Legislazione e Giurisprudenza, Responsabilità oggettiva, semioggettiva -  Menin Alessandro - 2013-07-12

ART. 2051 CC: IL DANNEGGIATO POCO DILIGENTE VA RISARCITO? – Trib. Dolo sent. 126/2013 – Alessandro MENIN

"L'evento pregiudizievole di cui è rimasta vittima [l'attrice] è imputabile ad esclusiva responsabilità della medesima, non avendo la stessa prestato la normale diligenza e la dovuta particolare attenzione alla situazione anomala dei luoghi".

Questo il punto centrale della sentenza in commento, con la quale il Giudice della riviera del Brenta ha respinto la richiesta di risarcimento di una donna caduta sul gradino di una scala dal quale mancava parte della striscia antisdrucciolo.

In verità, la reiezione è dovuta alla mancata dimostrazione dei fatti a sostegno della richiesta risarcitoria ed è, perciò, ineccepibile.

Tuttavia, poiché il magistrato si spinge oltre, analizzando la questione anche in merito alla condotta della donna, la pronuncia si rivela interessante perché consente di affrontare il tema della c.d. autoresponsabiltà del danneggiato e, soprattutto, di verificare se detto principio sia ancora da ritenersi valido e soddisfacente.

Di fatto, nella decisione in commento si riconoscono i tre principi cardine della responsabilità da cose in custodia: la oggettività della responsabilità del proprietario/custode;  la nozione di caso fortuito attribuibile al fatto del danneggiato; ed, appunto, il concetto di autoresponsabilità del medesimo.

Quanto al primo principio, è noto il costante insegnamento della Suprema corte, secondo il quale in tema di responsabilità civile per i danni cagionati da cose in custodia, la fattispecie di cui all'art. 2051 cc individua un'ipotesi di responsabilità oggettiva, essendo sufficiente per l'applicazione della stessa la sussistenza del rapporto di custodia tra il responsabile e la cosa che ha dato luogo all'evento lesivo.

Quanto al secondo principio, è conosciuto il consolidato orientamento della corte di Cassazione, per il quale integra il caso fortuito anche l'interruzione del nesso di causalità per effetto del comportamento dello stesso danneggiato, che si ha ogni qual volta esso  si ponga come causa esclusiva dell'evento, tanto da privare di efficienza causale (e rendere giuridicamente irrilevante) il precedente comportamento (anche illecito) del proprietario/custode.

Il terzo principio, lasciato volutamente per ultimo, molto caro ai giudici di merito, ha subito, invece alcune forti critiche da parte da parte della giurisprudenza di legittimità.

In base al principio di autoresponsabilità del danneggiato, ciascuno, nel momento in cui entra a contatto con la realtà circostante, deve adottare le opportune cautele ed osservare le regole di comune prudenza al fine di evitare il verificarsi dell'evento dannoso, poiché in caso contrario, dovrà sopportare le conseguenze di tale condotta negligente o imprudente (cfr. da ultimo Trib. Pescara 2 maggio 2012, in questo sito con commento di Elide Colpo).

Detto principio, che ottiene un importante riconoscimento nella sentenza della Corte Costituzionale n. 159 del 10 maggio 1999 (anche questa consultabile nel sito di Persona e Danno), secondo la giurisprudenza  di merito, trova il proprio fondamento giuridico nell'art. 1227 c.c., comma 1: "il creditore, infatti, non ha diritto, ex art. 1227 c.c., alla rifusione dei danni da lui evitabili con l'uso dell'ordinaria diligenza. In tal caso, infatti, gli effetti dannosi sono riferibili esclusivamente a fatto e colpa dell'utente medesimo in virtù del principio di autoresponsabilità che costituisce la frontiera estrema della responsabilità civile" (Corte App. Napoli, 15 giugno 2006).

In sostanza, per i giudici di merito, il principio di autoresponsabilità, "da intendersi operante anche nella sfera dei diritti privati, comporta, in materia di responsabilità aquiliana, la esclusione dell'antigiuridicità dell'atto lesivo per effetto del comportamento del danneggiato, non improntato a prudenza e diligenza in rapporto alla specifica attività posta in essere" (Trib. Roma, 15 gennaio 2013).

Il concetto di autoresponsabilità, inteso, quindi, come rilevanza del fatto compiuto dal danneggiato, è stato severamente criticato (e si crede a ragione) dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 4279 del 19 febbraio 2008, nella quale i giudici del Palazzaccio danno adesione ad un nuovo orientamento dottrinale, che abbandona l'idea secondo la quale la regola di cui all'art. 1227 c.c., comma 1, sia espressione del principio di autoresponsabilità, ravvisandovi, a piuttosto un corollario del principio della causalità, per cui al danneggiante non può far carico quella parte di danno che non è a lui causalmente imputabile: "pertanto la colpa, cui fa riferimento l'art. 1227 c.c., va intesa non nel senso di criterio di imputazione del fatto (perchè il soggetto che danneggia se stesso non compie un atto illecito di cui all'art. 2043 c.c.), bensì come requisito legale della rilevanza causale del fatto del danneggiato. La regola di cui all'art. 1227 c.c., va inquadrata esclusivamente nell'ambito del rapporto causale ed è espressione del principio che esclude la possibilità di considerare danno risarcibile quello che ciascuno procura a se stesso (Cass. 26/04/1994, n. 3957; Cass. 08/05/2003, n. 6988)"

Ciò che diviene realmente importante e rilevante, perciò, non è tanto la qualificazione della condotta del danneggiato (colposa, illegittima, imprudente, poco diligente, e chi più ne ha più ne metta) quanto il reale apporto causale che  detta condotta ha avuto nel verificarsi del danno.

In tale ottica, l'applicazione dell'art. 1227 c.c. comporta, da un lato un effettivo confronto tra contributo causale del comportamento della vittima e di quello del danneggiante, che varrebbe a tutelare il primo, imponendo, comunque, l'analisi della condotta del secondo e la sua rilevanza causale; da altro lato si avrebbe una più equa distribuzione delle responsabilità in relazione alle circostanze delle fattispecie concrete, che potrebbe riequilibrare, almeno in parte, la distribuzione dei costi, mitigando "quello zelo risarcitorio a cui deve soggiacere il custode – danneggiante" (A.P. Benedetti, Responsabilità da beni in custodia e comportamento del danneggiato, in Danno e responsabilità, 11, 2008, 1114).

L'adesione a questa impostazione giuridica, nel caso di specie, forse, avrebbe portato ad una differente conclusione.



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