Articoli, saggi, Ingiustizia, cause di giustificazione -  Mazzon Riccardo - 2017-02-21

Antigiuridicità obiettiva in ambito civile: contrasto della condotta atipica e offensiva con le esigenze di tutela dellordinamento - Riccardo Mazzon

Tradizionalmente, in ambito civile, non si discute tanto di "antigiuridicità obiettiva", quanto di mera antigiuridicità; non ogni fatto che rechi danno, si sostiene, genera obbligo di risarcimento: esso dev"essere in contrasto con un dovere giuridico e questa relazione di difformità si esprime appunto come antigiuridicità.

In tal senso, anche la giurisprudenza afferma ad esempio che, per la responsabilità del sorvegliante dell'incapace, è necessario che il fatto di quest'ultimo, escluso l'elemento psicologico, presenti tutte le caratteristiche di antigiuridicità, di modo che, se fosse assistito da dolo o colpa, integrerebbe un fatto illecito.

Peraltro, come già affermato e ribadito (cfr., amplius, da ultimo, "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Giuffré 2017), non si vede, realmente, alcuna valida ragione per non attribuire all"antigiuridicità civilistica la qualifica di "antigiuridicità obiettiva", atteso che il danno, ex art. 2043 c.c., per essere risarcito deve essere "ingiusto", ossia in contrasto con un dovere giuridico; contrasto "obiettivo", in quanto la soggettività è relegata, dallo stesso articolo, nella dicitura "Qualunque fatto doloso o colposo"; proprio in tal senso è consueto in giurisprudenza affermare che, ad esempio in materia di responsabilità civile della P.A., l'onere di provare la presenza di tutti gli elementi costitutivi dell'illecito extracontrattuale (condotta, evento, nesso di causalità, antigiuridicità, colpevolezza), grava sulla parte danneggiata che abbia visto riconosciuto l'illegittimo esercizio della funzione pubblica (art. 2043 c.c.).

Il fatto dannoso, permeato di colpevolezza, per implicare diritto al risarcimento deve dunque essere obiettivamente antigiuridico; tale affermazione, se confrontata con quella che era un tempo la tradizionale dottrina e giurisprudenza, poteva, in effetti, apparire eccessivamente enfatizzante e, conseguentemente, pleonastica: l"antigiuridicità veniva, infatti, limitata alla lesione di un diritto assoluto (diritto reale o diritto della personalità), con esclusione esplicita di lesioni coinvolgenti situazioni giuridiche di altra, diversa natura: la giurisprudenza della Suprema Corte, in effetti, si era costantemente espressa nel senso del difetto di giurisdizione rispetto alle domande di risarcimento per il danno arrecato al titolare di un interesse legittimo; tale impostazione era giustificata sul presupposto dell'esaurimento della tutela erogabile secondo l'ordinamento, in quanto il giudice amministrativo poteva fornire la tutela rimessa al suo potere, mentre non poteva essere proposta la domanda di risarcimento davanti al giudice ordinario, non essendo prevista dall'ordinamento l'invocata tutela; l'ulteriore corso della giurisprudenza della Suprema Corte, peraltro, ha ammesso l'instaurabilità della controversia su pretesa al risarcimento dei danni causati al titolare di interessi legittimi, spettando al giudice di merito stabilire se la pretesa potesse o meno essere soddisfatta.

Successivamente, si è avuta una progressiva apertura, diretta all"inserimento, accanto ai diritti assoluti, comportanti senza dubbio risarcimento, di nuove fattispecie corrispondenti a situazioni soggettive lese; l"esplicito allargamento delle stesse si riferì vuoi alla lesione del diritto di credito ad opera di soggetti diversi dal debitore, vuoi, generalmente, alla lesione del diritto all"integrità del patrimonio o alla libera determinazione negoziale, vuoi, infine, alla lesione degli interessi legittimi, con esplicita presa di posizione in ordine alla sufficienza, accanto al fatto dannoso permeato di colpevolezza, del requisito della mera ingiustizia (rectius antigiuridicità obiettiva): così, esemplificando, si afferma in giurisprudenza che, in caso di domanda di risarcimento dei danni proposta nei confronti della p.a., al fine di stabilire se la fattispecie concreta integri un'ipotesi di responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c., il giudice deve procedere, in ordine successivo, a svolgere le seguenti indagini: a) accertare la sussistenza di un evento dannoso; b) stabilire se l'accertato danno sia qualificabile come danno ingiusto, in relazione alla sua incidenza su un interesse rilevante per l'ordinamento, tale essendo l'interesse indifferentemente tutelato nelle forme del diritto soggettivo (assoluto o relativo), dell'interesse legittimo (funzionale alla protezione di un determinato bene della vita, la cui lesione rileva ai fini in esame) o dell'interesse di altro tipo, pur se non immediato oggetto di tutela in quanto dall'ordinamento preso in considerazione a fini diversi da quelli risarcitori (e quindi comunque non qualificabile come interesse di mero fatto); c) accertare sotto il profilo causale, facendo applicazione dei noti criteri generali, se l'evento dannoso sia riferibile ad una condotta (positiva od omissiva) della p.a.; d) stabilire se l'evento dannoso sia imputabile a dolo o colpa della p.a., non trovando al riguardo applicazione il principio secondo cui la colpa della struttura pubblica dovrebbe considerarsi sussistente "in re ipsa" in caso di esecuzione volontaria di atto amministrativo illegittimo.

Progressivamente, pertanto, la situazione soggettiva lesa suscettibile di risarcimento ha acquistato nettezza ed omogeneità di contorni; il danno "ingiusto" è ormai definito tale quando il fatto che lo ha arrecato risulta in contrasto con un dovere giuridico: quando, cioè, è obiettivamente antigiuridico.

Ciò detto, il contrasto con un dovere giuridico che caratterizza l"illiceità del fatto deve relazionarsi non solo con la posizione soggettiva (da tutelare) del leso, ma anche con le esigenze generali dell"ordinamento nel suo complesso: e tali esigenze sono normativamente individuate dalle cause di giustificazione; ecco allora che, esplicitamente ed, ormai, comunemente, in giurisprudenza s"afferma, pertanto, che non può essere considerato ingiusto, ad esempio, il danno che si produca conformemente ad un provvedimento amministrativo non rimosso e quindi tuttora produttivo di effetti poiché il permanere della produzione degli effetti è conforme alla volontà della legge e la necessaria coerenza dell'ordinamento impedisce di valutare in termini di danno ingiusto gli effetti medesimi: in tal caso il danno è privo del requisito dell'ingiustizia, perché, pur essendo contra ius, non è tuttavia inferto non iure, ossia in assenza di cause di giustificazione; lo stesso provvedimento amministrativo, sebbene potenzialmente illegittimo, vale, fino a quando non è rimosso dal giudice o in via di autotutela dalla stessa amministrazione, a "giustificare la lesione", impedendo così di qualificarla in termini di antigiuridicità.



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