i nostri vissuti alle regole e compatibilità prestabilite. L'urlo scomposto, indomabile, primordiale, informe, espressionistico di Artaud non è più accettato, non nel senso che sia proibito, ma nel senso che nessuno più lo prenderebbe sul serio; al massimo lo accetterebbe come sintomo di una malattia da curare in apposite strutture (meglio se private)"

Parole donate, con le sue riflessioni,da una persona cara. Senza questi contributi in carne viva, ma non autoreferenziali, il mio micro saggio TRITTICO non sarebbe stato scritto. Se anche tu volessi leggerlo, meglio tardi che mai.

Mettiamo in campo ora un esperto di segno opposto, esperto non di un fatto, non di una persona ma di un indeterminato numero di persone che non conosce, segnate tutte da una stessa caratteristica: l"essere soggetti deboli (sia pure indeboliti magari illecitamente dal di fuori). Ma insomma svantaggiati.

Mettiamo che quest"autore si cimenti talora non sul terreno tecnico delle tutele da approntare per gli svantaggiati di turno (dove è indiscusso Maestro). Si cimenti sul versante letterario, ad esempio.

Mettiamo che questo esperto di deboli osservi (per il fatto stesso di esser tale) alcune regole ferree fra le quali il divieto assoluto del parlare in prima persona: l"Io è bandito dal suo desco letterario come il peggiore dei veleni narcisistici. Mai si dica Io ed il debole. Equivale a menar vanto delle proprie azioni, orrore, o peggio Io debole. Lagnarsi no, suvvia.

Mettiamo che questo autore tragga i suoi racconti debologici da fatti di cronaca. Niente di personale, solo qualche cenno.

Se racconta di un film con protagonista disabile ne farà una cosa intrigante, densa di stereotipi dei più efficaci a far vibrare parecchie corde in chi legge. Su questi premerà il pedale, come in un film, appunto. MA.

La protagonista è del tutto simile (l"autore lo dice in apertura) ad una amica svantaggiata che lui va spesso a trovare? Di quest"ultima non sapremo altro né qui né altrove. A lei reale, vera, non vi è "alcun atto di resa". Il vero problema è qui: è nell"arrendersi o meno agli argomenti che si scrivono perché l"amore ha guidato la nostra scelta, amore inteso nel senso preciso di conoscenza, di resa al desiderio di parlare di qualcuno, di qualcosa che si conosce bene. Che si fa.

Abbiamo messo in campo (e mosso) tante pedine, vediamo ora il finale di  questa lettera aperta.

Ed il finale è questo.

Quale sia il commercio emotivo, intellettuale, di cura, di presenza dell"autore con una persona reale oggettivamente debole, ma resa ancor più debole dal di fuori, il lettore non lo sa.

Leggesse pure non una ma 100 delle tue storie. Questa scrittura non narcisistica munita di tutti i crismi dell"oggettività garantita dal bando permanente dato alla prima persona, alla parola Io, ha raccontato un film o un fatto di cronaca o una narrazione di altri (e qui le variazioni possono esser tante). L"amica psichiatra, l"assitente sociale e così via.

E se a parlare di sé è una donna anche lei esperta della materia soggetti deboli, per i quali ha tanto scritto ma anche fatto, ora lei fragile per una malattia seria che con coraggio racconta?

Lascia sbalordite il corto circuito storico provocato dal fatto che la crudele risposta all"esposizione del corpo femminile malato, ferito proprio nella sua femminilità, è opera alla quale partecipano oggi attivamente riducendola al silenzio, rendendola invisibile, anche coloro che inneggiavano ieri alla femminilizzazione che aveva "sdoganato" la pietà di Antigone.

Ma questo che avviene fa parte di un progetto di largo consumo.

Lui parla dal palco dei Convegni. Lui ci fa ridere, piangere, ma non ci fa pensare. È lì o altrove il "palcoscenico" sul quale insieme con le protagoniste dei micro racconti di vita si colloca l"autore/ attore, con i suoi frequenti interventi di "voce narrante"? Chissà.

Ma una cosa è certa: non c"è un doppio piano narrativo. Così sarebbe se l"Intrattenitore Coraggioso avesse formulato domande e quindi introdotto risposte. Le sue risposte, certo. Ma anche quelle delle donne. È il gioco del doppio palcoscenico che potrebbe apparire irritante ed è animato da una volontà costruttiva.

Che silenzio in giro invece. Che tutti dormano. Che risuoni alto il richiamo ironico ad una realtà che si libera della bontà, della pietà, della verità, come fossero vizi capitali. Che tutti sappiano che questo avviene proprio dove meno te lo aspetti.

L"assenza materiale dei padri, dei figli, dei fratelli, nel lavoro di cura familiare ha pesato a lungo in questi anni.
Come l"assenza era frutto della "modernità"e la modernità non è reversibile, altrettanto irreversibile è il processo inverso. Vi è per i maschi la "libertà" di tornare. Lo potrebbero fare scegliendone le forme. Le forme del loro ritorno.



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