Articoli, saggi, Procedura penale -  Giovanni Sollazzo - 2013-12-16

ARTICOLO 297 CO. 3 C.P.P.: UN'EVOLUZIONE PER LO PIU' GIURISPRUDENZIALE - C.C.

Seppure interessato da diverse e recenti pronunce della Corte Costituzionale, il comma 3° dell'articolo 297 c.p.p. pare aver tutt'altro che smarrito il suo fascino, caratterizzato altresì da molteplici difficoltà interpretative, emerse in diverse occasioni.

Frutto di differenti scelte effettuate dal legislatore, che forse appare eccessivo definire sistematiche, la norma dispone che nell'ipotesi in cui, nei confronti del medesimo imputato, siano state emesse diverse ordinanze per l'applicazione di un'identica misura cautelare per uno stesso fatto, benchè diversamente circostanziato o qualificato, piuttosto che per fatti diversi commessi antecedentemente all'adozione della prima ordinanza, e purchè in relazione agli stessi sussista una connessione c.d. qualificata ai sensi dell'art. 12 co. 1 lett. b) e c), -in quest'ultimo caso limitatamente ai casi in cui i fatti siano stati commessi per eseguire gli altri-, i termini (di durata della misura n.d.r.) decorrono dal giorno in cui è stata eseguita o notificata la prima ordinanza e sono commisurati all'imputazione più grave.

La regola cautelare pare trovare adeguata conclusione nell'ultimo capoverso del medesimo comma, dal quale si apprende, che la disposizione non si applica in relazione ad ordinanze per fatti non desumibili dagli atti precedenti al rinvio a giudizio per il fatto con il quale sussiste  il rapporto di connessione1.

Pur nelle diverse formulazioni, la disciplina per il computo di durata delle misure cautelari nelle ipotesi di c.d. contestazioni a grappolo, non pare aver mai tradito lo scopo, manifestamente perseguito, di evitare possibili patologie procedimentali a scapito della tutela di libertà dei cittadini.

Avvertita la necessità di predisporre determinati limiti di durata delle misure, pare si sia ritenuto opportuno predisporre altresì dei meccanismi per evitare che scelte non appropriate da parte degli organi inquirenti, per quanto concerne l'oggetto del futuro giudizio, potessero in qualche modo vanificare tali garanzie.

Sganciatasi dal riferimento diretto al codice sostanziale ed introdotta quella che pare una presunzione di conoscibilità2, da parte del pubblico ministero, dei fatti diversi anteriormente commessi quando qualificati da connessione riconducibile ad un medesimo disegno criminoso, piuttosto che ad un collegamento c.d. meramente teleologico, l'attuale formulazione è stata sin dai  primi tempi della sua entrata in vigore, sottoposta al vaglio della Corte Costituzionale, la quale, d'altra parte, non ha ravvisato alcuna causa di irragionevolezza nelle valutazioni effettuate dal legislatore del 1995 (Corte Cost. 89/96).

I primi interventi reinterpretativi giungono nel 2005 e non mancano di considerare alcune fattispecie  appena risolte dalla Corte di Cassazione in composizione unita3.

La doglianza approdata innanzi alla Corte Costituzionale si riferiva all'astratta impossibilità4 di ricomprendere, nel novero delle situazioni che potevano dar luogo alle menzionate presunzioni di conoscibilità, fatti diversi non connessi -ed oggetto di diverse ordinanze- ove l'autorità giudiziaria procedente avesse a sua disposizione idonei indizi sin dal tempo del primo provvedimento5.

In questo contesto, l'incostituzionalità della norma, per la parte in cui non si applica anche ai fatti diversi non legati da connessione qualificata quando risulti che il pubblico ministero, che già poteva desumere dagli atti a sua disposizione gli elementi necessari all'emissione di un'ordinanza applicativa di misure cautelari, abbia prescelto momenti diversi, pare essere stata dichiarata tenendo conto dell'altrimenti imponderabile durata delle misure, in quanto non dipendente da un fatto obiettivo, rispettoso del canone di uguaglianza e di ragionevolezza. Si è così disatteso quanto pareva auspicato da parte della difesa dello Stato: la prosecuzione del realistico indirizzo interpretativo, già adottato in diverse occasioni dalla Corte di cassazione, anche a seguito delle modifiche apportate nel 1995, in considerazione di fatti accaduti in tempi diversi e per i quali, già al momento dell'adozione della prima misura, risultasse una sufficiente gravità indiziaria6 (Corte Cost. n. 408/05).

Le fattispecie poste al vaglio degli inquirenti paiono rivelarsi, nella pratica, molto diverse e -con tutta probabilità- alcuni dubbi interpretativi, conducono nuovamente a dedurre un vizio di legittimità del complesso comma.

Nel 2007 la Corte si trova a decidere la questione dell'applicazione di tale computo delle misure, anche nei casi in cui le indagini per fatti diversi non connessi non siano state affidate al medesimo pubblico ministero, ovvero, i procedimenti risultino distinti, ma,7 l'indagato si trovi innanzi alla medesima autorità giudiziaria ed il quadro indiziario risulti già sufficientemente completo al momento dell'adozione del primo provvedimento.

Anche in questa occasione la Corte costituzionale (n. 445/07) non sembra manchi di prendere spunto da quanto  deciso in sede di giudizio sulla legittima applicazione della norma, affermando che nell'ipotesi considerata, il giudice a quo avesse omesso di considerare se potesse giungersi alla soluzione invocata, per via interpretativa8.

La possibilità di applicazione dell'istituto, che, per quanto emerso dalle precedenti pronunce, pare  richiedere peculiare attenzione all'aspetto soggettivo della connessione, pare altresì capace di implicare ulteriori -anche se forse non molto diverse- considerazioni, allorchè l'istanza di scarcerazione per decorrenza dei termini, giunga a seguito di precedente condanna.

Tralasciata in questa sede, ogni valutazione circa l'opportunità di violare il divieto, caratterizzante  le pronunce penali, di intraprendere un nuovo giudizio per il medesimo fatto (649 c.p.p.), in quanto attinente esclusivamente a fatti giudicati con sentenze di proscioglimento o di condanna (o decreto penale) divenuti irrevocabili9, pare doveroso dedicare qualche breve cenno alla più recente delle pronunce Costituzionali che ha interpretato, manipolandolo, il testo legislativo dell'art. 297 c.p.p. .

L'ordinanza di rimessione paventava l'errata interpretazione della norma ove intesa ad impedire l'operatività del computo di favore per fatti, identici e connessi, già contestabili con la prima ordinanza, nell'ipotesi in cui l'imputato -peraltro dissociatosi dal procedimento per scelta di rito- fosse stato condannato con sentenza passata in giudicato, prima della adozione della seconda misura.

Il rilievo del rimettente, con contributo che pare innovativo rispetto ai precedenti, attiene altresì alla ritenuta possibile ingiustizia derivante da un computo integrale della nuova misura, a far data, -giusta la compatibilità della custodia cautelare con lo stato di detenzione ai sensi del medesimo art. 297, co. 5-, dall'esecuzione di una pena che, considerata in prospettiva di concorso di reati10, potrebbe condurre, attraverso nuovi computi, ad una vera e propria (aberrante) anticipazione di pena.

La possibilità di riferire la norma all'imputato, pare indirizzare l'intervento della Corte che, con sentenza n. 233/11 ha dichiarato la norma costituzionalmente illegittima nella parte in cui, emesse differenti ordinanze in relazione a fatti diversi, non prevede che la regola in esso stabilita sia applicabile anche nelle ipotesi in cui, prima dell'adozione della seconda misura, vi sia già stata condanna, passata in giudicato, per i fatti  contestati con la prima ordinanza.

Pare infine possibile rilevare, che nonostante la chiarezza del legislatore del 1995 appaia con minor nitidezza, i diversi motivi posti in evidenza dalle svariate pronunce non si siano rivelati causa di modifiche realmente sostanziali della regola di giudizio sottesa all'articolo de quo, che quindi  continua ad operare per la salvaguardia del diritto di libertà, tutelato dalla legge.

1La norma è stata da ultimo modificata dall'art. 12 della l. n. 332 del 1995. Il testo precedente contemplava solamente le ipotesi nelle quali le molteplici ordinanze che disponevano la medesima misura fossero state emesse per uno stesso fatto, diversamente circostanziato o qualificato -ed in questo caso tenendo altresì conto dell'ultima imputazione contestata per ciò che concerne la commisurazione-, piuttosto che nelle ipotesi in cui si versasse in una delle situazioni contemplate dagli artt. 81 co. 1, 82 co. 2 ed 83 co. 2 c.p. .

2Che si tratti di una presunzione di conoscenza è stato contestato in Cass. Pen. S.U. 22 marzo 2005 R. in Cass. Pen. 2005, 2885, in cui si ritiene trattarsi, semplicemente, di una regola di decorrenza dei termini.

3Cass. Pen. S.U. 22 marzo 2005 R. cit. relativa ad alcune asserite condotte estorsive successive a quelle già contestate, assieme all'imputazione per associazione a delinquere, nella prima ordinanza di applicazione di misura custodiale carceraria.

4In dottrina si è osservato che nel processo penale, per quanto concerne le caratteristiche situazioni di potere e dovere, tutto quanto non è espressamente consentito sia da ritenersi precluso: Gaito, in Procedura penale, Torino, 2010, 5.

5In una delle ordinanze di rimessione gli episodi di omicidio, benchè commessi antecedentemente alla prima ordinanza applicativa di misura cautelare, unitamente all'imputazione per associazione a delinquere, non erano stati ritenuti commessi in attuazione di un medesimo disegno criminoso mentre, nella seconda, la situazione appariva un poco più complessa, involgendo anche un'imputazione per omicidio, aggravata ai sensi dell'art. 7 della legge n. 152/1991.

6Per i diversi indirizzi interpretativi, ampiamente, Cass. Pen. S.U. R., cit.

7 Esclusa una c.d. proroga di competenza, anche alla luce di quanto disposto dall'art. 27 c.p.p. n.d.r.

8 Cass. SS.UU. 10 aprile 2007, L. : "quando in differenti procedimenti, non legati da connessione qualificata, vengono emesse più ordinanze cautelari per fatti diversi e gli elementi giustificativi della seconda erano già desumibili dagli atti al momento di emissione della prima, è da ritenere che i termini della seconda ordinanza debbano decorrere dal giorno in cui è stata eseguita o notificata la prima, se i due procedimenti sono in corso davanti alla stessa autorità giudiziaria e la loro separazione può essere frutto di una scelta del p.m.".

9Salve le prescritte eccezioni.

10Con conseguente necessità di individuare il reato base per effettuare il computo della pena.



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