Lavoro - Lavoro -  Maria Rita Mottola - 01/05/2020

1° maggio al tempo del coronavirus

Forse il crinale può essere individuato nell’anno 2001, allorquando il legislatore ita-liano ha dato attuazione ad una direttiva europea che poneva le basi per la precarizzazione del lavoro. Negli anni successivi abbiamo assistito a una progressiva, quanto mai devastante, riforma, per così dire, permanente della legislazione del la-voro. Una riforma realizzata attraverso diverse norme ma unitariamente diretta a modificare sostanzialmente la stessa idea di lavoro. La necessità di modifica delle norme che regolano il lavoro nasce dalla introduzione nella vita nazionale di una visione politica dell’economia completamente estranea e avulsa da quella impressa dalla Costituzione. Per dare spazio a principi economici propriamente liberisti era indispensabile comprimere i diritti del lavoro. Così si sono attuate modifiche legislative che hanno limitato garanzie e tutele e, conseguentemente, i diritti sociali si sono affievoliti. Le recentissime disposizioni in materia non riescono a incidere incisivamente e, in primo luogo, non possono, anche volendolo, riportare al centro dell’interesse dell’azione politica, il lavoro. In una organizzazione sociale ove il la-voro cede la sua preminente importanza anche la giurisprudenza sul risarcimento del danno subisce una modifica sostanziale. Se il diritto fondamentale al lavoro non è più un diritto ma solo una opportunità le limitazioni, le violazioni di tale diritto non sono più così gravi da meritare la sanzione civilistica del risarcimento del danno.

Il lavoro è una merce?

La domanda potrebbe sembrare provocatoria e superata da anni di conquiste sociali, di normativa giuslavoristica. Certo il lavoro non è una merce, il lavoro è la componente umana del progresso di una nazione, è pensiero e azione, è creatività e iniziativa, è estro e laboriosità, è conoscenza e ricerca, è passione e capacità di vedere il futuro. In altre parole, il lavoro è il luogo simbolico ove esercitare e mettere a frutto i propri talenti, la parte migliore di ognuno, per il bene di tutti.

Semplice retorica? Se fosse così dove trovare una spiegazione alla incredibile crescita dell’Italia nel dopoguerra, quella crescita laboriosa di un intero popolo che l’ha condotta ad essere la quinta potenza al mondo nel famoso 1987, che decretò il “sorpasso”?[1] Una piccola nazione, alle spalle una lunga storia di regnanti incapaci e guerrafondai (i Savoia non interruppero mai le loro azioni di guerra indebitandosi a dismisura), un ventennio di dittatura, una guerra tragica e persa, riuscì a rigenerare la propria industria e la propria economia, sorpassando per Pil quello del più grande impero coloniale del mondo. Eccellenze, eccellenze italiane e non solo nel comparto alimentare, eccellenze nella ricerca e nella tecnologia, nel cinema e nell’arte.

Il lavoro è la componente che fa la differenza. Il lavoro non è una merce.

[1] Il 15 maggio 1991 il ministro degli Esteri Gianni De Michelis rese noto che, secondo il rapporto messo a punto dalla società Business International (società del gruppo dell’Economist, fra i più autorevoli periodici finanziari ed economici del mondo) e inviato da De Michelis anche al presidente del Consiglio Giulio Andreotti, l’Italia era diventata la quarta potenza industriale del mondo, davanti alla Francia e alla Gran Bretagna. Secondo questo rapporto del Business International, nel’90 l’Italia era diventata la quarta nazione più industrializzata del mondo dopo Stati Uniti, Giappone e Germania. Il PIL a prezzi correnti del Bel Paese (il prodotto interno lordo, cioè la somma dei beni e servizi finali prodotti sul territorio), infatti, era arrivato a 1.268 miliardi di dollari, contro i 1.209 della Francia e i 1.087 della Gran Bretagna. La stima venne poi corretta al ribasso per via del forte disavanzo dei conti pubblici italiani, e il PIL italiano subì un contro-sorpasso da parte sia della Francia e sia del Regno Unito durante gli anni novanta, durante i quali vi fu una stagnazione dell’economia italiana che crebbe in media solo dell’1,23% annuo contro la media europea del 2,28%.