Legislazione e Giurisprudenza, Generalità, varie -  Redazione P&D - 2015-01-20

ARRICCHIMENTO SENZA CAUSA E P.A.: UN PUNTO FERMO? – Cass. n. 26911/14 - Paolo BASSO

Arricchimento senza causa

Contratto professionale nullo stipulato da un Comune ed azione di arricchimento promossa dal professionista

La Cassazione rigetta la domanda poiché il creditore poteva agire direttamente nei confronti del funzionario


La fattispecie decisa dall"arresto giurisprudenziale in commento è piuttosto comune ma non è chiaro se la portata della sentenza voglia costituire un punto fermo del problema dell"azione di arricchimento senza causa nei confronti della pubblica amministrazione oppure se sembri dire più di quello che in effetti voglia.

Il fatto è semplice: un Professionista stipula verbalmente un contratto con un Comune, il quale riconosce il debito fuori bilancio. Il contratto è ovviamente nullo per difetto della forma scritta necessaria data la natura di ente pubblico di uno dei due contraenti.

Il Professionista, pur avendo eseguito la sua prestazione, non riceve il suo compenso ed agisce nei confronti del Comune debitore ai sensi degli artt. 2041 e 2042 c.c. e quindi invocando l"arricchimento senza causa e domandandone la condanna al pagamento del relativo indennizzo.

Dopo il rigetto della domanda nei primi due gradi di giudizio la controversia approda avanti alla Suprema Corte, la quale rigetta il ricorso del creditore.

La motivazione è altrettanto lineare: poiché l"azione di arricchimento senza causa ha carattere residuale a norma dell"art. 2042 c.c. e poiché, nel caso di specie, il creditore era munito di azione diretta nei confronti del funzionario comunale, la sua domanda risulta inammissibile.

In effetti l"art. 191 D-Lgs. n. 267/2000, dopo aver disposto che gli enti locali possono effettuare spese solo se sussiste l"impegno contabile registrato sul competente programma del bilancio di previsione e l"attestazione della copertura finanziaria prevede, al comma 4, che, nel caso in cui vi è stata l"acquisizione di beni e servizi in violazione dell"obbligo indicato, il rapporto obbligatorio intercorre, ai fini della controprestazione e per la parte non riconoscibile ai sensi dell"art. 194 comma 1 lettera e), tra il privato fornitore e l"amministratore, funzionario o dipendente che hanno consentito la fornitura.

Giova precisare che il citato art. 194 comma 1 lettera e) concede agli enti locali di riconoscere la legittimità dei debiti fuori bilancio derivanti da acquisizione di beni e servizi, in violazione dell"obbligo suddetto, nei limiti degli accertati e dimostrati utilità ed arricchimento per l"ente.

Quindi: se il bene o servizio ha determinato un"utilità per l"ente, quest"ultimo resta obbligato direttamente al pagamento fuori bilancio e dunque resta esclusa la configurazione del rapporto obbligatorio diretto fra il privato fornitore e l"amministratore, il funzionario o il dipendente.

La sentenza in rassegna (non è dato sapere se in base all"accertamento operato dal giudice del merito circa il mancato riconoscimento del debito fuori bilancio), invece, non fa alcuna distinzione e lapidariamente afferma che il credito di chi ha fornito la prestazione od il servizio nei confronti della p.a. senza un valido contratto sussiste direttamente nei confronti del funzionario, facendone conseguire l"impossibilità di esperire nei confronti dell"ente l"azione di arricchimento senza causa, stante il difetto del sopra menzionato e necessario requisito della sussidiarietà.

Altrettanto lapidariamente afferma anche che, stante tale disciplina, la questione del riconoscimento dell"utilità della prestazione può porsi di regola solo allorché siano il funzionario o l"amministratore (responsabili verso il privato) a proporre l"azione di cui all"art. 2041 c.c. nei confronti della p.a. (per farsi rimborsare quanto hanno pagato al privato creditore).

Le affermazioni della Corte di legittimità possono essere lette come rappresentative di una soluzione dualistica netta: o il contratto è valido ed il debitore è l"ente oppure il contratto è nullo e allora il privato creditore non può mai agire nei confronti dell"ente ma può agire solo nei confronti dell"amministratore, del funzionario o del dipendente che hanno commissionato il bene o il servizio e questi ultimi possono agire ex art. 2041 c.c. nei confronti dell"ente per farsi rimborsare quanto pagato, dato che l"utilità è stata goduta dall"ente medesimo.

Ma se questa è stata l"intenzione della Suprema Corte e se si è voluto quindi porre un punto fermo nella sempre problematica quaestio dell"arricchimento senza causa nei confronti della p.a., si è dimenticata la deroga prevista proprio dal citato art. 191 D.Lgs. n. 267/2000 che rende inapplicabile alla totalità delle fattispecie la soluzione dualistica netta sopra richiamata, restando necessario accertare se l"ente ha riconosciuto o meno utilità al bene o al servizio in tutti i casi in cui il corrispettivo può essere riconosciuto ed iscritto fuori bilancio ai sensi dell"art. 194 e pertanto il carattere generale delle affermazioni motivazionali della sentenza non pare poter sussistere.

Permane quindi in tali fattispecie, la necessità di confrontarsi con la nota problematica inerente alle forme ed ai limiti del riconoscimento di utilità del bene o del servizio da parte della p.a. forniti in base ad un contratto non valido.

Invero la dottrina ha escluso la necessità del riconoscimento dell"utilità in alcuni casi in cui è peculiare il tipo di prestazione di cui la p.a. si è avvantaggiata o delle caratteristiche dell"atto che vi ha dato origine. E così, ad esempio, nei casi di pagamento del debito della p.a. da parte dell"impoverito, di acquisto o di incremento dei diritti patrimoniali, nei casi di prestazioni o di opere eseguite in correlazione od in conseguenza dell"adozione di atti obbligati, di atti d"urgenza o di atti necessitati. In tali fattispecie l"utilità della prestazione sarebbe in re ipsa.

Peraltro la giurisprudenza (Cass. n. 265/1962) ha affermato la necessità della riconoscimento anche in caso di assunzione di spese obbligatorie.

La necessità della riconoscimento di utilità viene individuata nella natura discrezionale del riconoscimento stesso, in ossequio al divieto per il giudice ordinario di sostituirsi all"amministrazione e così all"autorità giudiziaria é solo consentito di accertare se ed in che misura l"opera o la prestazione siano state effettivamente utilizzate mediante un accertamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità.

L"utilità dell"opera o della prestazione vuole significare soltanto che questa è idonea ed è utilizzata dall"ente pubblico per la realizzazione delle proprie funzioni istituzionali e non è concepibile un"utilità patrimoniale dell"ente pubblico se la prestazione espletata non è compresa nella sfera delle attività dirette alla realizzazione dei suoi compiti istituzionali.

Circa il tempo della riconoscimento, non vi sono incertezze nell"affermare che esso deve necessariamente seguire l"esecuzione dell"opera e non può precederla, sicché qualunque preventiva delibera di riconoscimento sarebbe irrilevante. Esso, peraltro, può intervenire anche nel corso del giudizio per arricchimento mentre è irrilevante che, nel corso dello stesso giudizio, l"ente abbia disconosciuto espressamente l"utilità dato che l"accertamento dell"avvenuto pregresso riconoscimento è devoluto al giudice (Cass. n. 2892/1955).

La manifestazione di riconoscimento dell"utilità deve provenire dall"ente e nessuna rilevanza può assumere, a tal fine, l"utilizzo dell"opera da parte della collettività stante la necessità che essa provenga dagli organi istituzionalmente rappresentativi dell"ente (Cass. n. 14570/2004). Essa può essere manifestata anche implicitamente (Cass. n. 14570/2004), restando, tuttavia, escluso qualunque riconoscimento implicito in presenza di atti obbligati nei quali è esclusa la discrezionalità amministrativa.

Una parte della giurisprudenza ritiene che tale riconoscimento, in quanto mera dichiarazione di scienza, possa provenire anche da Organi dell"ente (che magari presiedono all"esecuzione dell"opera: Cass. n. 5069/2006) diversi da quelli competenti a dichiararne la volontà, purché operino per il perseguimento dei fini dell"ente stesso.



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