Fragilità, Storie, Diritti, Persone con disabilità -  Michela del Vecchio - 2016-04-26

Appunti di progetto: cosa manca e quanto manca – Michela del Vecchio

A distanza di tre mesi dall'attuazione del progetto "sport e disabilità: un'occasione di incontro e crescita", ideato per conoscere lo stato dell'arte in tema di disagio giovanile e sociale nelle scuole e di attuazione delle norme a sostegno del disabile e sostenuto da una convenzione fra università ed ente pubblico territoriale, si possono delineare le prime riflessioni sul tema dell'integrazione, socializzazione e tutela del minore anche e soprattutto disabile o comunque in situazioni di svantaggio (bisogni educativi specifici, disturbi dell'apprendimento, immigrati e simili) nella scuola ed, in generale, nella comunità territoriale.

Il progetto, come più volte precisato, era ed è finalizzato alla conoscenza delle azioni e reazioni che i ragazzi in età adolescenziale pongono in essere nel confronto con realtà diverse da sé ed, in speciale modo, con le diverse abilità che loro coetanei possiedono e, dall'altro, alla conoscenza del "sistema relazionale" che coinvolge i disabili e le loro famiglie. A tale ultimo precipuo fine si è tentato, purtroppo con esiti non sempre positivi, di costituire una rete per così dire sociale di relazioni ed una rete territoriale che consentisse di capire le esigenze delle famiglie dei disabili e dei disabili stessi per offrire non tanto una risposta quanto una collaborazione.

La fascia di età dei ragazzi coinvolti nel progetto andava dagli 11 ai 16 anni (ovvero l'età preadolescenziale).

Dall'analisi ed osservazione dei comportamenti dei ragazzi si è compreso, in primo luogo, che i ragazzi (di sesso maschile e femminile) non hanno acquisito consapevolezza della propria persona né sotto il profilo corporeo né sotto il profilo emotivo relazionale.

Per quanto spiegabile e comprensibile, sotto il profilo antropologico – sociologico, per i ragazzi di 11 anni, questa lacuna è difficilmente motivabile per i ragazzi dai 13 ai 16 anni e ciò non solo in considerazione dello sviluppo fisico in molti casi già compiuto ma soprattutto in relazione alle responsabilità che assumono e vogliono assumere verso la scuola, la famiglia e la società stessa. I ragazzi, infatti, assumono oneri di assistenza, di affidamento di materiale scolastico, di impegni extrascolastici e si avvicinano alla guida di mezzi di circolazione con una apparente maturità adulta.

Sanno "discernere" tra il giusto ed il sbagliato ma, per quanto emerso dall'osservazione compiuta, non si rendono conto o meglio non comprendono le motivazioni del "giusto" e dello "sbagliato".

Vivono le regole sociali (familiari, scolastiche e simili) come comandi e precetti senza capirne il significato considerando pertanto la loro elusione come un'evasione, una pausa dal rigidismo di cui si ritengono circondati.

Anche nel vissuto progettuale i ragazzi, inizialmente partecipi ed entusiasti di vivere una nuova esperienza, hanno disatteso l'impegno appena avuta l'occasione di "fuggire" dalla regola (nel caso l'attività loro proposta).

Diversamente i ragazzi disabili. Questi ragazzi, forse perché non particolarmente sollecitati da altri stimoli sociali o scolastici, hanno manifestato grande interesse per il lavoro che veniva loro proposto ed hanno mostrato evidenti miglioramenti relazionali aprendosi più favorevolmente al confronto con i loro coetanei (non si "isolavano" più durante l'attività ma cercavano di inserirsi nel gruppo addirittura in alcuni casi imponendo la loro presenza).

Le difficoltà attuative del progetto, inoltre, si sono riscontrate nel confronto con l'organizzazione scolastica stessa. Ad una entusiasta disponibilità partecipativa dei Dirigenti scolastici e del corpo docente si è opposta una capillare ripartizione di "ruoli" e "compiti" che sovente ha impedito l'attuazione di alcune attività progettuali (quali l'esternazione ed interpretazione del proprio io attraverso brani musicali stimolanti la sfera emotiva). Proprio questi "ostacoli", apparentemente burocratici, hanno consentito di focalizzare alcuni aspetti di, per così dire, criticità scolastica sul tema dell'integrazione del disabile.

In primo luogo si è evidenziata una scarsa capacità di interazione e cooperazione fra scuola e altri soggetti chiamati a partecipare ai processi di integrazione (famiglie, servizi sanitari e sociali, volontariato). A ciò si sommano i seguenti aspetti di non scarsa rilevanza: carenza di figure specialistiche e specializzate che aiutino i docenti nell'analisi delle situazioni e nella ricerca di soluzioni efficaci; scarsa partecipazione delle famiglie nell'opera di collaborazione degli alunni con disabilità; elevato rischio di segregazione degli alunni con disabilità ed assoluta carenza di orientamento per le famiglie; carenza di sistemi informativi e di monitoraggio del fenomeno disabilità. Quest'ultimo aspetto peraltro si impone all'attenzione ove si consideri che, su base nazionale, risulta registrata una crescita obiettiva di BES e si sta lavorando per un effettivo recupero dei livelli di efficienza ed efficacia del sistema scuola anche sotto il profilo dell'integrazione (cfr art. 1 L. 107/15).

E' evidente che alcuni degli aspetti indicati esulano dalla presente trattazione riguardando questioni di carattere politico – amministrativo e scolastico non interessanti in modo diretto il tema della disabilità pur, di riflesso, incidenti sull'inclusione del disabile.

Costituiscono comunque dati di fatto dell'esperienza progettuale in commento: a) la difficoltà per i docenti di scolarizzare i ragazzi includendoli in un contesto classe uniforme, costituendo fra loro schemi di collaborazione reciproca e soprattutto comunicando loro la "regola" ottenendone l'accettazione; b) la disponibilità dei ragazzi con disabilità accertate ad intraprendere relazioni adulte costituendo vita di gruppo con i ragazzi abili nel tentativo di superare i limiti dell'handicap fisico o psichico e costruendo relazioni socialmente significative.

E' evidente che ciascuna delle osservazioni sopra sommariamente indicate necessita di un più approfondito esame in una visione interdisciplinare della tematica minore – disabilità – integrazione eppure, pur peccando di esaustività, queste brevi riflessioni dimostrano che il percorso per l'inclusione sociale e l'accettazione dell'altro è ancora da definire condividendo pertanto la nota del preambolo della Convenzione O.N.U. sui Diritti delle Persone con Disabilità del dicembre 2006 ove vengono riconosciuti "i preziosi contributi esistenti e potenziali apportati da persone con disabilità in favore del benessere generale e della diversità delle loro comunità e del fatto che la promozione del pieno godimento dei diritti umani, delle libertà fondamentali e della piena partecipazione nella società da parte delle persone con disabilità porterà ad un accresciuto senso di appartenenza ed a significativi progressi nello sviluppo umano, sociale ed economico della società e nello sradicamento della povertà".



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