Legislazione e Giurisprudenza, Successioni, donazioni -  Redazione P&D - 2014-09-16

ARRICCHIMENTO SENZA GIUSTA CAUSA- Cass. sez VI 14/5/14, n. 10397 - A. FABBRICATORE

Arricchimento senza giusta causa ed eredità giacente: il pensiero della Cassazione

Cass., sez. VI, 14 maggio 2014, n. 10397, pres. Vivaldi, est. Lanzillo.

Con la sentenza in epigrafe la Cassazione ha avuto modo di analizzare il particolare caso del contratto atipico mediante il quale un operatore economico, dopo aver raccolto informazioni vantaggiose per altri soggetti circa lasciti ereditari, donazioni o premi, offra di rivelarne gli estremi all"ignaro beneficiario dietro promessa di un compenso.

A seguito della morte di una donna nel 2002, una società specializzata in tale attività accertava che quest"ultima lasciava cinque eredi, provvedendo, di conseguenza, ad avvertire gli interessati offrendo loro di rivelare tutti i dettagli del caso e di gestire la successiva fase burocratico-amministrativa dietro il riconoscimento di un compenso.

Due dei cinque eredi, residenti negli Stati Uniti (Paese in cui questi contratti atipici sono molto diffusi), accettano l"offerta e rilasciano relativa procura per la gestione della propria posizione; altri due eredi rifiutano la proposta in quanto già a conoscenza dell"apertura della successione; un"ultima erede manifesta inizialmente la volontà di non avvalersi dei servizi offerti dalla società dichiarando oltremodo di essere intenzionata a rinunciare all"eredità, ma a seguito di invito formale formulato dalla stessa società ex art. 481 c.c. e 749 c.p.c. quest"ultima rivede la propria scelta.

A seguito dell"accettazione dell"eredità da parte della donna, l"attrice la invita a versarle il relativo compenso per i servizi prestati come da proposta contrattuale, da intendersi confermata all"atto stesso dell"accettazione.

La donna, rifiutatasi di versare il corrispettivo, viene convenuta in giudizio dalla predetta società. Dopo due pronunce favorevoli alla convenuta, la controversia approda in Cassazione.

La ricorrente lamenta l"ingiustificato arricchimento della controparte (ex art. 2041 c.c.), ignara dell"eredità e che solo a seguito della comunicazione effettuata dalla società veniva a conoscenza del cospicuo lascito, adducendo a fondamento della pretesa anche il dolo e la mala fede di quest"ultima.

In effetti, anche se la donna aveva precedentemente rifiutato l"offerta della società di ricevere informazioni dietro pagamento di un compenso, di fatto si è avvantaggiata della notizia stessa dell"esistenza di una eredità in suo favore.

E" necessario osservare come sia ormai pacifico ritenere ingiustificati il profitto ed il compenso sollecitati sulla base di un"informazione che il proponente l"accordo abbia acquisito in via del tutto casuale: ugualmente, allora, dovrebbe ritenersi simmetricamente ingiustificato il vantaggio conseguito, altrettanto casualmente, dal destinatario dell"offerta, il quale abbia approfittato dell"altrui attività e dell"altrui impiego di mezzi economici per conseguire un introito a cui non avrebbe potuto altrimenti accedere.

In questo modo la pretesa della società potrebbe trarre la propria giustificazione da un rapporto contrattuale di fatto instauratosi per effetto del contatto sociale tra attore e convenuto, il quale solo grazie alle informazioni ricevute accetta di beneficiare dell"eredità; ma la Corte a bene vedere ricorda che sia possibile anche far ricorso ai principi dell"arricchimento senza giusta causa.

Nonostante questo assunto sia del tutto giustificato alla luce dei più recenti orientamenti giurisprudenziali, la Corte osserva che la richiesta attorea, fondata sull"art. 2041 c.c., avrebbe dovuto illustrare e dimostrare, fin dall"atto di citazione, la sussistenza dei presupposti giuridici e di fatto della propria domanda, nonché l"entità dell" impoverimento e del consequenziale arricchimento della controparte.

Inoltre la ricorrente, in tal guisa, avrebbe dovuto richiedere il pagamento di un mero indennizzo e non già il risarcimento danni o l"intero compenso contrattuale.

"Le censure della ricorrente, secondo cui causa petendi e presupposti della domanda di pagamento sarebbero stati impliciti nella stessa natura dei fatti esposti, sicchè il giudice avrebbe dovuto procedere alla mera valutazione e qualificazione giuridica dei fatti medesimi, non sono fondate: le domande di adempimento contrattuale e di arricchimento senza causa si differenziano, strutturalmente e tipo logicamente, sia quanto alla causa petendi, sia quanto al petitum, che nel secondo caso concerne non il pagamento del compenso contrattualmente pattuito, ma il versamento di un mero indennizzo".

Si conclude infatti affermando che la domanda di arricchimento senza causa è ammissibile quando la parte abbia introdotto nel giudizio, con l"atto di citazione, l"ulteriore tema di indagine idoneo a giustificare l"esame dei relativi presupposti, dovendo altrimenti il giudice rilevarne d"ufficio l"inammissibilità (Cass. Sez. Un. 27 dicembre 2010, n. 26128).

Sono queste le motivazioni che spingono i giudici di legittimità a rigettare il ricorso.



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