Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Gasparre Annalisa - 2015-02-28

ANIMALI: A PROPOSITO DEL (FU) ART. 638 C.P. - Cass. pen. 47694/14 - Annalisa GASPARRE

- Bovini

- Concorso tra uccisione e detenzione incompatibile

- Detenere animali malnutriti costituisce reato

Con la sentenza in oggetto la Cassazione si è occupata di un caso in cui l'accusa a carico dell'imputato era di aver deteriorato - e reso inservibili - alcuni bovini di proprietà di un terzo, per averli detenuti all'interno dell'azienda agricola in condizione di malnutrizione incompatibili con la natura degli animali e produttive di gravi sofferenze, tanto che in alcuni casi si era verificata la morte degli animali o si era dovuto disporre l'abbattimento.

I giudici di merito avevano perciò ritenuto l'imputato responsabile ai sensi dell'art. 638 c.p. che punisce (o, meglio, puniva) l'uccisione di animali altrui e ai sensi dell'art. 727 co. 2 c.p. per aver causato sofferenze agli animali. L'imputato è stato condannato anche a risarcire i danni al proprietario degli animali, costituito parte civile.

Gli esiti dell'istruttoria mostravano una situazione riconducibile all'uccisione, al deterioramento o al danneggiamento di animale altrui, vale a dire: scarsità di cibo, generale condizione di grave denutrizione della mandria, patologie legate alle pessime condizioni di igiene e pulizia. Quanto all'elemento soggettivo, i giudici hanno ritenuto che vi fosse il dolo in quanto l'azione era stata commessa con coscienza e volontà di produrre uno degli eventi di uccisione, deterioramento o danneggiamento.

La Cassazione conferma la condanna.

Sia consentito rilevare che l'impianto accusatoria mostra alcune debolezze in punto di diritto.

A seguito della legge n. 189/2004, infatti, l'uccisione di animale o il suo maltrattamento (nella cui sfera può farsi rientrare il danneggiamento o deterioramento), sia che nei confronti di un animale di proprietà di altri rispetto all'agente, sia nei confronti di un animale di proprietà dell'agente medesimo, sono confluiti nelle nuove ipotesi previste e punite dagli artt. 544 bis e ter c.p. Con queste nuove norme, la portata pratica di applicazione dell'art. 638 c.p., pur non formalmente abrogato, è andata a neutralizzarsi, in quanto, con le nuove norme non vi è ragione di distinguere in ordine alla proprietà dell'animale ucciso o danneggiato. Si tratta di un'innovazione accolta con favore perchè conferisce rilievo penale anche a condotte che, in passato, se poste in essere dal proprietario dell'animale, erano prive di punizione.

Si deve ricordare che l'art. 638 c.p. è una norma posta a presidio del patrimonio e quindi intendeva tutelare il proprietario da danni in tal senso. Le nuove norme, invece, tutelano il sentimento per gli animali e, in via mediata, gli animali stessi, rendendo privo di pregio distinguere se l'animale sia di proprietà dell'agente o di terzi. Anzi, si evidenzia che un simile distinguo sarebbe irragionevole nel senso che l'art. 638 c.p. punisce più lievemente rispetto agli art. 544 bis e ter c.p. e quindi si otterrebbe l'effetto di punire più lievemente la medesima condotta se posta in essere nei confronti di animali appartenenti a soggetto diverso dall'agente.

La contestazione originaria sembra conoscere la legge 189/2004 in quanto effettivamente contesta anche la contravvenzione di cui all'art. 727 c.p., come modificata dalla legge medesima. Tuttavia, applica, in concorso l'art. 638 c.p. che, come detto, è sostanzialmente abrogato per effetto delle nuove - più severe - norme, anziché quest'ultime.

E' da presumere che l'influenza sulla contestazione sia mossa da un non superato stereotipo che vede i bovini unicamente come beni facenti parte del patrimonio, senza equipararli, neppure ai fini che qui interessano, a qualsiasi altro animale (la legge 189/2004 non fa distinzioni), equiparazione che la giurisprudenza di merito e di legittimità ha ampiamente accolto in parte qua con riferimento ad ampi settori, quali circhi, allevamenti, caccia, macellazione, trasporti, vivisezione, eccetera eccetera.

Cass. pen. Sez. II, Sent., (ud. 16-10-2014) 19-11-2014, n. 47694

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENTILE Mario - Presidente -

Dott. LOMBARDO Luigi - Consigliere -

Dott. PELLEGRINO Andrea - est. Consigliere -

Dott. BELTRANI Sergio - Consigliere -

Dott. RECCHIONE Sandra - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

C.C., n. a (OMISSIS), rappresentato e assistito dall'avv. Vitale Gaetano;

avverso la sentenza della Corte d'appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, n. 803/2013 in data 11.06.2013;

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;

sentita la relazione della causa fatta dal Consigliere Dott. Andrea Pellegrino;

udita la requisitoria del sostituto procuratore generale Dott. Luigi Riello, il quale ha concluso chiedendo, in principalità, l'inammissibilità del ricorso ovvero, in subordine, il rigetto dello stesso;

sentita altresì la discussione dell'avv. Raffo Antonio, difensore della parte civile A.A.R. che ha concluso chiedendo di dichiararsi inammissibile o rigettarsi il ricorso con condanna del ricorrente al rimborso delle spese sostenute per questo grado di giudizio che si determinano in Euro 5.000,00 oltre rimborso spese forfettarie, IVA e CPA.

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del Tribunale di Taranto, sezione distaccata di Martina Franca, in data 15.11.2010, C.C. veniva condannato alla complessiva pena di mesi dieci di reclusione, con il beneficio della sospensione condizionale, previa concessione delle circostanze attenuanti generiche e riconoscimento del vincolo della continuazione, per i reati di cui all'art. 638 c.p., comma 2 e art. 727 c.p., comma 2; con la stessa pronuncia, il C. veniva altresì condannato al risarcimento dei danni cagionati alla parte civile, da liquidarsi in separato giudizio.

L'accusa è quella di aver deteriorato, reso inservibili svariati capi di bestiame bovino raccolti in mandria di proprietà di A. A.R., detenendoli nell'azienda agricola "parco piano" in condizioni di malnutrizione incompatibili con la loro natura, e comunque produttive di gravi sofferenze tali da condurre in diversi casi alla morte o all'abbattimento dell'animale: fatti verificatisi dall'(OMISSIS).

2. Avverso detta sentenza, la difesa del C. proponeva appello.

Con sentenza in data 11.06.2013, la Corte d'appello di Lecce, in parziale riforma della sentenza di primo grado, dichiarava non doversi procedere nei confronti del C. limitatamente alla contravvenzione di cui all'art. 727 c.p. perchè estinta per prescrizione, eliminandone la relativa pena inflitta ex art. 81 c.p. in primo grado, pari a mesi due di reclusione, con conferma nel resto della pronuncia di prime cure.

3. Avverso detta sentenza, nell'interesse del C., veniva proposto ricorso per cassazione per i seguenti motivi:

- violazione dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) per mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione con riferimento all'erronea interpretazione dei mezzi di prova ed alla violazione dell'art. 192 c.p.p. (primo motivo);

- violazione dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e) per inosservanza e/o erronea applicazione della legge penale nonchè per contraddittorietà ovvero per manifesta illogicità della motivazione con riferimento alla corretta applicazione della legge penale in ordine all'art. 638 c.p. (secondo motivo).

In relazione al primo motivo, si censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha sostanzialmente fondato l'affermazione della penale responsabilità del C. sulla base delle sole dichiarazioni della persona offesa costituita parte civile e dei testi introdotti da quest'ultima, senza valutare se le dichiarazioni della predetta persona offesa fossero spontanee, univoche e concordanti ex art. 192 c.p.p. e soprattutto corroborate da riscontri esterni. In relazione al secondo motivo, si evidenzia come le motivazioni addotte in sentenza apparissero del tutto prive di quella certezza logico- giuridica che potesse consentire di ricondurre il caso concreto alla fattispecie astratta; inoltre, appariva di tutta evidenza la mancanza di motivazione in ordine all'individuazione degli elementi costitutivi del reato di cui all'art. 638 c.p., ed in primis, la sussistenza di un danno giuridicamente apprezzabile dal momento che i capi di bestiame non avevano riportato alcun deterioramento.

Motivi della decisione

4. Il ricorso è in parte manifestamente infondato e in parte generico: sotto entrambi i profili, lo stesso si rivela inammissibile.

5. Il primo motivo attiene ad una censura inammissibile in quanto sollevata per la prima volta in sede di legittimità.

Costituisce principio assolutamente indiscusso nella giurisprudenza di legittimità secondo cui, in tema di ricorso per cassazione, la regola ricavabile dal combinato disposto dell'art. 606 c.p.p., comma 3, e art. 609 c.p.p., comma 2, - secondo cui non possono essere dedotte in cassazione questioni non prospettate nei motivi di appello, tranne che si tratti di questioni rilevabili di ufficio in ogni stato e grado del giudizio o di quelle che non sarebbe stato possibile dedurre in grado d'appello - trova la sua "ratio" nella necessità di evitare che possa sempre essere rilevato un difetto di motivazione della sentenza di secondo grado con riguardo ad un punto del ricorso, non investito dal controllo della Corte di appello, perchè non segnalato con i motivi di gravame (Cass., Sez. 4, n. 10611 del 04/12/2012, dep. 07/03/2013, Bonaffini, Rv. 256631).

5.1. Fermo quanto precede, rileva il Collegio come la doglianza di cui al primo motivo d'impugnazione, attinente a violazione di legge nonostante il diverso nomen juris riportato dal ricorrente, non risulta avanzata in appello, avendo in quella sede l'appellante formulato esclusivamente doglianze attinenti alla valutazione delle prove, all'aspetto psicologico della condotta dell'imputato ed al trattamento sanzionatorio (del tutto silente è stato il ricorso in merito alla valutazione dell'attendibilità della persona offesa costituita parte civile, successivamente censurata in sede di legittimità). Come è noto, il parametro dei poteri di cognizione del giudice di legittimità è delineato dall'art. 609 c.p.p., comma 1, il quale ribadisce in forma esplicita un principio già enuclearle dal sistema, e cioè la commisurazione della cognizione di detto giudice ai motivi di ricorso proposti. Detti motivi - contrassegnati dall'inderogabile "indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto" che sorreggono ogni atto d'impugnazione (art. 581 c.p.p., comma 1, lett. c), e art. 591 c.p.p., comma 1, lett. c) - sono funzionali alla delimitazione dell'oggetto della decisione impugnata ed all'indicazione delle relative questioni, con modalità specifiche al ricorso per cassazione. La disposizione in esame deve infatti essere letta in correlazione con quella dell'art. 606 c.p.p., comma 3 nella parte in cui prevede la non deducibilità in cassazione delle questioni non prospettate nei motivi di appello.

Il combinato disposto delle due norme impedisce la proponibilità in cassazione di qualsiasi questione non prospettata in appello, e costituisce un rimedio contro il rischio concreto di un annullamento, in sede di cassazione, del provvedimento impugnato, in relazione ad un punto intenzionalmente sottratto alla cognizione del giudice di appello: in questo caso, infatti è facilmente diagnosticabile in anticipo un inevitabile difetto di motivazione della relativa sentenza con riguardo al punto dedotto con il ricorso, proprio perchè mai investito della verifica giurisdizionale.

6. Altrettanto inammissibile è il secondo motivo di gravame. Si tratta di un motivo inammissibile, in quanto manifestamente infondato per la parte in cui contesta l'esistenza di un apparato giustificativo della decisione, che invece esiste; non consentito per la parte in cui pretende di valutare, o rivalutare, gli elementi probatori al fine di trarre proprie conclusioni in contrasto con quelle del giudice del merito chiedendo alla Corte di legittimità un giudizio di fatto che non le compete. Esula, infatti, dai poteri della Suprema Corte quello di una "rilettura" degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali. Il motivo proposto tende, appunto, ad ottenere - in ultima analisi - una inammissibile ricostruzione dei fatti mediante criteri di valutazione diversi da quelli adottati dal giudice di merito, il quale, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, ha esplicitato le ragioni del suo convincimento. Invero, la Corte territoriale, con motivazione esauriente, logica, non contraddittoria, come tale esente da vizi rilevabili in questa sede ha rilevato come l'affermazione della penale responsabilità dell'imputato in ordine al reato di cui all'art. 638 c.p. fosse conseguito dagli esiti dell'istruttoria dibattimentale, e segnatamente dalle deposizioni dei testi, medici-veterinari, C. e G., il primo consulente tecnico della parte civile. Esiti che avevano comprovato:

a) la scarsità di cibo per gli animali rilevato nell'azienda, anche a livello di scorte;

b) la generale condizione di grave denutrizione della mandria;

c) l'allarmante dato, naturalmente connesso all'apporto alimentare, della produzione giornaliera media di latte;

d) le varie patologie riscontrate, alcune delle quali legate alle pessime condizioni di igiene e pulizia della sala mungitura e dei ricoveri;

e) la condizione di antieconomicità e di difficile recupero della mandria, che furono poi alla base della decisione di avviare alla macellazione gli animali.

La condivisibile, anche se risalente, giurisprudenza di legittimità riconosce che, ai fini della configurabilità del reato previsto dall'art. 638 c.p., è necessario e sufficiente, quanto all'elemento materiale, che vi sia stata, senza necessità, l'uccisione, il deterioramento o il danneggiamento di un animale altrui e, con riguardo al dolo, che l'azione sia stata commessa con la coscienza e volontà di produrre uno degli eventi innanzi indicati; per quanto attiene alle ipotesi del danneggiamento, è idonea a configurare tale elemento la sussistenza di un danno giuridicamente apprezzabile (Cass., Sez. 2, n. 2372 del 12/07/1984, dep. 12/03/1985, Flotta, Rv. 168269).

Riconosce la Corte territoriale come dovesse ritenersi accertato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che "il C., animato da astio nei confronti dell' A. e consapevole dell'imminente rilascio dell'azienda (intimatogli dal tribunale di Taranto con sentenza dell'8 novembre 2005), non somministrando agli animali di cui aveva la custodia l'adeguato nutrimento, determinò con coscienza e volontà gli eventi tipici previsti dall'art. 638 c.p., cioè il deterioramento degli animali ed il renderli inservibili" (da qui il danno giuridicamente apprezzabile sopportato dalla parte civile), richiamandosi all'ampia motivazione resa in primo grado dal Tribunale.

7. Alla pronuncia di inammissibilità consegue, per il disposto dell'art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonchè al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, considerati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in Euro 1.000,00.

Il ricorrente va altresì condannato al pagamento delle spese processuali sostenute nel presente grado di giudizio dalla parte civile A.A.R. che si liquidano in Euro 2.000,00, oltre rimborso spese forfettarie, I.V.A. e C.P.A..

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 alla Cassa delle ammende nonchè alla rifusione delle spese processuali sostenute in questo grado dalla parte civile A.A.R. che liquida in Euro 2.000,00, oltre rimborso spese forfettarie, I.V.A. e C.P.A..

Così deciso in Roma, nella Udienza pubblica, il 16 ottobre 2014.

Depositato in Cancelleria il 19 novembre 2014



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