Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Caporale Sabrina - 2014-03-18

ART. 116 C.P.: IL CONCORSO ANOMALO – Cass. pen. 12273/2014 – Sabrina CAPORALE

Qualora il reato commesso sia diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti, anche questi ne risponde, se l'evento è conseguenza della sua azione od omissione. Se il reato commesso è più grave di quello voluto, la pena è diminuita riguardo a chi volle il reato meno grave.

È quanto dettato dall"art. 116 c.p. in tema di concorso di persone nel reato. L"art. 116 c.p., invero, individua l"ipotesi, nella pratica non infrequente, in cui taluno dei correi nel medesimo reato, commetta un fatto di reato distinto rispetto a quello originariamente programmato ma che tale (distinto) fatto di reato sia, in ogni caso e comunque, sotto il profilo della causalità, riconducibile all"azione od omissione dell"altro concorrente, sebbene da quest"ultimo non voluto.

Ebbene, stando ad una prima lettura, l"art. 116 citato sembra attribuire al concorrente la responsabilità per l"evento diverso non voluto sulla base del mero rapporto di causa ed effetto, configurando in tal senso, una ipotesi di responsabilità oggettiva. Era, invero, quanto ritenuto prima della sentenza n. 42 del 13 maggio 1965, con la quale la Consulta, nell"intento di dare una lettura costituzionalmente orientata del citato articolo ha introdotto l"istituto del c.d. concorso anomalo, ipotesi nel quale il correo risponde a titolo di dolo per un fatto che in realtà, sarebbe al medesimo imputabile a titolo di colpa.

In altre parole, è sancita la responsabilità del concorrente per il diverso fatto di reato commesso dal correo soltanto laddove tale diverso fatto possa essere considerato uno sviluppo logicamente prevedibile del reato oggetto del programma criminoso.

Non più dunque un"ipotesi di responsabilità oggettiva, ma una responsabilità colpevole, conformemente al sacrosanto principio garantito dall"art. 27 Cost.

E" quanto, peraltro, di recente ribadito dalla I Sezione Penale della Cassazione, con la sentenza n. 12273 dello scorso 14 marzo 2014.

«L'evoluzione giurisprudenziale e dottrinale delle linee interpretative dell'istituto è approdata ad escludere che la norma di cui all'art. 116 cod. pen. contempli un'ipotesi di responsabilità oggettiva, non consentita dal principio di colpevolezza ricavabile dalla regola generale della personalità della responsabilità penale, sancita dall'art. 27 Cost., comma 1 (Corte Cost., sent. n. 42 del 13/5/1965; sent. n. 364 del 1988 cit.; Cass. sez. 5, n. 39339 del 08/07/2009; sez. 2, n. 10098 del 15/01/2009; sez. 6, n. 20667 del 12/02/2008; sez. 5, n. 10995 del 25/10/2006), quanto una fattispecie, punita a titolo di responsabilità intenzionale rispetto alla condotta criminosa voluta e meno grave ed a titolo di colpa rispetto al diverso e più grave reato in concreto consumato, prevedibile, facendo uso, in relazione a tutte le circostanze del caso concreto ed alla personalità del concorrente, della dovuta diligenza". "L'evento più grave e diverso del compartecipe – aggiunge - deve dunque porsi come uno sviluppo logicamente prevedibile, da parte di un soggetto di normale intelligenza e di cultura media, quale possibile conseguenza della condotta prestabilita secondo regole di ordinaria coerenza dello svolgersi dei fatti umani, non interrotta dall'intervento di fattori accidentali ed imprevedibili. Pertanto, l'applicabilità della regola di cui all'art. 116 cod. pen. resta subordinata alla ricorrenza di due limiti negativi: l'evento diverso non deve essere stato in alcun modo voluto, nemmeno a livello di dolo alternativo o eventuale, perché in tal caso il soggetto dovrebbe risponderne quale concorrente ai sensi dell'art. 110 c.p. (Cass. sez. 1, n. 12610 del 07/03/2003) e l'evento più grave non deve essersi verificato per effetto di fattori eccezionali sopravvenuti, non conosciuti, né conoscibili e quindi imprevedibili dall'agente e non ricollegabili eziologicamente alla condotta criminosa di base».



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