Danni - Danni non patrimoniali, disciplina -  Paolo Cendon - 20/01/2020

"Il danno non patrimoniale oggi"

   Affidata com’è a una clausola normativa di vasto respiro, sensibile a ogni cambiamento della realtà sociale e culturale, la responsabilità civile appare fra le materie più irrequiete del   diritto privato.
  Tutto o quasi nel settore dell’illecito, per la delicatezza dei risvolti sistematici, per l’importanza degli incastri fra an e quantum, è destinato a mutare frequentemente.  
  Ecco perché l’illustrazione periodica dei nuovi orientamenti, lo sforzo di dar conto degli ultimi ritocchi delle Corti, nel loro insieme, è sempre di grande utilità per il lettore; specie ove si riesca a farlo in un’opera minuziosa, a tutto campo.
  Banche dati, risorse del web, social, Google, news letter? Indicazioni utili, sul piano professionale, comode per operare lì per lì; spesso   non   in grado però - specie in comparti   come quelli dell’illecito - di far scrivere buone memorie agli avvocati, di ispirare ai giudici   sentenze appropriate.

* * *
   Un esempio della complessità delle questioni: l’ambito dei danni alla persona.
   Istruttivi  i passaggi che hanno costellato l’affacciarsi delle varie figure, in Italia, nel corso del tempo.
   Si è trattato volta per volta di momenti   ricchi di sfaccettature; qua e là  misteriosi, non privi di contrasti, dal punto di vista sia teorico che pratico.
  Il danno biologico, per cominciare, ossia l’idea di margini di risarcibilità attribuiti ai versanti anche non economici della salute: aveva aperto nell’ordinamento, a metà degli anni ’70, un importante spiraglio di tutela;  ma  cos’era poi  questo nuovo paradigma, ecco l’interrogativo,  secondo quali regole  si poteva  amministrarlo?  era suscettibile di assicurazione, si trattava di un quid gestibile con delle   tabelle?
   Il danno psichico, poi, l’idea cioè di proteggere  ex lege Aquilia  la vittima di  ferite non strettamente fisiche:  aveva il merito di colmare   vuoti significativi  nel  torto extracontrattuale;  in quali casi però -  sotto il profilo causale (tenuto conto  dalla corposità dei meccanismi  familiari, sociali, ambientali, suscettibili di  minacciare  turbe  mentali nella vittima) - il rapporto fra azione lesiva e conseguenze interiori poteva ritenersi tale da giustificare una condanna?
  La sentenza della Corte costituzionale n. 184 del 1986:  tracciava un importante distinguo  fra la componente ‘relazionale’ e la componente ‘sofferenziale’ del danno biologico, spostando la giurisdizione della prima sotto l’egida dell’art. 2043 c.c. (così da impedire una presidiabilità limitata alle  ipotesi rilevanti penalmente).  Poteva tuttavia una simile scansione, ecco il punto, ritenersi corrispondente alla realtà antropologica della persona? E soprattutto, una lettura in chiave ‘eventistica’ del segmento relazionale era compatibile con l’ordinamento italiano, e con l’essenza stessa (consequenzialistica) dell’istituto aquiliano?
  Le sentenze gemelle nn. 8827 e 8828 della Cassazione, del 2003: avevano il pregio di ricomporre il distacco tra le frazioni di cui sopra, riportando l’intero danno patrimoniale sotto l’egida dell’art. 2059, letto in chiave costituzionale.  Poteva tuttavia   un bandolo così alto – ecco la questione -   ritenersi adeguato  a livello  applicativo,  non rischiava di apparire troppo vago, fermo nel tempo? Come  dare ingresso alle neo-ipotesi meritevoli di protezione, e impedire, d’altro campo, ogni  ascolto  per i cd. danni bagatellari?
  Le sentenze di S. Martino del 2008: introducevano una serie di paletti formali, utili a sbarrare la strada ai pregiudizi più effimeri nella cronaca;  ma il prezzo di un ostracismo decretato, addirittura, per le figure generali del danno morale e del danno esistenziale - oltre tutto con un linguaggio di insolita sbrigatività – poteva ritenersi qualcosa di accettabile, nel ventunesimo secolo?

* * *
  Oggigiorno le cose sono cambiate, la saggezza e l’acume della Cassazione hanno saputo porre rimedio, via via,   alle semplificazioni del 2008.
  È pacifico ormai (salvo presso qualche giurista irriducibile) che il “dentro” e il “fuori” di una persona sono momenti diversi, fenomenologicamente; che per l’ordinamento non esiste soltanto la salute psicofisica,  come bene  da proteggere; che le tabelle del quantum  possono essere una  cosa opportuna, in se stesse, e che il potere equitativo del giudice deve anch’esso, però, conservare importanza.
   Soprattutto è acquisito che, nel sistema italiano, vantano dignità di categorie generali - seppur come voci di un unico conteggio (ciascuna magari con una sua identità di calcolo, e una propria sovranità aritmetica) - sia il danno biologico, sia il danno morale, sia il danno esistenziale.

* * *
  Continuano però i momenti di incertezza; a volte i giudici e i teorici nostrani mostrano una fretta eccessiva, rivelano ingiustificate sordità rispetto alle esigenze emergenti.
    Danno biologico e danno esistenziale ad esempio: una vicenda di malasanità può implicare - ecco il nodo - l’aggressione contemporanea a più diritti della vittima: l’integrità fisica poniamo (al mattino), la privacy e il decoro (al pomeriggio); in tal caso è pacifico che problemi di scorretta duplicazione non si porranno: esiste semplicemente un ventaglio di lemmi, distinti tra loro, ciascuno da considerare/neutralizzare nel computo finale.
  Ancora.  Nel settore sia dell’esistenziale sia del morale da inadempimento contrattuale, la necessità che il bene colpito vanti un “rango costituzionale” è destinata, in linea di principio, a venir meno. Si tratta, com’è noto, di uno dei passaggi più infelici delle sentenze di S. Martino.  Accade però ogni tanto che qualcuno se ne dimentichi.  L’indicazione da ribadire è allora che, in ambito contrattuale,  “comanda” anche ai fini non patrimoniali il criterio dell’autonomia privata; sì dunque (e usando sempre buon senso nel quantum respondeatur, con maggiore severità in  caso di dolo o colpa grave) alla tutela  dei viaggiatori ferroviari maltrattati, ai padroni di cagnolini uccisi per colpa del dog-sitter, agli utenti telefonici bistrattati dalle compagnie, alle spose deluse perché il fotografo si è dimenticato di caricare la macchina.

* * *
  Esiste una Cenerentola, ancora, nell’universo del non patrimoniale: un vaso di coccio che, stretto fra i vasi di ferro del danno biologico e del danno esistenziale, non è mai riuscito a farsi prendere sul serio, legislativamente o giurisprudenzialmente. Non c’è libro o articolo di rivista o nota a sentenza che non accenni   alla figura del “dolore”, del “danno morale”; sempre però, ecco il problema, girandoci intorno.
  Sofferenza, tormenti, patemi, afflizione, crucci, angosce; raro che si vada oltre l’uso di etichette verbali del genere, che si scenda nei dettagli.
  Realtà del corpo o della psiche, il dolore? Articolato in quali filamenti? Dimostrabile in che modo? Un’entità diversa, rispettivamente, nel campo del lutto familiare, dal settore delle calunnie, dello stalking, della libertà perduta, delle lesioni all’integrità corporea, del bullismo?
  Un “coso” più piccolo (il danno morale), sulla cui essenza pressoché nulla si dice, all’interno di un “affare” più grande (il danno non patrimoniale), che ci si ostina a definire al negativo, come pura litote, rimanendo ai bordi. Ecco il diritto italiano, troppo spesso laconico; molto oltre non si va ancora

* * *
  “Dinamico-relazionale” costituisce    un’espressione accettabile?
  Non sempre.
  La casistica del “fuori”, negli esseri umani, è più variegata che non i semplici momenti del “dinamico”, del “relazionale”. E gli attentati ai rapporti con se stesso sono spesso destinati a produrre, in un individuo, danni ultronei rispetto alla sfera “morale”.
  Difficile  in effetti: (a) fra Tizio, che sino al momento dell’incidente  fra le sette e le otto del mattino correva, dalle nove alle dodici presiedeva riunioni in università, dalle dodici alle tredici giocava a ping pong, e così di seguito, fino a sera; (b) e Caio, il quale invece sino all’incidente stava sempre in silenzio, appartato, e però fecondo e rigoglioso nelle sue cose meditative; difficile concludere - rispetto al “perlage” andato in fumo,  a livello di agenda quotidiana - che il primo soggetto andrà risarcito più del secondo.
  Non va insomma incoraggiato, nel sistema della responsabilità, un canone per cui chi  salta tutto il giorno vincerà ogni volta il jackpot; e chi giace invece assorto, in disparte, anche se vivo, inventivo magari, frusciante, perde sempre al confronto.
  Gli aspetti “statico-solitari” delle vittime possono valere come quelli muscolari, effervescenti sul piano esistenziale; di più magari, ove di buona tempra.
  Il mondo dei soggetti fragili - in particolare - pullula di esseri che si agitano poco  rispetto all’universo dei super dotati, degli anfetaminici; le loro voci perdute di vitalità sommessa, di pulsionalità discreta, debbono contare però quanto le altre.