Legislazione e Giurisprudenza, Animali -  Gasparre Annalisa - 2014-11-22

ANIMALI: IL REATO CE MA LA PRESCRIZIONE LO FALCIA – Cass. pen. 31453/2014 – Annalisa GASPARRE

  • Reati contro gli animali
  • Fattispecie delittuosa e contravvenzionale: differenze
  • La mera detenzione degli animali con modalità inadeguate, perché incompatibili con la natura degli animali e produttive di sofferenza, rappresenta la tipica manifestazione di una condotta colposa

In questi giorni è tornato molto attuale il discorso sul fondamento della prescrizione in ambito penale a causa della sentenza c.d. Eternit.

Qui, ne offriamo un altro esempio, per contribuire alla riflessione e senza addentrarci nelle ingrovigliate ragioni pro e contro l'estinzione del reato dovuta al decorso del tempo.

Il caso proposto riguarda un'imputazione per concorso nel reato continuato di maltrattamento di animali, per avere gli imputati inflitto lesioni e fatiche insopportabili ad animali nella loro azienda zootecnica (art, 544 ter c.p.), nonché per avere realizzato una discarica non autorizzata di rifiuti pericoli (art. 256 co. 3 T.U. Ambiente).

La Cassazione ha accolto la censura della difesa con cui si è riqualificato il fatto quale contravvenzione ex art. 727 c.p., in quanto si è ritenuto che vi sia stata negligenza nella gestione dell'allevamento ma non particolari atti di crudeltà nei confronti degli animali detenuti.

Dopo aver fatto riferimento alla lettera delle due disposizioni chiamate in discussione, la Cassazione ha precisato che netta è la diversità tra le due fattispecie. Invero, mentre "il delitto di maltrattamento degli animali esige una condotta volontaria, commissiva od omissiva, della quale ciò che l'animale patisce sia diretta conseguenza (da ultimo Cass. sez. 3, 27 giugno 2013 n. 32837), ovvero una condotta impregnata di elemento soggettivo doloso (cfr. Cass. sez. 3, 24 ottobre 2007 n. 44822, che poi distingue nella fattispecie un reato a dolo specifico qualora la condotta lesiva sia tenuta "per crudeltà" e un reato a dolo generico quando invece sia tenuta "senza necessità"), ai fini dell'integrazione della contravvenzione di cuiall'art. 727 c.p. non è necessaria alcuna volontà del soggetto di infierire sull'animale (Cass. sez. 3, 13 novembre 2007-7 gennaio 2008 n. 175), essendo sufficiente una condotta colposa (cfr. Cass.sez. 3, 26 aprile 2005 n. 21744)".

La mera detenzione degli animali con modalità inadeguate, perché incompatibili con la natura degli animali e produttive di sofferenza, rappresenta la "tipica manifestazione di una condotta colposa riconducibile all'art. 727 c.p. sotto forma di negligenza", quale quella addebitata agli imputati, come posto in luce dalla Corte di merito. Così dovevano essere inquadrate le rappresentate "pessime condizioni in cui veniva tenuto il bestiame", a cui non era consentito muoversi in maniera adeguata a causa dei legacci corti e stretti e il sottodimensionamento delle strutture aziendali ove gli animali erano ricoverati. Inoltre, si accertava che il letame non veniva smaltito e che "molti animali erano in cattive condizioni di salute, anche a causa delle infezioni intestinali provocate dalle condizioni insalubri dell'azienda".

Quello che è dipinto, secondo la Cassazione, è un quadro colposo, tanto che, in realtà, già la corte di merito ha qualificato la condotta come "grave e ingiustificabile incuria", per poi tentare di "ricondurre comunque la fattispecie al delitto avvalendosi del dolo eventuale, che sarebbe ravvisabile in quanto la condotta ascritta agli imputati sarebbe stata tenuta "senza necessità".

Secondo il giudice di legittimità, tuttavia, si tratta di una "forzatura, poichè non tiene adeguato conto di quanto da essa poco prima riconosciuto come esito probatorio, e cioè che il ricovero degli animali era sottodimensionato rispetto al loro numero, e per questo essi avevano legacci corti e stretti che impedivano una corretta mobilità".

Riqualificato il reato in contravvenzione, prescrivibile in un tempo inferiore rispetto al delitto ex 544 ter c.p., la Corte ha dichiarato l'estinzione del reato.

Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 17-06-2014) 17-07-2014, n. 31453

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SQUASSONI Claudia - Presidente -

Dott. FRANCO Amedeo - Consigliere -

Dott. DI NICOLA Vito - Consigliere -

Dott. RAMACCI Luca - Consigliere -

Dott. GRAZIOSI Chiara - rel. Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

P.B. N. IL (OMISSIS);

P.M. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 1757/2011 CORTE APPELLO di LECCE, del 08/03/2013;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 17/06/2014 la relazione fatta dal Consigliere Dott. CHIARA GRAZIOSI;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Delehaye Enrico, che ha concluso per l'inammissibilità.

Svolgimento del processo

1. Con sentenza dell'8 marzo 2013 la Corte d'appello di Lecce ha respinto l'appello proposto da P.B. e P. M. avverso sentenza dell'8 luglio 2010 con cui il Tribunale di Lecce, sezione distaccata di Galatina, li aveva condannati ciascuno alla pena di sei mesi di reclusione per il reato di cui agli artt. 81 cpv., 110 e 544 ter c.p. (per avere inflitto lesioni e fatiche insopportabili ad animali nella loro azienda zootecnica: capo a) e alla pena di sei mesi di arresto e Euro 8000 di ammenda per il reato di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 3, (per avere realizzato una discarica non autorizzata di rifiuti pericolosi: capo b).

2. Ha presentato ricorso il difensore di P.B., sulla base di due motivi.

Il primo motivo denuncia violazione di legge e vizio motivazionale, in quanto avrebbe dovuto contestarsi come capo a), in luogo del delitto di cui all'art. 544 ter c.p., la contravvenzione di cui all'art. 727 c.p., non essendo stati commessi atti particolari di crudeltà nei confronti degli animali detenuti (semmai, sarebbero state prese poche accortezze nell'allevamento); e l'erronea qualificazione del reato ha inciso anche sulla pena. Vi sarebbe comunque mancanza assoluta di prove. Quanto poi al reato di cui al capo b), adduce il ricorrente che proprietario dei terreni ove sono stati trovati rifiuti è soltanto P.M., e che mancano comunque le prove che sia stato il proprietario del terreno (non recintato) a realizzare la discarica.

Il secondo motivo denuncia vizio motivazionale e mancanza di valutazione probatoria, non essendo stata data una risposta adeguata alle doglianze presentate nell'atto d'appello.

Ha presentato ricorso il difensore di P.M., prospettando doglianze analoghe, tranne l'argomentazione relativa alla proprietà dei terreni ove è stata trovata la discarica non autorizzata.

Motivi della decisione

3. Il primo motivo di ambedue i ricorsi adduce anzitutto l'erronea qualificazione della condotta contestata, che, ad avviso dei ricorrenti, avrebbe dovuto ricondursi alla contravvenzione di cui all'art. 727 c.p. anzichè al delitto di cui all'art. 544 ter c.p., non essendo stati addebitati agli imputati atti particolari di crudeltà nei confronti degli animali detenuti nella loro azienda zootecnica, ma piuttosto una negligente gestione dell'allevamento.

E' il caso di osservare che l'art. 727 c.p., al comma 2 - che è quello cui fa riferimento la doglianza dei ricorrenti -, sanziona come contravvenzione "chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze", laddove l'art. 544 ter c.p., comma 1, sanziona come delitto "chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche". E' netta la diversità tra le due fattispecie. Mentre il delitto di maltrattamento degli animali esige una condotta volontaria, commissiva od omissiva, della quale ciò che l'animale patisce sia diretta conseguenza (da ultimo Cass. sez. 3, 27 giugno 2013 n. 32837), ovvero una condotta impregnata di elemento soggettivo doloso (cfr. Cass. sez. 3, 24 ottobre 2007 n. 44822, che poi distingue nella fattispecie un reato a dolo specifico qualora la condotta lesiva sia tenuta "per crudeltà" e un reato a dolo generico quando invece sia tenuta "senza necessità"), ai fini dell'integrazione della contravvenzione di cuiall'art. 727 c.p. non è necessaria alcuna volontà del soggetto di infierire sull'animale (Cass. sez. 3, 13 novembre 2007-7 gennaio 2008 n. 175), essendo sufficiente una condotta colposa (cfr. Cass.sez. 3, 26 aprile 2005 n. 21744).E tipica manifestazione di una condotta colposa riconducibile all'art. 727 c.p. sotto forma di negligenza è proprio la mera detenzione degli animali secondo modalità inadeguate per incompatibilità con la loro natura e per arrecamento a essi di sofferenza (cfr. ancora Cass.sez. 3, 26 aprile 2005 n. 21744 e Cass.sez. 3, 13 novembre 2007-7 gennaio 2008 n. 175, nonchè Cass.sez. 3, 16 giugno 2005 n. 32837 e Cass.sez. 3, 7 novembre 2007 n. 44287) che, appunto in quanto tale, non è idonea a integrare invece la fattispecie delittuosa (cfr.Cass.sez. 3, 12 gennaio 2010 n. 6656).

Nel caso in esame, quella che in effetti è stata addebitata agli imputati, e per cui sono stati condannati, è configurabile come una condotta negligente nella detenzione degli animali nella loro azienda zootecnica. Ciò è posto in luce dalla stessa corte territoriale, laddove ha ritenuto integrato il delitto sulla base di elementi sussumibili chiaramente, invece, nella contravvenzione. Richiama infatti il giudice d'appello - cui era stata presentata la stessa doglianza di riqualificazione - le dichiarazioni del teste Pa., che ha "constatato le pessime condizioni in cui veniva tenuto il bestiame", nonchè quelle del teste T., che ha "precisato che le strutture dell'azienda per il ricovero degli animali erano del tutto sottodimensionate rispetto al numero dei capi; agli animali non era assicurata la possibilità di muoversi in maniera adeguata, a causa dei legacci corti e stretti; il letame non veniva smaltito...molti animali erano in cattive condizioni di salute, anche a causa delle infezioni intestinali provocate dalle condizioni insalubri dell'azienda". Ben consapevole la corte territoriale di avere dinanzi a sè un quadro colposo (qualifica infatti essa stessa la condotta degli imputati come "grave e ingiustificabile incuria"), tenta di ricondurre comunque la fattispecie al delitto avvalendosi del dolo eventuale, che sarebbe ravvisabile in quanto la condotta ascritta agli imputati sarebbe stata tenuta "senza necessità". Ma, a ben guardare, la corte perviene in tal modo a una forzatura, poichè non tiene adeguato conto di quanto da essa poco prima riconosciuto come esito probatorio, e cioè che il ricovero degli animali era sottodimensionato rispetto al loro numero, e per questo essi avevano legacci corti e stretti che impedivano una corretta mobilità. Non è quindi configurabile che gli animali fossero detenuti nelle condizioni in cui erano "senza necessità", al sottodimensionamento dovendosi logicamente ricondurre sia l'eccessiva immobilizzazione, sia l'esubero del letame rispetto agli spazi disponibili, e quindi le condizioni insalubri dell'azienda. Che poi gli imputati avessero disponibilità economiche sufficienti a realizzare nuovi e più ampi ricoveri per il loro bestiame, si osserva per completezza logica in ordine alla pretesa mancanza di necessità, non è stato affatto adotto nella sentenza impugnata come esito probatorio, nè comunque argomentato. Da tutto ciò consegue, dunque, la fondatezza del motivo di entrambi i ricorsi, nella parte in cui, appunto, denuncia come violazione di legge l'addebito del delitto anzichè quello della contravvenzione.

Peraltro, una volta riqualificato il reato ascritto nel capo a), entrambi i reati contestati sono ora contravvenzioni; ed essendo stati accertati il (OMISSIS), non emergendo alcuna sospensione, si deve dare atto che, successivamente alla sentenza di secondo grado, e cioè in data 26 settembre 2013 per il combinato disposto degli artt. 157 e 161 c.p., è maturata per entrambi la prescrizione. Poichè, come si è appena visto, i ricorsi non sono manifestamente infondati quanto meno - a parte ogni altra tematica - per quanto concerne il primo motivo di ciascuno laddove ha richiesto la riqualificazione del reato sub a), non si può negare la valida instaurazione del presente grado di giudizio, id est non si può negare che i ricorsi - che non patiscono peraltro vizi di rito strido sensu - non sono affetti dalla inammissibilità originaria che inibisce tale instaurazione come insegna la consolidata giurisprudenza di questa Suprema Corte (ex multis S.U. 11 novembre 1994-11 febbraio 1995 n.21, Cresci; S.U. 3 novembre 1998 n. 11493, Verga; S.U. 22 giugno 2005 n. 23428, Bracale; Cass. sez. 3, 10 novembre 2009 n. 42839, Imperato Franca). Ciò conduce, non emergendo poi dagli atti elementi che possano giustificare l'applicazione dell'art. 129 c.p.p., comma 2, alla dichiarazione ex art. 129 c.p.p., comma 1, della estinzione dei reati contestati per maturata prescrizione, con conseguente annullamento senza rinvio della sentenza impugnata.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la impugnata sentenza perchè, qualificato il delitto di cui al capo a) come violazione dell'art. 727 c.p., i reati sono estinti per prescrizione.

Così deciso in Roma, il 17 giugno 2014.

Depositato in Cancelleria il 17 luglio 2014



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