Articoli, saggi, Procedura penale -  Giovanni Sollazzo - 2014-08-30

APPUNTI IN TEMA DI MISURE DI PREVENZIONE - Carol COMAND

Una delle prime pronunce della Corte Costituzionale dalla quale è possibile trarre una definizione di ordine pubblico è la n. 19 del 1962 nella quale si afferma che per ordine pubblico deve intendersi non l'ordinamento giuridico ma l'"ordine legale su cui poggia la convivenza sociale".

D'altra parte, già in Corte Cost. n. 2 del 1956 si affermava che la sicurezza si ha "quando il cittadino può svolgere la sua lecita attività senza essere minacciato da offese alla propria personalità fisica e morale" e si identificava la minaccia all'ordine pubblico come una "manifestazione esteriore di insofferenza o di ribellione ai precetti legislativi ed ai legittimi ordini di pubblica autorità", forieri di stati di allarme e violenze.

In riferimento alla normativa antimafia allora in vigore, la Corte Costituzionale, nel 1992, affermò poi, che tutta la normativa antimafia fosse preordinata proprio alla salvaguardia dell'ordine pubblico e della sicurezza pubblica (Corte Cost. n. 407/92).

Nella medesima pronuncia, si precisava peraltro che, nella legislazione che si era susseguita dagli anni '80 in poi, avente carattere preventivo, la stessa nozione di ordine pubblico pareva essersi ampliata e valorizzata "sotto il profilo materiale ed empirico come salvaguardia delle condizioni generali della tranquillità e della impermeabilità del consorzio civile".

Quella che pare la più recente definizione di ordine pubblico e di sicurezza pubblica, infine, è inserita in una legge - art. 159 co.2 del d.lgs 31 marzo 1998, n. 112 -, dove si stabilisce che i relativi compiti e funzioni sono quelli concernenti le misure preventive e repressive dirette al mantenimento dell'ordine pubblico, "inteso come il complesso dei beni giuridici fondamentali e degli interessi pubblici primari sui quali si regge l'ordinata e civile convivenza nella comunità nazionale", alla sicurezza delle istituzioni, dei cittadini e dei loro beni, mentre, come noto, le diverse normative in materia di misure di prevenzione ed antimafia sono state raccolte nel d.lgs 6 settembre 2011, n. 159.

Tale normativa (d.lgs 159/11) è stata di recente oggetto di una pronuncia della Corte di cassazione depositata nell'anno in corso ed attualmente consultabile presso il sito ufficiale della Corte medesima, Cass, pen. Sez. I, 9.1-29.1.2014 n. 4001 che parrebbe suggerire qualche considerazione connessa all'argomento.

Nei motivi di ricorso si contestava la possibilità di procedere al giudizio per l'applicazione di misure di prevenzione personali, nell'ipotesi in cui il proposto fosse stato estradato per una fatto diverso da quello considerato nel decreto applicativo della misura. Si deduceva, in particolare, la violazione del principio di specialità.

Premesso, a quest'ultimo riguardo, che in virtù dell'operatività dell'art. 696 c.p.p., l'esistenza  di una normativa pattizia è destinata a prevalere poichè l'effettivo contenuto della clausola viene di volta in volta concordato tra gli Stati che concludono una convenzione di estradizione, l'art. 721 c.p.p qui in rilievo, con definizione di carattere generale, contempla il divieto di sottoporre la persona estradata a restrizioni della libertà personale per un fatto anteriore alla consegna e diverso da quello per il quale l'estradizione è stata concessa, salvo ricorrano alcune situazioni esplicitamente elencate.

Pur nell'accezione in cui è stato recepito, parrebbe peraltro pacifico in giurisprudenza - fra le altre Corte Cost. n. 22/07 - che il principio de quo configuri una condizione di procedibilità, rispetto al fatto anteriore e diverso, suscettibile di essere rimossa dal consenso dello Stato richiesto.

Per quanto di rilievo, la stessa dottrina ritiene che tale principio non sia riferibile alle misure di prevenzione personali ed al relativo procedimento di applicazione (così Gaito, Mandato di arresto europeo ed  esradizione, Procedura penale, 2010), anche se la questione parrebbe suscettibile di essere posta in discussione.

A supporto di tale teoria, vi sarebbe, fra l'altro, la natura delle misure invocate ed il fatto stesso che la legge che ne prevede l'applicazione, quantomeno in riferimento alle misure patrimoniali,  disponga che il relativo procedimento possa essere attivato anche in assenza del proposto (art. 18 co. 4 d.lgs n. 159/11).

In una delle maggiormente citate pronunce in argomento, Cass. Pen. ss.uu. n. 10281 25.10.2007- 2.3.2008, sul punto si afferma che, stanti i presupposti per l'applicazione delle misure di prevenzione, l'anteriorità e diversità del fatto non risulta apprezzabile nel giudizio della richiesta pericolosità attuale del proposto poiché "questo implica una valutazione articolata, su piani differenziati di apprezzamento, di plurime condotte soggettive non necessariamente inquadrabili in parametri penalistici ma certamente rivelatrici di pericolosità sociale".

In verità nel provvedimento menzionato, la Corte - direttamente adita - ritenuta l'istanza del ricorrente, il cui rigetto era oggetto d'impugnazione, "equiparabile, per analogia di contenuti", ad una decisione afferente la fase esecutiva della misura, si limita a fare piana applicazione di quanto stabilito dall'art. 568 co. 5 c.p.p., con qualificazione del ricorso in appello ai sensi dell'art. 4 della l. 27.12.1956, n. 1423.

Non è quindi dato sapere, quantomeno nel momento in cui si scrive, quali saranno le determinazioni della Corte d'appello competente ed alla quale gli atti sono stati trasmessi; pare d'altra parte possibile affermare, pur non essendo entrati nel merito del giudizio, che la pronuncia esaminata abbia fornito certo motivo di riflessione, in un contesto - quello relativo all'applicazione delle misure di prevenzione -, in cui le opinioni divergenti paiono piuttosto diffuse. (c.c)



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