Legislazione e Giurisprudenza, Animali -  Gasparre Annalisa - 2015-08-24

ANIMALI: IMBRAGARE UCCELLI COME RICHIAMI VIVI COSTITUISCE MALTRATTAMENTO - Cass. pen. 40607/13 - A.G.

L'uso di "cesene" come richiami vivi per la caccia, mediante imbragature, legacci e strattonamento continuo per farle volare e poi cadere, integra gli estremi del maltrattamento di animali (art. 544 ter c.p.) il cui dolo generico era rappresentato dalla assenza di necessità.

Le sofferenze, secondo la Cassazione, sono insite nel fatto che i volatili erano stati innaturalmente costretti a levarsi ripetute volte in volo ed a ricadere nel vuoto, il che, secondo l'apprezzamento del giudice di merito, rendeva irrilevante il mancato riscontro di sanguinamenti sugli animali al momento del controllo da parte della polizia giudiziaria.

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Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 04-06-2013) 01-10-2013, n. 40607

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TERESI Alfredo - Presidente -

Dott. GRILLO Renato - Consigliere -

Dott. ORILIA Lorenzo - rel. Consigliere -

Dott. RAMACCI Luca - Consigliere -

Dott. GRAZIOSI Chiara - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

M.A. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 4756/2009 CORTE APPELLO di MILANO, del 23/10/2012;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 04/06/2013 la relazione fatta dal Consigliere Dott. LORENZO ORILIA;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Volpe Giuseppe, che ha concluso per rigetto.

Svolgimento del processo

1. Con sentenza 23.10 2012 la Corte d'Appello di Milano ha confermato la condanna del M. in ordine al reato di cui all'art. 544 ter c.p. osservando che l'uso di "cesene" come richiami vivi per la caccia, mediante imbragature, legacci e strattonamento continuo per farle volare e poi cadere, integrava gli estremi del maltrattamento di animali, il cui dolo generico era rappresentato dalla assenza di necessità.

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell'imputato, denunziando l'inosservanza degli artt. 544 ter e 727 c.p. nonchè il vizio di motivazione. Secondo il ricorrente, erroneamente la Corte di merito ha ritenuto la sussistenza del reato perchè le modalità della condotta escludevano sofferenze gravi o fatiche insopportabili e svolge una serie di parallelismi con l'utilizzo degli animali negli spettacoli circensi.

Motivi della decisione

1. Il ricorso è manifestamente infondato con riferimento ad entrambe le censure.

Essendo stato denunziato anche il vizio motivazionale, va richiamato il principio secondo cui il controllo del giudice di legittimità sui vizi della motivazione attiene alla coerenza strutturale della decisione di cui si saggia la oggettiva tenuta sotto il profilo logico argomentativo, restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (tra le varie, cfr. cass. sez. terza 19.3.2009 n. 12110; cass. 6.6.06 n. 23528). Ancora, la giurisprudenza ha affermato che l'illogicità della motivazione per essere apprezzabile come vizio denunciabile, deve essere evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu oculi, dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purchè siano spiegate in modo logico e adeguato le ragioni del convincimento (cass. Sez. 3, Sentenza n. 35397 del 20/06/2007 Ud. dep. 24/09/2007; Cassazione Sezioni Unite n. 24/1999, 24.11.1999, Spina, RV. 214794).

Ciò premesso, rileva la Corte che la questione della liceità penale dell'uso di richiami vivi per la caccia e delle modalità di detenzione degli stessi non è nuova, essendo stata affrontata con la sentenza Sez. 3, Sentenza n. 46784 del 05/12/2005 Ud. dep. 21/12/2005 Rv. 232658.

Con la predetta pronuncia - a cui oggi si intende dare continuità - si è affermato che il delitto previsto dall'art. 544 ter c.p., è reato di dolo specifico solo se commesso "per crudeltà", mentre per esso è sufficiente il dolo generico se posto in essere "senza necessità".

Nella fattispecie in esame il reato è stato contestato all'imputato come commesso non per crudeltà, ma senza necessità, sicchè per la configurabilità di esso è sufficiente l'avere accertato che la relativa condotta fu posta in essere con coscienza e volontà, ritenute esistenti dai Giudici di merito, visto che consapevolmente il M. aveva legato ad una fune due cesene vive, strattonandole, facendole alzare in volo e ricadere nel vuoto, al fine di richiamare gli uccelli in volo (cfr. pag. 3 sentenza impugnata).

Ebbene, come già ricordato con la citata sentenza 46784/2005, la L. 11 febbraio 1992, n. 157, consente l'uso, a scopo venatorio, di richiami vivi, ma vieta che ad esseri viventi dotati di sensibilità psico-fisica, quali sono gli uccelli, siano arrecate ingiustificate sofferenze, con offesa al comune sentimento di pietà verso gli animali ed, a tal fine, elenca - con carattere meramente esemplificativo - dei comportamenti da considerarsi vietati, ma non legittima l'uso di richiami vivi con modalità parimenti offensive.

Detta legge, infatti, non esaurisce la tutela della fauna, in quanto limiti alle pratiche venatorie sono posti anche dal previgente art. 727 c.p. e dall'attuale art. 544 ter c.p., i quali hanno ampliato la sfera della menzionata tutela attraverso il divieto di condotte atte a procurare agli animali strazio, sevizie o, comunque, detenzione attraverso modalità incompatibili con la loro natura. Da ciò deriva che la legittimità delle pratiche venatorie consentite sulla base della L. n. 157 del 1992 deve essere verificata anche alla luce delle norme del codice penale su richiamate (v. conf. Cass. sez. 3^ pen, 25/06/1999, n. 8890; 19/05/1998, n. 5868 e 20/05/1997, n. 4703).

In virtù di tale principio di diritto, l'uso di richiami vivi deve ritenersi vietato non solo nelle ipotesi previste espressamente dalla L. n. 157 del 1992, art. 21, comma 1, lett. r), ma anche quando viene attuato con modalità incompatibili con la natura dell'animale e non v'è dubbio che imbracare un volatile, legarlo da una fune, strattonarlo ed indurlo a levarsi in volo, per poi ricadere pesantemente a terra o su un albero, significa sottoporre lo stesso, senza necessità, a comportamenti e fatiche insopportabili e non compatibili con la natura ecologica di esso (cfr. cass. 46784/2005 cit).

Vero è che l'art. 19 ter Disp. Trans. c.p., introdotto dalla L. n. 189 del 2004, art. 3, stabilisce che "le disposizioni del titolo 9^ bis del libro 2° del codice penale - fra cui rientra l'art. 544 ter c.p. - non si applicano ai casi previsti dalle leggi speciali in materia di caccia, ...", ma è anche vero che, come sopra evidenziato, l'uso a scopo venatorio di richiami vivi con modalità che, se anche non vietate espressamente dalla L. n. 157 del 1992, debbono ritenersi illecite, non costituisce alcuno dei casi previsti dalla legge speciale in materia.

Tornando al caso di specie, l'uso delle cesene, a fini di richiamo vivo di altri uccelli, con le modalità attuate dal ricorrente, ha comportato agli animali sofferenze non compatibili con la natura etologica di essi, ben evidenziate nella motivazione della decisione impugnata, del tutto in linea con i predetti principi, sofferenze che non avevano bisogno di essere ulteriormente esplicate dal Giudice di merito, essendo insite nel fatto che i volatili erano stati innaturalmente costretti a levarsi ripetute volte in volo ed a ricadere nel vuoto, il che, sempre secondo l'apprezzamento del giudice di merito, rendeva irrilevante il mancato riscontro di sanguinamenti sugli animali al momento del controllo da parte della polizia giudiziaria.

La congruità e assenza di salti logici nel ragionamento seguito dalla Corte Appello esclude altresì il vizio di motivazione pure dedotto, rilevandosi piuttosto che la censure si risolve in una rivalutazione delle circostanze di fatto, non consentita in questa sede.

Non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sentenza 13.6.2000 n. 186), alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria ai sensi dell'art. 616 c.p.p. nella misura indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma, il 4 giugno 2013.

Depositato in Cancelleria il 1 ottobre 2013



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