Legislazione e Giurisprudenza, Reato -  Lombardi Filippo - 2014-08-27

ARTI MARZIALI E POSIZIONE DI GARANZIA DEL MAESTRO - Cass. Pen. 31734/2014 - F. LOMBARDI

Nota a Cassazione Penale, sez. IV, 14 febbraio - 18 luglio 2014, n. 31734 - Presidente Zecca, Estensore Ciampi.

Con la sentenza in epigrafe, la Cassazione Penale si pronuncia su un caso che ha visto protagonisti esponenti della Nazionale Italiana di Taekwondo. In breve, di seguito, il fatto e la vicenda processuale.

Durante un allenamento del team, un atleta (cintura nera 1° Dan), impegnato in un combattimento contro un proprio compagno di squadra, scivolava a terra battendo la testa e riportando una frattura occipitale ed un"emorragia cerebrale tanto gravi da mettere in pericolo la sua vita e da causare un indebolimento permanente dell"udito ed anomalie elettriche corticali encefaliche.

Veniva tratto in giudizio l"allenatore della squadra, per lesioni colpose in forma omissiva ex artt. 40 co. 2, 590 cod. pen., per non aver imposto agli atleti, seppur durante un combattimento di prova (certamente più "soft" rispetto a quanto avviene in gara), l"uso delle ordinarie protezioni, ed in particolare del caschetto protettivo.

In primo grado sopraggiungeva la condanna per detto reato, mentre in secondo grado l"imputato veniva prosciolto per intervenuta prescrizione, ma contestualmente il giudice d"appello lo condannava in solido col responsabile civile (Federazione Italiana Taekwondo, d"ora in poi nel testo "FITA") al pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva di euro 50.000 in favore del soggetto leso.

L"imputato ed il responsabile civile ricorrevano per cassazione, sia deducendo motivi di diritto sostanziale tesi ad ottenere l"assoluzione in luogo della mera dichiarazione di intervenuta prescrizione, sia chiedendo la sospensione della provvisionale.

Tra i motivi di diritto sostanziale vanno evidenziati i seguenti:

a) il Regolamento FITA non prescrive l"uso del caschetto durante l"allenamento.

b) gli atleti sono maggiorenni e professionisti e dunque capaci di autodeterminarsi liberamente in un allenamento, scegliendo se indossare o meno il casco di protezione.

c) non sussiste una posizione di garanzia in capo al Maestro-Allenatore, vale a dire un obbligo di fare tutto quanto possibile per scongiurare eventi pregiudizievoli in capo agli atleti.

d) anche se il caschetto protettivo fosse stato usato, la lesione si sarebbe comunque manifestata.

e) il caschetto non serve per fronteggiare le cadute in terra ma per proteggersi dai calci al viso, tipologia di calci categoricamente vietata durante gli allenamenti.

La Corte di Cassazione, in sentenza, smentisce dette argomentazioni.

Innanzitutto, vale come regola generale la sussistenza, in capo al Maestro di un"arte marziale, della suddetta posizione di garanzia: egli, in ogni situazione che concerna l"espletamento della disciplina marziale da parte dei propri atleti, è obbligato a porre in essere diligentemente le misure utili a fronteggiare rischi che possono incombere sull"incolumità fisica degli stessi, sicché ogni condotta in tal senso mancante o lacunosa vale come causa dell"evento lesivo; ciò è argomentabile a maggior ragione se si pone l"attenzione sulla intrinseca pericolosità della disciplina marziale, che comporta scontri e/o contatti dotati di un rilevante grado di intensità e violenza.

L"attenzione dell"istruttore nella salvaguardia dell"integrità fisica dell"atleta deve acuirsi specialmente nelle situazioni in cui - come nel caso oggetto di controversia - lo svolgimento della disciplina marziale avvenga in luoghi inidonei o comunque in presenza di circostanze che aumentano il rischio di pregiudizi alla fisicità del praticante. Nel caso concreto, infatti, la Nazionale di Taekwondo stava svolgendo l"allenamento in una palestra priva di tatami e con pavimento in materiale di tipo linoleum, anziché di legno, quest"ultimo notoriamente meno scivoloso del primo.

Perciò a nulla valeva il "silenzio" del Regolamento della FITA sull"utilizzo del caschetto protettivo in allenamento, in quanto esso avrebbe costituito una misura di sicurezza che ragionevolmente doveva trovare luogo in un contesto ancor più pericoloso rispetto a quello ordinario.

Peraltro, sottolinea la Corte, proprio una fase dell"allenamento incentrata sul combattimento riproduce il medesimo dinamismo che trova luogo in gara, seppur con una intensità offensiva minore, ma tale tenue intensità non deve privare la preparazione alla gara di quelle misure protettive che verranno utilizzate nella fase agonistica vera e propria (a supporto, la Corte di Legittimità utilizza le deposizioni di testimoni - alcuni atleti ed un ex coach della Nazionale - che hanno definito il casco protettivo "misura ordinariamente adottata" durante gli allenamenti della tipologia di quello risultato nefasto per la parte offesa).

Rispetto alla paventata assenza del nesso causale, la Cassazione argomenta in senso opposto alle asserzioni difensive: risulta evidente che, qualora il caschetto fosse stato indossato dalla parte offesa, l"evento quantomeno si sarebbe verificato con minore intensità lesiva. Si rammenti, infatti, che per la sussistenza del nesso causale tra omissione ed evento lesivo che il garante deve evitare non si richiede che, in presenza della condotta doverosa, l"evento non si sarebbe verificato, essendo per contro sufficiente poter asserire che esso si sarebbe verificato con portata offensiva più lieve o in epoca significativamente posteriore (non solo rileva l"an, ma anche il quando ed il quomodo).



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